Made in Italy 2030: Carfora sulle criticità strutturali del Sud tra burocrazia, capitale umano e intelligenza artificiale
Made in Italy 2030: presentato al CNEL il Libro Bianco per la nuova strategia industriale nazionale
La lettura di Luigi Carfora: criticità strutturali più gravi nel Mezzogiorno e una visione ancora incompleta, da parte delle politiche pubbliche nazionali, sulla reale portata di burocrazia, capitale umano, disoccupazione e impatto sistemico di intelligenza artificiale e umanoidi sul lavoro e sull'organizzazione produttiva
Il 29 gennaio 2026, presso il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, è stato presentato il "Made in Italy 2030 – Libro Bianco per una nuova strategia industriale", elaborato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, alla presenza del Ministro Adolfo Urso e del Presidente del CNEL Renato Brunetta.
Il documento si propone come quadro di riferimento per la politica industriale italiana con orizzonte 2030, in uno scenario internazionale segnato da instabilità geopolitiche, transizioni tecnologiche accelerate e trasformazioni profonde dei modelli produttivi e occupazionali.
È all'interno di questa cornice che si colloca la lettura critica di Luigi Carfora, Presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e Presidente di Confimi Industria Campania, che analizza i contenuti del Libro Bianco alla luce delle condizioni reali in cui operano le imprese del Mezzogiorno e, in particolare, della Campania.
Punti di forza e traiettorie di sviluppo del Made in Italy
Il Libro Bianco offre una ricognizione dei punti di forza del sistema produttivo italiano, valorizzando:
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la manifattura e i beni strumentali come asse portante della competitività nazionale;
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l'economia circolare come fattore di sostenibilità e innovazione;
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il ruolo delle multinazionali tascabili, espressione di un capitalismo produttivo diffuso.
Vengono confermati come pilastri le "5 A" del Made in Italy – Agroalimentare, Abbigliamento, Arredo, Automazione e Automotive – e individuati cinque settori emergenti destinati a sostenere la crescita futura:
economia della salute, spazio e difesa, economia blu e cantieristica, turismo e tempo libero, industrie culturali e creative.
Una visione che Carfora considera coerente nella diagnosi dei punti di forza, ma che necessita di essere completata sul versante delle condizioni strutturali che ne determinano l'effettiva attuabilità, soprattutto nei territori del Sud.
Le criticità strutturali individuate dal Libro Bianco
Il documento del Ministero individua alcune criticità strutturali che continuano a frenare la competitività del sistema produttivo italiano:
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dimensione medio-piccola delle imprese e scarsa aggregazione industriale;
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insufficiente investimento in ricerca e sviluppo;
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costi energetici e delle materie prime elevati;
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tensioni su capitale umano e capitale finanziario;
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complessità burocratiche persistenti.
Secondo Luigi Carfora, questa lettura è corretta sul piano generale, ma incompleta se non viene declinata territorialmente.
Nel Mezzogiorno e in Campania, infatti, tali criticità non si sommano semplicemente, ma si rafforzano reciprocamente, trasformandosi in un ostacolo strutturale allo sviluppo.
Mezzogiorno e Campania: quando le criticità diventano strutturali
Nel Sud, la ridotta dimensione media delle imprese e la debole aggregazione industriale limitano la capacità di investimento, l'accesso alle filiere e la presenza sui mercati internazionali.
Il divario negli investimenti in ricerca e sviluppo ostacola il trasferimento tecnologico e il salto di qualità delle produzioni.
I costi energetici elevati rappresentano un ulteriore fattore di squilibrio strutturale.
L'Italia sconta già prezzi dell'energia mediamente superiori a quelli europei; nel Mezzogiorno e in Campania tali costi risultano ancora più gravosi perché si sommano a oneri di sistema più elevati rispetto ad altre aree del Paese, legati a infrastrutture meno efficienti, reti di distribuzione più fragili e minore capacità di autoproduzione energetica.
A questo si aggiungono carenze infrastrutturali storiche, che impediscono economie di scala e aumentano i costi operativi.
Il risultato è un impatto sproporzionato sulle PMI, che vedono comprimersi margini, capacità di investimento e competitività.
In questo quadro, le tensioni su capitale umano e capitale finanziario rappresentano, nella lettura di Carfora, il nodo sistemico centrale, perché incidono simultaneamente su produttività, occupazione e attrattività del territorio.
Capitale umano: disoccupazione, licenziamenti e fuga dei cervelli
Le tensioni sul capitale umano, richiamate dal Libro Bianco, non riguardano soltanto la difficoltà di reperire competenze adeguate.
Da anni il Mezzogiorno e la Campania sono attraversati da un fenomeno strutturale di fuga dei cervelli, che coinvolge giovani formati, professionisti altamente qualificati ed eccellenze tecniche e scientifiche costrette a lasciare il Sud – e spesso l'Italia – per trovare opportunità coerenti con il proprio livello di competenza.
Questo processo produce un doppio effetto negativo:
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impoverisce il tessuto produttivo locale, privandolo delle risorse umane necessarie alla crescita;
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aggrava disoccupazione e rischio di licenziamenti, soprattutto nelle fasce di lavoro a bassa e media qualificazione, già sottoposte a forti pressioni.
È in questo contesto che, secondo Carfora, va collocato anche il tema del salario minimo, che rientra pienamente nel concetto di "tensione sul capitale umano", ma non può essere affrontato come misura isolata, pena il rischio di intervenire sui sintomi senza incidere sulle cause strutturali.
Intelligenza artificiale, umanoidi e responsabilità di visione
Il Libro Bianco individua correttamente le tensioni sul capitale umano, ma non sviluppa una visione prospettica adeguata sull'impatto strutturale di intelligenza artificiale, automazione avanzata e umanoidi.
Il processo è già in atto:
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il lavoro a bassa qualificazione è il primo a essere sostituito;
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i servizi standardizzati e i call center mostrano già dinamiche di automazione e riduzione degli organici;
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a differenza del passato, il lavoro non viene più delocalizzato, ma sostituito all'interno dei sistemi produttivi.
Questa trasformazione è destinata ad aumentare disoccupazione e licenziamenti, se non governata con politiche industriali, formative e occupazionali coerenti.
Per Carfora, la responsabilità di chi governa una nazione è anche quella di prevedere gli effetti delle trasformazioni tecnologiche e predisporre strumenti di accompagnamento prima che tali fenomeni producano fratture sociali ed economiche irreversibili.
Capitale finanziario, burocrazia e ZES Unica
Le tensioni sul capitale finanziario risultano ulteriormente aggravate dalla complessità burocratica, che nel Mezzogiorno continua a rappresentare un freno strutturale agli investimenti.
La ZES Unica, pensata come strumento di semplificazione amministrativa prima ancora che di incentivo fiscale, avrebbe dovuto garantire tempi certi, procedure coordinate e prevedibilità.
Nella realtà, lo Sportello Unico Digitale ZES non opera ancora come uno sportello realmente unico: autorizzazioni frammentate, SCIA su iter ordinari, Conferenze di Servizi necessarie e tempi dipendenti dalle singole amministrazioni.
Secondo Carfora, la digitalizzazione senza semplificazione sostanziale non riduce il rischio amministrativo né rafforza la fiducia degli investitori.
Il numero delle domande presentate non può quindi essere considerato un indicatore sufficiente di successo: la qualità del sistema pubblico conta più della quantità delle istanze.
Il fattore aggravante: carenza di servizi primari
A questo quadro già complesso, nel Mezzogiorno e in Campania si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: la carenza di servizi primari essenziali allo sviluppo.
Persistono forti divari su:
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rete stradale e collegamenti interni;
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infrastrutture digitali, telefonia e copertura in fibra;
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trasporto pubblico efficiente e alta velocità realmente accessibile;
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logistica, interporti e connessioni con i grandi hub nazionali ed europei.
Queste carenze incidono direttamente su costi, tempi, attrattività e qualità della vita, rendendo il Mezzogiorno meno competitivo non per mancanza di capacità imprenditoriale, ma per assenza di condizioni abilitanti.
Una strategia da completare: sintesi finale
Il Made in Italy 2030 rappresenta una base solida di analisi.
Ma, nella lettura di Luigi Carfora, criticità strutturali, tensioni sul capitale umano e finanziario, transizione tecnologica e carenza di servizi primari compongono, nel Mezzogiorno e in Campania, un cocktail micidiale che amplia il divario territoriale invece di ridurlo.
Semplificazione reale, energia competitiva, capitale umano trattenuto e valorizzato, governo dell'impatto di IA e umanoidi, infrastrutture e servizi adeguati non sono capitoli separati.
Sono le condizioni minime per evitare che il Sud continui a pagare il prezzo più alto di trasformazioni già in atto.
👉 Il futuro del Made in Italy non si costruisce solo celebrando le eccellenze, ma assumendosi la responsabilità di rimuovere gli ostacoli strutturali che, se ignorati, rendono ogni strategia incompleta.
Analisi e commento a cura di Luigi Carfora,
Presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania
© 2026 – Testo originale a firma Luigi Carfora.
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