CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA CONTROLLA IL POTERE

25.08.2026

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Scienza e Tecnologia

La tesi di Luigi Carfora da Giordano Bruno all'Intelligenza Artificiale

Luigi Carfora

NOTA DELL'AUTORE E DICHIARAZIONE DI ORIGINALITÀ

Il presente lavoro costituisce una tesi e un'elaborazione originale di Luigi Carfora sul rapporto tra conoscenza, autorità, potere, scienza, fede e tecnologia, sviluppata attraverso una rilettura storico-filosofica della vicenda di Giordano Bruno e il suo collegamento prospettico con Galileo Galilei, Antonino Zichichi, Joseph Ratzinger e le nuove frontiere dell'Intelligenza Artificiale.

Nel testo vengono distinti i fatti documentati dalle fonti storiche, le interpretazioni storiografiche e le elaborazioni filosofiche e prospettiche dell'autore. I collegamenti e le tesi interpretative originali proposti in questo lavoro appartengono all'autore e sono espressamente presentati come interpretazioni e prospettive di ricerca, non come verità storiche definitivamente acquisite.

© 2026 Luigi Carfora — Tutti i diritti riservati.

È vietata la riproduzione, anche parziale, la pubblicazione, la rielaborazione o la diffusione del presente lavoro senza preventiva autorizzazione dell'autore, fatti salvi i diritti e le eccezioni previsti dalla normativa vigente in materia di diritto d'autore. Sono consentite le citazioni nei limiti previsti dalla legge, purché siano indicati l'autore e la fonte.

Da Giordano Bruno all'Intelligenza Artificiale

Prologo — La domanda che attraversa i secoli

Ogni epoca crede di vivere dentro il proprio presente. In realtà, alcune domande attraversano i secoli e riemergono ogni volta che l'uomo acquisisce una nuova forma di conoscenza capace di modificare la realtà.

Una di queste domande è semplice, ma contiene una delle più grandi questioni della storia dell'umanità:

chi controlla la conoscenza controlla il potere.

La conoscenza, infatti, non è mai soltanto accumulo di informazioni. Quando l'uomo comprende una legge della natura, scopre una nuova terra, osserva il movimento degli astri, domina una nuova fonte di energia, costruisce una macchina o sviluppa un'intelligenza artificiale, aumenta la propria capacità di intervenire sul mondo. E quando aumenta la capacità di intervenire sulla realtà, cambiano inevitabilmente gli equilibri economici, sociali, politici e geopolitici.

È questa la prospettiva dalla quale vogliamo rileggere la vicenda di Giordano Bruno.

Non per aggiungere l'ennesima celebrazione di un martire del libero pensiero. E neppure per sostituire una narrazione storica con un'altra narrazione ideologica.

Il nostro obiettivo è più ambizioso: ricercare la verità dei fatti, distinguendo ciò che è documentato da ciò che è stato interpretato, deformato, semplificato o utilizzato nei secoli successivi.

Bruno rappresenta il punto di partenza perché la sua vicenda si colloca in uno dei momenti più drammatici della storia occidentale: il passaggio dal mondo rinascimentale alla modernità, quando nuove conoscenze scientifiche, nuove concezioni filosofiche e nuove forme di circolazione delle idee iniziarono a mettere in discussione gli equilibri consolidati.

Ma occorre immediatamente compiere una distinzione fondamentale.

Cristo non può essere identificato senza distinzione con le forme storiche assunte dalla Chiesa-istituzione.

Il cristianesimo come messaggio evangelico e teologico deve essere distinto dalle forme storiche assunte dall'istituzione ecclesiastica e, nel particolare contesto del XVI secolo, dal suo esercizio del potere spirituale, giuridico e temporale.

Questa distinzione sarà essenziale per comprendere Bruno.

Non intendo infatti dimostrare a priori che egli fosse un cristiano ortodosso, né ignorare le proposizioni teologiche che gli furono contestate. Intendo verificare direttamente i suoi scritti, gli atti del processo e le fonti storiche per capire che cosa Bruno pensasse realmente di Dio, di Cristo, della Scrittura, della natura, dell'uomo e della conoscenza.

La domanda non sarà quindi semplicemente:

«Giordano Bruno era un eretico?»

Sarà:

«Che cosa pensava realmente Giordano Bruno e perché il suo pensiero divenne incompatibile con l'autorità ecclesiastica del suo tempo fino a condurlo al rogo?»

E ancora:

«La sua condanna fu determinata soltanto dalle sue proposizioni teologiche oppure la sua nuova visione della natura, dell'universo, dell'uomo e della conoscenza mise in discussione anche un sistema di autorità e di potere?»

Sono domande diverse. E richiedono risposte diverse.

La nostra ricerca partirà dunque dai documenti e non dalla conclusione.

Dovremo distinguere i capi d'accusa realmente documentati dalle accuse riportate nelle diverse fasi del procedimento; distinguere il pensiero di Bruno dalle interpretazioni dei suoi inquisitori; distinguere il Bruno storico dal Bruno trasformato, nei secoli successivi, in simbolo di differenti battaglie culturali.

Sarà altrettanto importante comprendere il significato della parola panteismo.

Bruno viene frequentemente definito panteista. Ma questa definizione non può essere assunta come una verità originaria del suo processo. Dovremo verificare se la sua concezione di Dio, dell'Uno, della natura, dell'anima del mondo e dell'infinito possa realmente essere ricondotta senza forzature alla categoria filosofica di panteismo, oppure se quella definizione rappresenti una successiva interpretazione del suo pensiero.

Questa cautela è indispensabile.

Perché il nostro scopo non è sostituire una leggenda con un'altra.

È ricostruire.

E proprio dalla ricostruzione di Bruno emergerà il problema più grande.

Quando una nuova forma di conoscenza modifica la rappresentazione del mondo, non cambia soltanto ciò che gli uomini sanno.

Cambia ciò che gli uomini possono fare.

Copernico modifica la posizione della Terra nell'universo.

Bruno porta quella rivoluzione verso l'infinito cosmologico e metafisico.

Galileo trasforma la nuova visione della natura in osservazione, esperienza e dimostrazione.

La scienza moderna sottrae progressivamente la conoscenza della natura al controllo delle autorità estranee al metodo scientifico.

La tecnologia trasforma la conoscenza in capacità produttiva.

L'energia trasforma quella capacità in potenza industriale e geopolitica.

La bioetica introduce il problema dei limiti morali della capacità scientifica di intervenire sulla vita.

E oggi l'intelligenza artificiale apre una frontiera ancora diversa.

Per la prima volta l'uomo non costruisce soltanto strumenti capaci di aiutarlo a conoscere.

Sta costruendo sistemi capaci di elaborare conoscenza, apprendere, prendere decisioni e, attraverso la robotica cognitiva e gli umanoidi, agire fisicamente sulla realtà.

Qui la domanda di Bruno ritorna, ma in una forma completamente nuova:

chi controllerà la conoscenza quando la conoscenza potrà essere prodotta, elaborata e applicata anche da sistemi artificiali?

E subito dopo ne compare una ancora più inquietante:

chi controllerà coloro che controlleranno l'intelligenza artificiale?

Questa è la ragione per cui il nostro viaggio non terminerà nel 1600.

Passerà da Bruno a Galileo Galilei, dalla rivoluzione scientifica alla riflessione di Antonino Zichichi sul rapporto fra scienza e Creatore, dalla teologia di Joseph Ratzinger sul rapporto fra fede e ragione alla bioetica, fino all'intelligenza artificiale, alla robotica cognitiva, agli umanoidi e alla nuova questione della sovranità tecnologica.

La prospettiva che guiderà questo percorso sarà profondamente cristiana, ma non antiscientifica.

Al contrario.

Galileo ci offre un principio fondamentale: la natura può essere studiata attraverso la ragione e l'esperienza proprio perché è opera di Dio. La scienza non deve necessariamente allontanare l'uomo dal Creatore; può condurlo a una conoscenza più profonda della Creazione.

Zichichi porterà questa domanda nel cuore della fisica contemporanea.

Ratzinger offrirà il riferimento teologico attraverso il quale comprendere che fede e ragione non sono necessariamente antagoniste e che la tecnica, separata dalla verità sull'uomo, rischia di trasformarsi in potere sull'uomo.

E qui il racconto biblico dell'Eden e della Torre di Babele assume una nuova forza interpretativa.

L'Albero della Conoscenza del bene e del male non può essere letto semplicemente come un divieto della conoscenza. Il problema biblico è più profondo: la pretesa dell'uomo di appropriarsi autonomamente del bene e del male, trasformando la conoscenza in una prerogativa assoluta.

A Babele, invece, la conoscenza diventa capacità costruttiva e potere collettivo: l'uomo costruisce una torre e vuole «farsi un nome».

Conoscenza e potenza si incontrano.

È precisamente ciò che dobbiamo interrogare davanti all'intelligenza artificiale.

Non dobbiamo chiederci soltanto quanto intelligente potrà diventare una macchina.

Dobbiamo chiederci quale idea dell'uomo, della vita, della responsabilità, del Creato e del bene verrà incorporata nelle macchine che costruiremo.

L'uomo può creare strumenti, trasformare la materia, scoprire le leggi della natura e spingersi ai confini della conoscenza. Ma rimane creatura.

La capacità tecnica non coincide con la legittimità morale.

Possiamo fare qualcosa non significa necessariamente che dobbiamo farlo.

Questa sarà la nuova bioetica dell'intelligenza: una riflessione sulla responsabilità dell'uomo nel momento in cui la sua capacità tecnologica non si limita più a intervenire sulla vita, ma arriva a costruire sistemi capaci di conoscere, decidere e agire.

E qui si apre anche la questione della sovranità.

Nel passato il potere è stato legato al controllo della terra, delle rotte commerciali, delle risorse, dell'energia e dell'industria.

Nel XXI secolo a queste dimensioni si aggiungono i dati, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, i modelli di intelligenza artificiale, l'energia necessaria per alimentarli e la capacità industriale di trasformare l'intelligenza artificiale in robotica.

Per questo la sovranità del futuro non potrà essere soltanto energetica.

Dovrà essere anche tecnologica e cognitiva.

Chi controlla l'energia alimenta la tecnologia.

Chi controlla la tecnologia costruisce le macchine.

Chi controlla l'intelligenza artificiale controlla una parte crescente della capacità di elaborare conoscenza.

E chi controlla la conoscenza dispone di una nuova forma di potere.

È questo il filo che unisce Giordano Bruno all'intelligenza artificiale.

Non la semplice storia di un filosofo condannato.

Non la contrapposizione fra Chiesa e scienza.

Non una celebrazione della tecnologia.

Ma una domanda che attraversa i secoli:

Quando la conoscenza aumenta la libertà dell'uomo e quando, invece, diventa uno strumento per concentrare il potere nelle mani di pochi?

E, ancora più profondamente:

Come può l'uomo continuare a cercare la verità, conoscere il Creato e sviluppare la propria capacità tecnologica senza trasformare la conoscenza in una pretesa di dominio assoluto?

Da Giordano Bruno all'Intelligenza Artificiale, questa sarà la nostra ricerca.

Non la verità narrata dai poteri che si sono succeduti nel tempo, ma la verità dei fatti.

E, una volta ricostruiti i fatti, la domanda più difficile:

che cosa ci insegnano per il futuro dell'uomo?

PARTE I — GIORDANO BRUNO

La conoscenza che sfida l'autorità

1. Un uomo nato dentro il cristianesimo

Per comprendere Giordano Bruno occorre anzitutto liberarsi di una rappresentazione che, nel corso dei secoli, ha finito per sovrapporsi alla persona storica: quella di un pensatore nato già in opposizione alla Chiesa, quasi fosse un libero pensatore moderno precipitato accidentalmente nel XVI secolo.

Non è così.

Filippo Bruno nasce a Nola nel 1548 ed entra giovanissimo nell'Ordine dei Frati Predicatori. Nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli riceve una formazione teologica che non è marginale né superficiale. Studia la filosofia aristotelica, la teologia scolastica, Tommaso d'Aquino e Pietro Lombardo; viene ordinato sacerdote nel 1572 e consegue la licenza in teologia nel 1575.

Questo dato deve rimanere al centro della nostra ricostruzione.

Bruno conosceva il linguaggio della teologia cristiana dall'interno.

Conosceva le Scritture, i Padri, la scolastica, la dottrina della Chiesa e le controversie teologiche del proprio tempo. Non era quindi un uomo che si fosse semplicemente posto contro una religione che non conosceva.

Era un uomo che aveva studiato dall'interno dell'istituzione religiosa e che proprio attraverso quella formazione avrebbe sviluppato una ricerca filosofica sempre più radicale.

Questo non significa, e non dobbiamo fingere che significhi, che Bruno sia rimasto fedele a ogni dogma cattolico fino alla morte. I documenti del processo mostrano il contrario su diverse questioni.

Significa però che la sua vicenda deve essere compresa attraverso una domanda più precisa:

Bruno si allontanò da Cristo oppure entrò in conflitto con l'interpretazione teologica e con l'autorità istituzionale che la Chiesa del suo tempo esercitava sulla conoscenza?

La risposta non può essere stabilita per decreto.

Deve essere ricercata nei suoi testi.

2. Il mondo nel quale Bruno vive

Bruno nasce in un'Europa che sta attraversando una trasformazione senza precedenti.

La scoperta dell'America ha ampliato improvvisamente i confini del mondo conosciuto.

La stampa ha moltiplicato la velocità di circolazione delle idee.

L'umanesimo ha riportato al centro lo studio diretto dei testi antichi.

La riscoperta di Platone, del neoplatonismo, dell'ermetismo e di tradizioni filosofiche precedenti alla scolastica ha aperto nuovi percorsi intellettuali.

Copernico ha messo in discussione la posizione della Terra nell'universo.

La Riforma protestante ha spezzato l'unità religiosa dell'Europa occidentale.

La Chiesa cattolica ha reagito attraverso il Concilio di Trento e il rafforzamento degli strumenti di controllo dottrinale.

Questa trasformazione non è soltanto religiosa.

È una trasformazione dell'intero sistema attraverso il quale l'Europa definiva che cosa fosse vero, chi fosse autorizzato a dirlo e quali conseguenze sociali e politiche potesse avere una verità nuova.

È dentro questa frattura che dobbiamo collocare Bruno.

3. La Chiesa del tempo di Bruno

Per comprendere il conflitto è necessario evitare un altro anacronismo.

La Chiesa del XVI secolo non può essere descritta con le categorie della Chiesa contemporanea.

Nella realtà politica dell'epoca il papato esercitava anche un potere temporale; l'autorità religiosa, quella giuridica e quella politica erano profondamente intrecciate.

L'eresia non era quindi soltanto una questione privata di opinione.

Mettere in discussione un principio religioso riconosciuto dall'autorità ecclesiastica poteva significare mettere in discussione anche un ordine sociale e politico fondato su quella stessa autorità.

Questo non significa che ogni condanna religiosa fosse necessariamente motivata da interessi politici.

Significa che la dimensione politica non può essere esclusa dall'analisi storica del sistema nel quale quelle condanne avvenivano.

Ed è proprio questa distinzione che ci consentirà di studiare il caso Bruno senza pregiudizi.

4. La ricerca di Bruno

La peculiarità di Bruno non consiste semplicemente nell'aver accettato Copernico.

La sua operazione è molto più radicale.

Bruno porta la rivoluzione copernicana dal piano astronomico al piano filosofico e metafisico.

Se la Terra non è il centro dell'universo, perché dovrebbe esserlo l'uomo?

Se esistono innumerevoli mondi, perché l'universo dovrebbe essere organizzato secondo la struttura gerarchica tradizionale?

Se il cosmo è infinito, come dobbiamo ripensare il rapporto fra Dio, natura e uomo?

Queste domande conducono Bruno verso una concezione dell'universo nella quale l'infinito assume un ruolo centrale.

Ed è qui che il suo pensiero diventa particolarmente difficile da classificare.

Bruno parla di Dio, dell'Uno, della natura, dell'anima del mondo e dell'infinito attraverso una sintesi personale nella quale convergono elementi della filosofia antica, del neoplatonismo, dell'ermetismo, della tradizione aristotelica e della cultura cristiana nella quale era stato formato.

Bruno non può essere liquidato attraverso la semplice etichetta di "panteista": la sua concezione di Dio, dell'infinito, della natura e dell'universo deve essere ricostruita direttamente attraverso le sue opere e attraverso le proposizioni contestate nel processo.

Il panteismo, nella sua formulazione filosofica moderna, identifica Dio e universo in una maniera che non coincide necessariamente con ciò che Bruno intende quando parla dell'Uno, della natura e della divinità.

La questione deve quindi essere affrontata attraverso i suoi testi, non attraverso un'etichetta posteriore.

5. Le accuse: ciò che dobbiamo separare

Uno degli errori più frequenti nella memoria di Bruno consiste nel prendere tutte le accuse emerse durante la sua vicenda processuale e trasformarle in un unico elenco indistinto.

Non possiamo farlo.

Dobbiamo distinguere almeno tre livelli:

le accuse mosse a Venezia;

le proposizioni esaminate a Roma;

le contestazioni che confluirono nella condanna definitiva.

La documentazione mostra che nel processo furono esaminate questioni riguardanti, fra l'altro, la Trinità, la transustanziazione, Cristo, la verginità di Maria, l'anima, la pluralità dei mondi, l'eternità dell'universo e altre proposizioni teologiche e filosofiche.

Non tutte queste affermazioni hanno però lo stesso peso documentario e non tutte possono essere presentate come se fossero state formulate nello stesso modo da Bruno.

La nostra ricostruzione riporterà soltanto i capi d'accusa effettivamente documentati, distinguendo, per quanto possibile, la fase processuale nella quale ciascuna contestazione emerge e la natura della relativa fonte.

Questo è il punto nel quale intendiamo differenziarci dalle ricostruzioni che sovrappongono le diverse fasi processuali o trasformano in un unico elenco accuse formulate in momenti differenti.

Non vogliamo dimostrare che Bruno fosse innocente eliminando le accuse.

Vogliamo verificare quali accuse fossero realmente sue, come furono formulate e come vennero trasformate in imputazioni teologiche e giuridiche.

6. Il processo romano

Nel 1592 Bruno viene arrestato a Venezia.

Dopo il procedimento veneziano viene trasferito a Roma nel 1593.

Da quel momento inizia una fase processuale che durerà circa sette anni.

Questo dato, da solo, dovrebbe impedire qualsiasi lettura semplicistica.

Non si trattò di una decisione immediata.

Le sue opere, le sue dichiarazioni e le sue posizioni furono esaminate ripetutamente.

Nel corso del processo Bruno ebbe anche momenti nei quali sembrò disponibile a una ritrattazione.

Ma progressivamente il conflitto si concentrò su un punto decisivo: la sua disponibilità ad accettare l'interpretazione dell'autorità inquisitoriale sulle proposizioni contestate.

Nel 1599 gli furono sottoposte proposizioni ritenute eretiche.

Il 21 dicembre 1599 Bruno rifiutò definitivamente di ritrattare.

Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII ordinò che Bruno fosse sentenziato come eretico formale, impenitente e pertinace e fosse consegnato al braccio secolare. La sentenza fu poi letta pubblicamente l'8 febbraio 1600.

Il 17 febbraio 1600 Bruno fu condotto a Campo de' Fiori e messo al rogo.

I suoi libri furono condannati e destinati alla distruzione.

7. Il significato della pertinacia

Qui troviamo uno dei punti più importanti dell'intera vicenda.

Bruno non viene condannato soltanto perché possiede determinate opinioni.

Viene qualificato come pertinace perché non accetta la ritrattazione richiesta dall'autorità.

Questo significa che nel procedimento inquisitoriale la questione della verità non era separabile dalla questione dell'autorità.

La domanda diventava:

chi ha l'ultima parola nel determinare se una proposizione può essere sostenuta da un cristiano?

Bruno?

La sua coscienza?

La ragione filosofica?

La teologia?

Il tribunale ecclesiastico?

È qui che il caso Bruno supera la singola disputa dottrinale.

8. Bruno e il potere della parola

Anche la sorte dei suoi libri non può essere considerata un dettaglio.

La condanna non riguarda soltanto l'uomo.

Riguarda anche la trasmissione del suo pensiero.

I suoi libri vengono condannati e destinati al rogo; le sue opere vengono inoltre incluse nell'Indice.

Prima dell'esecuzione gli viene inoltre impedito di utilizzare liberamente la parola.

Le fonti relative all'esecuzione riferiscono che Bruno fu condotto al rogo con la lingua immobilizzata, impedendogli di parlare. Non abbiamo invece una prova documentale che tale provvedimento fosse finalizzato a impedirgli formule magiche o preghiere capaci di salvarlo

Questa distinzione deve essere mantenuta.

Ma il fatto rimane simbolicamente e politicamente potente:

Bruno viene privato dell'uomo, della parola e della trasmissione pubblica della sua opera.

In questa prospettiva, il potere non colpisce soltanto il pensatore.

Colpisce anche la possibilità che il suo pensiero continui a circolare.

9. La domanda che dobbiamo porci

A questo punto non possiamo ancora concludere che Bruno sia stato condannato perché il suo pensiero minacciava il potere temporale della Chiesa.

Sarebbe anticipare la conclusione.

Ma possiamo porre questa ipotesi al centro della ricerca:

La condanna teologica di Bruno fu soltanto l'applicazione della dottrina del tempo oppure rappresentò anche uno strumento attraverso il quale un sistema di autorità politico-religiosa cercò di impedire la diffusione di una nuova concezione dell'universo, della natura, dell'uomo e del rapporto con Dio?

Questa è la tesi interpretativa che propongo in questo lavoro, elaborata sulla base della documentazione esaminata e confrontata con le fonti disponibili. I fatti documentati vengono distinti dalle interpretazioni che ne propongo; la mia tesi consiste nell'interpretare la vicenda di Bruno anche alla luce del rapporto fra conoscenza, autorità ecclesiastica e potere temporale nel contesto storico del suo tempo.

Questa tesi sarà quindi argomentata confrontando il processo di Bruno con il contesto storico nel quale esso avvenne e distinguendo ciò che le fonti documentano da ciò che esse consentono di interpretare.

Perché la posta in gioco potrebbe essere stata molto più grande di una controversia sulla cosmologia.

10. La rilettura della Chiesa contemporanea

Quattro secoli dopo, la stessa Santa Sede ha invitato a rileggere la vicenda di Giordano Bruno «con spirito aperto alla piena verità storica». Nel messaggio del 17 febbraio 2000, il Segretario di Stato Cardinale Angelo Sodano riconosce che Bruno giunse, su alcuni punti decisivi, a posizioni incompatibili con la dottrina cristiana, ma riconosce anche che il procedimento inquisitoriale utilizzò metodi di coazione allora comuni e che il suo esito violento, avvenuto per mano del potere civile, costituisce oggi per la Chiesa motivo di profondo rammarico. Lo stesso documento precisa tuttavia che i giudici erano ritenuti animati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune e che avevano fatto anche il possibile per salvargli la vita.

Questo documento non consente quindi di concludere che la condanna di Bruno fosse stata determinata da una finalità politica. Consente però di distinguere con maggiore precisione il piano delle proposizioni teologiche contestate, quello del procedimento inquisitoriale e quello dell'esecuzione della pena da parte del potere civile. È precisamente all'interno di questa distinzione che si colloca la domanda interpretativa di questo lavoro.

È all'interno di questa distinzione che si colloca la mia tesi: verificare se il rapporto fra conoscenza, autorità e potere temporale costituisca una dimensione indispensabile per comprendere fino in fondo la vicenda di Giordano Bruno.

11. La protezione che Bruno non ebbe

Il confronto con Galileo dovrà essere uno dei nostri strumenti più importanti.

Galileo nascerà quasi mezzo secolo dopo Bruno e vivrà un contesto diverso.

Ma avrà qualcosa che Bruno non ebbe nella stessa misura: una rete di protezione politica e culturale.

I Medici, e in particolare Cosimo II, offrirono a Galileo una significativa protezione politica e culturale, soprattutto dopo il suo trasferimento a Firenze nel 1610.

Galileo diventerà filosofo e matematico di corte e godrà di un prestigio politico e culturale che gli consentirà di affrontare lo scontro con l'autorità ecclesiastica in condizioni completamente diverse.

Questo non significa che la protezione dei Medici abbia reso Galileo immune dal potere ecclesiastico.

Non lo rese.

Galileo sarà comunque processato nel 1633 e condannato.

Ma non sarà Bruno.

Non sarà condotto al rogo.

E questa differenza merita di essere studiata.

Perché introduce una variabile spesso sottovalutata nella storia dell'innovazione:

non conta soltanto ciò che una persona scopre; conta anche il sistema di potere che decide se quella scoperta può sopravvivere, diffondersi e trasformare la società.

12. Bruno, Galileo e la stessa domanda

Bruno e Galileo non sono lo stesso pensatore.

Non devono essere sovrapposti.

Bruno è prevalentemente filosofo e metafisico; Galileo è soprattutto scienziato sperimentale e matematico.

Ma entrambi partecipano a una trasformazione fondamentale:

la natura diventa qualcosa che l'uomo può interrogare direttamente.

E qui appare la continuità con la prospettiva cristiana che propongo in questo lavoro.

Galileo non vede nella scienza una negazione di Dio.

Al contrario, scrive:

«né men eccellentemente ci si scuopre Iddio negli effetti di natura che ne' sacri detti delle Scritture».

La natura è dunque una via attraverso la quale l'uomo può contemplare l'opera del Creatore.

La scienza non distrugge Dio.

Può diventare uno strumento attraverso il quale l'uomo comprende meglio il Creato.

Questa sarà una delle chiavi attraverso cui propongo di rileggere Bruno.

13. Dalla conoscenza di Bruno alla scienza di Galileo

Il passaggio da Bruno a Galileo non rappresenta quindi una progressiva uscita dalla religione.

Rappresenta qualcosa di più complesso:

la progressiva conquista dell'autonomia del metodo attraverso il quale l'uomo studia la natura.

Galileo porterà questa autonomia a una formulazione destinata a cambiare la storia:

«nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie».

Non è una dichiarazione contro Dio.

È una dichiarazione contro la confusione dei piani.

La Scrittura e la natura hanno lo stesso Autore; ma la natura deve essere interrogata attraverso gli strumenti propri della conoscenza naturale.

Questo principio diventerà uno degli elementi fondativi della modernità scientifica.

14. Dalla scienza al futuro

Ed è proprio qui che il nostro percorso deve andare oltre Bruno.

Se la conoscenza modifica il potere, ogni rivoluzione della conoscenza produce inevitabilmente una nuova questione politica.

Nel percorso storico che qui proponiamo, la rivoluzione astronomica ha cambiato la rappresentazione del cosmo.

La rivoluzione scientifica ha ampliato la capacità dell'uomo di conoscere la natura.

La rivoluzione industriale ha trasformato quella conoscenza in potenza produttiva.

L'espansione dell'uso dell'energia ha contribuito a trasformare la potenza produttiva in potenza geopolitica.

La rivoluzione digitale ha trasformato l'informazione in una nuova forma di capitale.

L'intelligenza artificiale sta facendo un passo ulteriore:

trasforma la conoscenza in una capacità che può essere parzialmente delegata a sistemi artificiali.

E la robotica cognitiva aggiunge un'altra dimensione:

la conoscenza artificiale può diventare capacità di agire.

Con gli umanoidi, questa capacità entra direttamente nello spazio fisico dell'uomo.

Ma è proprio qui che il rapporto fra conoscenza e potere cambia nuovamente direzione.

Nel tempo di Giordano Bruno, il potere poteva esercitarsi anche attraverso il controllo della conoscenza: una nuova conoscenza capace di mettere in discussione l'ordine consolidato poteva diventare destabilizzante per l'autorità.

Con Galileo la conoscenza conquista progressivamente autonomia dall'autorità e la scienza costruisce propri criteri di osservazione, esperienza e verifica. La conoscenza diventa quindi una forza autonoma capace di trasformare la società.

Da quel momento, però, la conoscenza non rimane soltanto conoscenza. Diventa tecnologia; la tecnologia diventa capacità produttiva e strategica; la capacità tecnologica diventa potere.

Ed è qui che si manifesta la parabola invertita del nostro tempo: ciò che un tempo poteva destabilizzare il potere — la nuova conoscenza — può oggi essere incorporato nella tecnologia e diventare uno degli strumenti attraverso i quali il potere si rafforza.

Il problema contemporaneo non è quindi soltanto chi controlla ciò che l'uomo può conoscere. È chi controlla gli strumenti attraverso i quali la conoscenza viene prodotta, elaborata, selezionata, distribuita e trasformata in decisione e azione.

È qui che la nostra ricerca storica si trasforma in una domanda sul futuro.

15. Dall'Albero della Conoscenza alla Torre di Babele

La tradizione biblica offre due immagini che possono aiutarci a comprendere non soltanto la crescita della conoscenza e della potenza umana, ma anche il rischio che esse, una volta trasformate in capacità tecnologica, sfuggano alla misura e al controllo dell'uomo.

Nell'Eden, il problema non è semplicemente la conoscenza.

È la pretesa dell'uomo di appropriarsi autonomamente della conoscenza del bene e del male.

A Babele, il problema non è semplicemente la capacità di costruire.

È la pretesa dell'uomo di costruire la propria grandezza fino a "farsi un nome", come se la propria potenza potesse diventare assoluta.

Conoscenza e potere si incontrano. E quando la conoscenza diventa tecnologia, il potere non consiste più soltanto nella capacità di sapere e costruire, ma anche nella capacità di delegare alla propria creatura tecnologica funzioni sempre più ampie di elaborazione, decisione e azione.

È precisamente davanti all'intelligenza artificiale che questa questione assume oggi una forma nuova e concreta.

Oggi l'uomo sta costruendo sistemi capaci non soltanto di eseguire istruzioni, ma di elaborare informazioni, apprendere da dati, generare contenuti, supportare decisioni e, attraverso sistemi robotici, intervenire nel mondo fisico.

Qui si apre una seconda inversione.

Se nel passato il problema era il potere che cercava di impedire alla conoscenza di destabilizzare l'ordine costituito, oggi emerge il problema opposto: una tecnologia alimentata dalla conoscenza potrebbe diventare progressivamente capace di operare con livelli crescenti di autonomia rispetto all'intervento umano diretto.

La questione futura non sarebbe allora soltanto chi controlla la conoscenza o chi controlla la tecnologia. Sarebbe se l'uomo possa continuare a governare pienamente una tecnologia alla quale ha progressivamente delegato parti della propria capacità di conoscere, decidere e agire.

Non significa affermare che questo scenario si sia già realizzato, né attribuire alle macchine una volontà propria che oggi non possiamo dimostrare. Significa interrogare il limite oltre il quale la complessità e l'autonomia dei sistemi tecnologici potrebbero rendere più difficile per l'uomo comprenderli, governarli e limitarne gli effetti.

Ed è proprio qui che la riflessione tecnologica incontra la domanda antropologica e, per la prospettiva di questo lavoro, quella teologica.

Se l'uomo costruisce una tecnologia capace di conoscere, elaborare, decidere e agire con livelli crescenti di autonomia, il problema non riguarda più soltanto ciò che l'uomo può fare con la tecnologia. Riguarda anche ciò che la tecnologia potrebbe arrivare a fare con il potere che l'uomo le ha affidato.

La questione non è quindi immaginare una macchina che "diventa Dio". Una simile affermazione non sarebbe né scientificamente dimostrabile né teologicamente corretta. La questione è più concreta: se l'uomo trasferisce progressivamente alla propria creatura tecnologica funzioni che appartenevano alla sua capacità di conoscere, decidere e agire, potrebbe arrivare a dipendere dalla stessa tecnologia che ha costruito.

In questa prospettiva, la creatura rischia di diventare il limite della libertà del suo stesso creatore.

La domanda non è quindi se dobbiamo avere paura dell'intelligenza artificiale.

La domanda è:

quale idea dell'uomo guiderà la sua costruzione?

E soprattutto:

chi stabilirà ciò che l'intelligenza artificiale dovrà considerare vero, giusto, utile e moralmente accettabile?

Questa domanda ci condurrà alla bioetica dell'intelligenza, alla robotica cognitiva, agli umanoidi e alla sovranità tecnologica.

Ma prima dovremo attraversare Galileo.

E dopo Galileo dovremo incontrare un altro scienziato che ha fatto del rapporto fra scienza e Creatore una parte centrale della propria riflessione:

Antonino Zichichi.

Sarà lui a portarci dalla rivoluzione scientifica alla fisica contemporanea e a mostrarci come, anche dopo secoli di progresso scientifico, la domanda su Dio non sia necessariamente scomparsa.

Anzi, può diventare ancora più radicale.

Perché più profondamente l'uomo entra nella struttura del Creato, più inevitabile diventa la domanda sul significato ultimo della realtà.

Ed è da questa domanda che, nel nostro percorso, arriveremo infine all'intelligenza artificiale.

PARTE II — GALILEO GALILEI

Il libro della natura e l'autonomia della conoscenza

1. Galileo dopo Bruno

Quando Giordano Bruno viene arso vivo a Roma, il 17 febbraio 1600, Galileo Galilei ha trentasei anni.

La storia li separerà definitivamente, ma il problema che li unisce è destinato a diventare uno dei grandi nodi della modernità: chi può stabilire come debba essere interpretata la realtà?

Bruno aveva portato la cosmologia copernicana verso una concezione filosofica dell'universo infinito. Galileo porterà invece la nuova astronomia dentro un metodo fondato sull'osservazione, sull'esperienza e sulla matematica.

La differenza è decisiva.

Bruno è soprattutto un filosofo della natura e dell'infinito.

Galileo è il protagonista di una trasformazione metodologica che renderà la scienza progressivamente autonoma nella ricerca delle leggi della natura.

E tuttavia è fondamentale non trasformare Galileo nel simbolo di una guerra fra scienza e religione.

Galileo non combatte Dio.

Combatte la pretesa di utilizzare un'autorità estranea al metodo scientifico per stabilire preventivamente ciò che la natura può o non può essere.

Questa distinzione sarà uno dei cardini del nostro lavoro.

2. La natura come opera di Dio

La riflessione galileiana sulla natura si sviluppa dentro una visione nella quale il mondo naturale è considerato opera del Creatore.

Per Galileo il mondo naturale non è un meccanismo privo di significato.

È il Creato.

E proprio perché è Creato, può essere studiato.

Dio ha dato all'uomo sensi, ragione e intelletto.

Utilizzarli per conoscere la natura non significa allontanarsi da Dio: significa utilizzare gli strumenti che Dio stesso ha dato all'uomo.

È questo il senso profondo della concezione galileiana dei due libri: il libro della Scrittura e il libro della Natura.

Entrambi hanno origine divina.

La difficoltà nasce soltanto quando l'uomo confonde i loro linguaggi e attribuisce alla Scrittura una funzione che non le appartiene oppure pretende di utilizzare un'interpretazione letterale di un passo biblico per negare ciò che l'esperienza e la dimostrazione naturale hanno stabilito.

Galileo lo esprime nella Lettera a Cristina di Lorena:

«né men eccellentemente ci si scuopre Iddio negli effetti di natura che ne' sacri detti delle Scritture». (Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena, 1615)

È una frase di straordinaria importanza.

La natura diventa una via attraverso la quale l'uomo può contemplare Dio.

Non perché la scienza sostituisca la fede.

Ma perché il Creatore si manifesta anche attraverso il Creato.

3. La frase che separa Galileo dallo scientismo

La grandezza della posizione galileiana sta proprio qui.

Galileo non dice:

la scienza spiega Dio.

Dice qualcosa di più sottile:

la scienza permette di conoscere le opere di Dio.

Questa differenza è fondamentale.

La scienza può descrivere, misurare, verificare e spiegare i fenomeni naturali.

Ma la domanda sul perché ultimo dell'esistenza, sul significato della realtà e sul Creatore appartiene a un piano ulteriore.

Per questo Galileo non è un precursore dello scientismo.

È, al contrario, uno degli uomini che contribuiscono a stabilire il corretto rapporto fra conoscenza scientifica e fede.

La scienza deve essere libera nel proprio campo.

La fede non deve trasformarsi in un trattato di fisica.

Ma la scienza, proprio per essere autenticamente razionale, non deve pretendere di dimostrare che ciò che non appartiene al suo metodo non esiste.

4. "Il libro della natura"

Nel Saggiatore, Galileo scrive una delle metafore più importanti della storia della scienza:

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta dinanzi agli occhi, io dico l'universo...»

E aggiunge che il libro è scritto nel linguaggio della matematica.

Questa concezione introduce una rivoluzione.

La natura non deve essere conosciuta soltanto attraverso l'autorità degli antichi.

Deve essere interrogata.

Osservata.

Misurata.

Sottoposta all'esperienza.

Tradotta matematicamente.

Verificata.

La conoscenza diventa quindi un processo nel quale l'autorità dell'uomo viene progressivamente sostituita dall'autorità della realtà osservabile.

Questo è il vero significato della rivoluzione galileiana.

5. La frase che diventerà uno spartiacque

Galileo formula nella Lettera a Cristina un principio destinato a diventare fondamentale:

«nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie».

Non è una dichiarazione contro la Scrittura.

È una dichiarazione sull'ordine della conoscenza.

Se vogliamo sapere come funziona il mondo fisico, dobbiamo interrogare il mondo fisico.

La Scrittura non perde valore.

Perde semplicemente una funzione che Galileo ritiene non le appartenga: quella di sostituire l'esperienza naturale nella determinazione delle leggi fisiche.

Questa distinzione diventerà uno dei grandi fondamenti della modernità.

6. La questione del potere

Qui ritorniamo al tema centrale del nostro libro.

Se un'autorità possiede il monopolio dell'interpretazione della realtà, possiede anche una forma di potere.

Quando Galileo afferma che la natura può essere conosciuta direttamente attraverso esperienza e ragione, non sta soltanto introducendo un nuovo metodo scientifico.

Sta contribuendo a modificare la distribuzione dell'autorità.

L'uomo può osservare.

Può misurare.

Può verificare.

Può ripetere l'esperimento.

Può contestare un'autorità sulla base di una prova.

Questo principio, una volta affermato, non può essere facilmente confinato all'astronomia.

Diventa uno dei fondamenti della modernità.

La conoscenza non è più necessariamente ciò che un'autorità trasmette.

Può essere ciò che l'uomo verifica.

Ed è qui che il nostro titolo comincia a mostrare il suo significato:

CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA CONTROLLA IL POTERE.

7. Galileo e la Chiesa: evitare una falsa guerra

La vicenda di Galileo viene spesso raccontata attraverso una contrapposizione troppo semplice:

scienza contro Chiesa.

La realtà è più complessa.

Galileo era credente.

Numerosi uomini di Chiesa erano impegnati nella ricerca scientifica.

La Chiesa disponeva di astronomi e matematici di grande valore.

Il conflitto nasce progressivamente attorno a una questione precisa: chi abbia l'autorità di stabilire l'interpretazione corretta di determinati fenomeni naturali quando essi sembrano entrare in tensione con un'interpretazione tradizionale della Scrittura.

Galileo sostiene che, quando si dispone di dimostrazioni naturali e di esperienza sensibile, non si possa semplicemente negarle sulla base di una lettura letterale di un passo biblico.

Il problema diventa quindi metodologico.

Ma, proprio perché la Chiesa dell'epoca possiede anche una dimensione istituzionale e politica, il problema metodologico assume inevitabilmente una dimensione di potere.

8. Il diverso destino di Galileo

Qui torna il confronto con Bruno.

Galileo non sarà protetto dalla Chiesa.

Sarà invece sostenuto, almeno per lunghi periodi, da una rete politica e culturale potentissima.

I Medici rappresentano una componente decisiva di questa protezione.

Nel 1610 Galileo viene chiamato a Firenze da Cosimo II de' Medici e assume il ruolo di filosofo e matematico di corte.

La scoperta dei satelliti di Giove e la loro denominazione come "Medicea Sidera" consolidano il rapporto tra la sua ricerca e la casa granducale.

Questo elemento non deve essere interpretato semplicemente come una curiosità biografica.

È una lezione sulla storia dell'innovazione.

La verità scientifica può essere la stessa; la possibilità di sostenerla pubblicamente può dipendere anche dall'ambiente di potere nel quale lo scienziato si trova.

Bruno non disponeva di una protezione politica analoga.

Galileo sì.

Galileo verrà comunque processato e condannato.

Ma la sua sorte sarà diversa.

Questa differenza non dimostra automaticamente che la condanna di Bruno fosse politica.

Ma dimostra che la protezione politica può modificare profondamente la traiettoria di un'innovazione e la capacità del suo autore di sopravvivere al conflitto con il potere.

9. Galileo e la vera autonomia della scienza

Il risultato storico della vicenda galileiana sarà molto più grande dello stesso processo.

La scienza moderna svilupperà progressivamente proprie istituzioni, propri metodi, proprie comunità e propri criteri di verifica.

La verità scientifica non dipenderà più dalla posizione sociale di chi parla.

Una proposizione non sarà vera perché la pronuncia un'autorità.

Sarà vera perché può essere dimostrata, osservata e verificata secondo il metodo appropriato.

Questo è uno dei passaggi fondamentali nella storia della libertà della conoscenza.

Ma dobbiamo ancora una volta evitare un errore.

L'autonomia della scienza non significa autonomia morale assoluta della tecnologia.

Sono due problemi diversi.

La scienza può stabilire:

che cosa è possibile.

Non può, da sola, stabilire:

che cosa è moralmente giusto fare.

Questa distinzione diventerà fondamentale quando arriveremo alla bioetica e all'intelligenza artificiale.

10. Da Galileo a Zichichi

Quattro secoli dopo Galileo, Antonino Zichichi riprenderà il problema da una prospettiva completamente contemporanea.

Zichichi non considera la scienza una negazione della fede.

Al contrario, la sua riflessione pubblica insiste sul fatto che la conoscenza scientifica dell'universo non elimini la domanda sull'origine, sull'ordine e sul significato del Creato.

Il suo interesse per Galileo non è casuale.

Zichichi ha dedicato alla figura dello scienziato pisano l'opera Galilei divin uomo e ha affrontato esplicitamente il rapporto fra scienza e fede in Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo.

(Antonino Zichichi, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. Tra fede e scienza, Il Saggiatore, Milano, 1999.

Antonino Zichichi, Galilei divin uomo, Il Saggiatore, Milano, 2001).

La sua posizione ci interessa non perché dobbiamo trasformare Zichichi in un'autorità teologica, ma perché rappresenta un importante esempio contemporaneo di scienziato che non vede incompatibilità necessaria tra ricerca scientifica rigorosa e fede nel Creatore.

Ed è proprio qui che il nostro percorso acquista continuità.

11. La scienza non elimina il mistero

Più la scienza penetra nella struttura della materia, dell'universo e della vita, più aumenta la quantità di realtà che possiamo conoscere.

Ma aumentare la conoscenza non significa necessariamente eliminare il mistero.

Può accadere il contrario.

Ogni risposta può aprire nuove domande.

Ogni legge scoperta può far emergere una domanda più profonda sull'origine di quella legge.

Ogni struttura dell'universo può condurre a una domanda ulteriore sulla ragione della sua intelligibilità.

Questo non è un argomento scientifico per dimostrare Dio.

È una questione filosofica.

Ed è precisamente qui che dobbiamo mantenere la distinzione fra:

scienza, filosofia e teologia.

La scienza studia il mondo naturale.

La filosofia interroga anche i presupposti, il significato e le conseguenze della conoscenza.

La teologia si confronta con Dio attraverso la Rivelazione e la ragione.

Le tre dimensioni possono dialogare senza essere confuse.

12. Ratzinger e il rapporto fra fede e ragione

A questo punto entra il nostro riferimento teologico fondamentale: Joseph Ratzinger, Benedetto XVI.

La sua riflessione sul rapporto fra fede e ragione è particolarmente importante per il nostro percorso perché rifiuta entrambe le riduzioni.

Da una parte, la fede non deve diventare irrazionalità.

Dall'altra, la ragione non deve ridursi a ciò che è immediatamente misurabile e tecnicamente utilizzabile.

L'uomo è più grande della sola capacità di calcolo.

La ragione stessa pone domande sul bene, sulla verità, sulla dignità, sulla giustizia e sul significato.

Ed è qui che la tecnologia incontra il suo limite naturale.

Una macchina può calcolare.

Può ottimizzare.

Può prevedere.

Può apprendere.

Ma la domanda "che cosa dobbiamo fare?" non è identica alla domanda "che cosa possiamo fare?"

13. Dalla scienza alla bioetica

Per gran parte della seconda metà del Novecento la società occidentale si è trovata davanti a una domanda nuova:

se la scienza rende possibile intervenire sulla vita, quali sono i limiti che dobbiamo porre a questa capacità?

Nasce e si sviluppa la bioetica.

Genetica.

Fecondazione assistita.

Cellule staminali.

Clonazione.

Ingegneria genetica.

Trapianti.

Fine vita.

Manipolazione del patrimonio biologico.

La scienza poteva dire sempre più spesso:

"possiamo farlo."

La bioetica introduce una domanda diversa:

"dobbiamo farlo?"

È una trasformazione decisiva.

La società scopre che la possibilità tecnica non coincide con la legittimità morale.

14. E poi arriva l'intelligenza artificiale

L'AI introduce una discontinuità ulteriore.

Con la bioetica l'uomo interviene sulla vita.

Con l'intelligenza artificiale l'uomo comincia a costruire sistemi capaci di elaborare conoscenza.

Con la robotica cognitiva costruisce sistemi capaci di percepire, apprendere, decidere e agire.

Con gli umanoidi questa capacità viene trasferita dentro un corpo artificiale capace di operare nello spazio umano.

La domanda della bioetica si trasforma quindi in una domanda molto più ampia:

quali limiti morali devono accompagnare la costruzione di una nuova capacità cognitiva artificiale?

Non è più sufficiente parlare di sicurezza.

Dobbiamo parlare di:

dignità umana, responsabilità, verità, libertà, giustizia, autonomia, controllo, potere e Creato.

15. L'uomo davanti alla propria capacità creativa

Qui ritorna la Genesi.

L'uomo può conoscere.

Può costruire.

Può trasformare.

Può creare artefatti.

Ma non è Dio.

L'Albero della Conoscenza e la Torre di Babele possono essere letti, nella nostra prospettiva filosofica, come due immagini complementari:

Eden: il problema della conoscenza senza limite morale.

Babele: il problema della potenza senza limite morale.

L'intelligenza artificiale potrebbe rappresentare la convergenza dei due problemi.

Questa lettura non pretende di attribuire alla Genesi una previsione dell'intelligenza artificiale. È una mia interpretazione filosofica, radicata nella visione cristiana, attraverso la quale il racconto biblico può diventare una chiave per interrogare il rapporto fra conoscenza, potenza e limite nell'epoca tecnologica.

Nell'immagine dell'Albero della Conoscenza possiamo riconoscere, sul piano simbolico, la tentazione di oltrepassare il limite che appartiene alla condizione umana. Nella Torre di Babele possiamo invece riconoscere la trasformazione della capacità umana di costruire in una pretesa di potenza senza misura.

L'Intelligenza Artificiale introduce oggi una possibilità nuova perché riunisce, nella stessa traiettoria tecnologica, una capacità crescente di elaborazione della conoscenza e una capacità crescente di trasformarla in azione.

La questione non è quindi se l'uomo debba smettere di conoscere o di costruire. La questione è se la crescita della conoscenza e della potenza tecnologica possa procedere senza un limite antropologico e morale capace di orientarla.

Perché la conoscenza diventa potenza.

E la potenza diventa capacità di costruire sistemi che possono agire sulla realtà.

La domanda non sarà dunque se dobbiamo fermare la conoscenza.

Sarà:

come impedire che la conoscenza diventi una pretesa di onnipotenza?

16. La nuova frontiera della sovranità

Qui il percorso storico diventa politico.

Nel mondo antico il potere dipendeva soprattutto dal controllo della terra e delle risorse.

Nell'età moderna si aggiungono commercio, navigazione, industria ed energia.

Nel Novecento il potere dipende sempre più dalla tecnologia.

Nel XXI secolo emerge una nuova dimensione:

la capacità di controllare la conoscenza.

Dati.

Semiconduttori.

Algoritmi.

Modelli di AI.

Infrastrutture digitali.

Energia per i data center.

Robotica.

Umanoidi.

Capacità industriale.

Questa convergenza produce una nuova forma di potere.

È qui che la parabola iniziata con Giordano Bruno assume il suo significato contemporaneo. Nel suo tempo, una conoscenza capace di oltrepassare i confini stabiliti poteva diventare destabilizzante per il potere. Oggi, al contrario, la conoscenza può essere incorporata nella tecnologia e trasformata in una capacità di potere.

La differenza è decisiva: il potere non deve necessariamente impedire la nuova conoscenza; può cercare di possedere gli strumenti che la producono, la elaborano e la trasformano in decisione e azione.

Per questo la sovranità tecnologica non è un tema aggiuntivo rispetto alla nostra ricerca: è la conseguenza politica della trasformazione della conoscenza in capacità tecnologica.

Per questo la sovranità energetica e quella tecnologica non possono più essere considerate separatamente.

Chi non controlla l'energia necessaria alla propria tecnologia dipende da altri.

Chi non controlla le tecnologie fondamentali dipende da altri.

Chi non controlla i propri sistemi cognitivi dipende da altri per una parte crescente della propria capacità di elaborare conoscenza.

La sovranità del futuro sarà quindi anche sovranità cognitiva.

17. Il vero significato di Galileo nel nostro percorso

Galileo ci lascia dunque un'eredità che va molto oltre il telescopio.

Ci insegna che:

la natura deve essere conosciuta attraverso gli strumenti propri della scienza;

la fede non deve sostituirsi alla ricerca scientifica;

la scienza non deve pretendere di sostituire la fede;

la conoscenza del Creato non è una negazione del Creatore;

l'autorità non può sostituire la prova.

Questa è la grande conquista metodologica che ci conduce verso la modernità.

Ma proprio perché la scienza ha conquistato la propria autonomia, oggi dobbiamo porci una domanda nuova:

chi controllerà la tecnologia che nasce dalla scienza?

Perché liberare la conoscenza dall'autorità non significa aver risolto il problema del potere.

Significa averlo spostato.

Ma questo spostamento non deve essere interpretato come un ritorno al passato. La conoscenza scientifica non deve tornare sotto il controllo di un'autorità che stabilisca preventivamente ciò che l'uomo può conoscere. Il problema del nostro tempo è diverso: la conoscenza, una volta trasformata in tecnologia, acquisisce una capacità di intervento sulla realtà che può essere utilizzata per accrescere il potere umano.

È a questo punto che la figura di Antonino Zichichi assume, nel nostro percorso, un significato particolare.

18. Da Bruno a Galileo, da Galileo a Zichichi

Zichichi rappresenta la continuità della prospettiva galileiana dentro la scienza contemporanea: conoscere il Creato attraverso la ragione scientifica non significa negare il Creatore. Ma proprio questa capacità crescente di conoscere rende più evidente una responsabilità che al tempo di Galileo non poteva ancora manifestarsi nella forma attuale: ciò che l'uomo conosce può essere trasformato in ciò che l'uomo è capace di fare.

La conoscenza scientifica, quindi, non si esaurisce nella contemplazione della realtà. Quando diventa tecnologia, produce capacità. E quando la capacità diventa sufficientemente grande, diventa anche potere.

È questo il passaggio che collega Galileo a Zichichi e Zichichi alla nostra epoca. La scienza continua a interrogare il Creato; la tecnologia traduce una parte di quella conoscenza in capacità di trasformarlo. La questione decisiva diventa allora quale responsabilità debba accompagnare quella capacità.

Il nostro percorso può quindi essere letto come una parabola storica del rapporto fra conoscenza e potere.

Con Giordano Bruno incontriamo un'epoca nella quale la conoscenza poteva entrare in conflitto con un sistema di autorità perché una nuova interpretazione della realtà poteva mettere in discussione i confini del sapere riconosciuto.

Con Galileo la conoscenza conquista progressivamente autonomia: la natura deve essere interrogata attraverso l'esperienza, la ragione e la dimostrazione.

Con Zichichi ritroviamo, nella scienza contemporanea, la convinzione che l'indagine razionale sul Creato non imponga la negazione del Creatore.

Con Ratzinger emerge il passaggio successivo: quanto più cresce la capacità tecnica dell'uomo, tanto più diventa necessaria la responsabilità morale di ciò che egli costruisce.

Da qui il rapporto fra conoscenza e potere cambia direzione. La conoscenza diventa tecnologia; la tecnologia diventa capacità; la capacità diventa potere.

Nel tempo di Bruno, una nuova conoscenza poteva destabilizzare il potere. Nel nostro tempo, la conoscenza può invece essere incorporata nella tecnologia e diventare uno degli strumenti attraverso i quali il potere aumenta la propria capacità di conoscere, decidere e agire.

Questa è la prima inversione della parabola.

Ma l'intelligenza artificiale introduce una seconda questione, ancora più radicale. Se una parte crescente della conoscenza viene incorporata in sistemi capaci di apprendere, elaborare, pianificare e agire, il problema non sarà più soltanto chi controlla la conoscenza o chi controlla la tecnologia. Sarà anche se l'uomo riuscirà a mantenere il controllo sulla propria creatura tecnologica.

La domanda del nostro tempo diventa quindi duplice: chi controlla la tecnologia che controlla la conoscenza? E chi controlla la tecnologia quando essa raggiunge livelli crescenti di autonomia?

Bruno ci pone davanti alla conoscenza che può entrare in conflitto con un sistema di autorità quando mette in discussione la rappresentazione consolidata della realtà.

Galileo rappresenta la conquista dell'autonomia del metodo scientifico: la natura deve poter essere interrogata attraverso l'esperienza, la ragione e la dimostrazione.

Zichichi porta questa fiducia nella ragione scientifica dentro la fisica contemporanea, mostrando che l'ampliamento della conoscenza del Creato non obbliga l'uomo ad abbandonare la domanda sul Creatore.

Ratzinger introduce il passaggio decisivo sul piano etico: la ragione e la tecnica non possono essere separate dalla verità sull'uomo, dalla responsabilità e dal bene.

Da questo momento il problema cambia. La conoscenza non è più soltanto ciò che l'uomo conquista. È anche ciò che l'uomo incorpora nelle proprie tecnologie.

La conoscenza diventa capacità; la capacità diventa tecnologia; la tecnologia diventa potere.

Ed è qui che la parabola si rovescia: ciò che un tempo poteva destabilizzare il potere attraverso la nuova conoscenza può oggi diventare uno strumento attraverso il quale il potere rafforza la propria capacità di conoscere, decidere e agire.

Questa è la soglia che conduce all'intelligenza artificiale.

E da questa soglia in avanti il problema non sarà più soltanto la libertà dell'uomo di conoscere. Sarà la responsabilità dell'uomo per ciò che la sua conoscenza gli permette di costruire e, soprattutto, per il potere che quelle costruzioni possono acquisire.

La storia di Bruno ci mostra il rischio di un potere che cerca di controllare la conoscenza. La storia di Galileo mostra la conquista dell'autonomia della conoscenza. Zichichi ci ricorda che la conoscenza del Creato può convivere con la fede nel Creatore. Ratzinger ci ricorda che la capacità tecnica non può diventare un assoluto.

L'intelligenza artificiale ci porta ora davanti a una domanda ulteriore: che cosa accade quando la conoscenza viene incorporata in sistemi capaci di elaborarla e applicarla con livelli crescenti di autonomia?

È qui che il problema del potere assume una forma nuova.

La storia di Bruno ci ha insegnato che il controllo della conoscenza può diventare controllo del potere.

La storia di Galileo ci ha insegnato che la conoscenza deve poter essere libera di interrogare la natura.

La storia contemporanea ci impone ora una domanda ancora più difficile:

quando costruiremo sistemi capaci di elaborare conoscenza autonomamente, chi controllerà la nuova conoscenza e secondo quali valori sarà utilizzata?

È qui che il nostro viaggio entra definitivamente nel XXI secolo.

PARTE III — ANTONINO ZICHICHI

Quando la scienza torna a interrogare il Creatore

1. Quattro secoli dopo Galileo

Sono passati più di quattro secoli da quando Galileo Galilei sollevò il suo telescopio verso il cielo.

Da allora l'uomo ha compiuto un viaggio che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Ha scoperto che la Terra è un pianeta tra miliardi di altri. Ha compreso che le stelle sono altri soli. Ha penetrato la struttura della materia, ha scoperto l'elettricità, ha imparato a governare l'energia, ha raggiunto il cuore dell'atomo e ha iniziato a interrogare le particelle elementari.

La scienza ha progressivamente ampliato il territorio del conosciuto.

Eppure, mentre l'orizzonte della conoscenza si allargava, una domanda antica non è scomparsa:

perché esiste un universo capace di essere conosciuto?

La risposta scientifica può descrivere l'origine e l'evoluzione dell'universo attraverso modelli, osservazioni e leggi fisiche.

Ma rimane una domanda che appartiene a un altro livello:

perché esiste qualcosa invece del nulla?

È proprio davanti a questa soglia che incontriamo Antonino Zichichi.

2. Lo scienziato davanti all'universo

Zichichi non appartiene all'epoca di Galileo.

È figlio della fisica del Novecento, della ricerca sulle particelle elementari, degli acceleratori, della fisica delle alte energie.

È quindi, per formazione e professione, profondamente immerso nella scienza moderna.

Ed è proprio questo che rende interessante la sua posizione per il nostro percorso.

Non stiamo parlando di un uomo di fede che guarda la scienza dall'esterno.

Stiamo parlando di uno scienziato che ha trascorso la propria vita dentro la ricerca scientifica e che non ha ritenuto necessario abbandonare la fede in Dio per farlo.

Questa circostanza ci permette di tornare a Galileo senza trasformarlo in un'icona del conflitto fra religione e scienza.

La domanda diventa la stessa, ma quattro secoli dopo:

la conoscenza della natura allontana necessariamente l'uomo da Dio?

Zichichi risponde dalla sua esperienza di fisico: non necessariamente.

Anzi, la profondità della conoscenza può rendere ancora più radicale la domanda sull'origine e sull'ordine della realtà.

3. La scienza non è una religione

Qui dobbiamo essere molto rigorosi.

Non dobbiamo trasformare Zichichi in una dimostrazione scientifica dell'esistenza di Dio.

Sarebbe contraddire proprio il metodo che vogliamo difendere.

La scienza osserva, misura, formula ipotesi, costruisce modelli, verifica.

La fede appartiene a un'altra dimensione della conoscenza.

La filosofia interroga invece i fondamenti e il significato ultimo.

Sono piani diversi.

Ma diverso non significa necessariamente incompatibile.

È questo il punto sul quale dobbiamo insistere.

Quando Galileo affermava che Dio si manifesta anche negli effetti della natura, non stava trasformando la fisica in teologia.

Stava riconoscendo che la natura studiata dalla scienza è la stessa realtà creata da Dio.

Zichichi riprende questa sensibilità nel mondo della fisica contemporanea.

La domanda sul Creatore non nasce dalla mancanza di conoscenza.

Può nascere, al contrario, proprio dall'esperienza della conoscenza.

4. Più conosciamo, più comprendiamo quanto ancora non conosciamo

Questa è una delle caratteristiche più affascinanti della scienza.

Ogni grande scoperta non chiude necessariamente una porta.

Spesso ne apre molte altre.

Quando l'uomo ha scoperto che la materia era costituita da atomi, ha cominciato a chiedersi che cosa fosse l'atomo.

Quando ha scoperto il nucleo, ha cercato le particelle che lo compongono.

Quando ha scoperto le particelle elementari, ha cercato le strutture più profonde.

Quando ha elaborato il Modello Standard, ha cominciato a interrogarsi su ciò che il modello non spiega.

La conoscenza procede così.

Ogni risposta produce nuove domande.

Ed è proprio qui che la scienza può incontrare la filosofia senza confondersi con essa.

La scienza può dirci sempre meglio come funziona il mondo.

Ma la domanda sul perché ultimo dell'esistenza rimane aperta.

5. Il Creato come realtà intelligibile

La mia prospettiva cristiana parte da una premessa molto semplice:

il mondo non è Dio.

Il Creato non coincide con il Creatore.

Ma il Creato è intelligibile perché è stato creato.

L'uomo, creatura tra le creature, possiede la ragione e può quindi cercare di comprendere l'ordine della realtà.

Questa è una delle ragioni per cui la visione galileiana è così importante per noi.

La scienza non deve necessariamente essere vista come una ribellione dell'uomo contro Dio.

Può essere letta come una delle forme attraverso cui l'uomo esercita la propria capacità di conoscere il Creato.

Ed è qui che la figura di Zichichi acquista il suo significato nel nostro percorso.

Non perché ci permetta di dimostrare scientificamente Dio.

Ma perché mostra che scienza e fede possono convivere nella stessa persona senza che una debba necessariamente distruggere l'altra.

6. Ma la conoscenza porta con sé una responsabilità

Ed è proprio a questo punto che il nostro percorso cambia.

Perché la scienza moderna non si è limitata a farci conoscere meglio il mondo.

Ci ha dato una capacità straordinaria di modificarlo.

La conoscenza dell'elettricità ha prodotto la civiltà industriale moderna.

La conoscenza dell'atomo ha prodotto energia nucleare e armi nucleari.

La conoscenza della biologia molecolare ha aperto la strada all'ingegneria genetica.

La conoscenza del cervello ha aperto nuove frontiere nelle neuroscienze.

La conoscenza informatica ha prodotto il mondo digitale.

E adesso la conoscenza dell'intelligenza artificiale sta aprendo una frontiera completamente nuova.

È qui che la parabola della conoscenza comincia a invertirsi.

La conoscenza che un tempo poteva destabilizzare il potere perché metteva in discussione la visione dominante della realtà diventa progressivamente una fonte di capacità tecnologica. E la capacità tecnologica può diventare a sua volta una fonte di potere.

La domanda non è quindi più soltanto chi abbia il diritto di conoscere. È chi possieda, controlli o governi la tecnologia attraverso la quale la conoscenza viene trasformata in capacità di intervenire sulla realtà.

A questo punto la domanda non può più essere soltanto:

"Che cosa possiamo conoscere?"

Deve diventare:

"Che cosa possiamo fare con ciò che conosciamo?"

E immediatamente dopo:

"Che cosa dobbiamo fare?"

7. È qui che nasce la vera questione etica

La scienza può scoprire che una determinata manipolazione genetica è tecnicamente possibile.

Ma non può, con il solo esperimento scientifico, decidere se quella manipolazione sia moralmente giusta.

La tecnologia può costruire una macchina capace di compiere una determinata azione.

Ma la possibilità tecnica non stabilisce da sola se quella azione debba essere compiuta.

Questa distinzione, che nel Novecento ha dato origine alla bioetica, oggi diventa ancora più importante.

Perché l'intelligenza artificiale non interviene soltanto sulla materia.

Interviene sulla conoscenza.

E la conoscenza è uno dei fondamenti stessi della libertà umana.

8. Ratzinger e il limite della tecnica

È qui che il pensiero di Joseph Ratzinger diventa per noi un riferimento decisivo.

Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI non considera la tecnica un male in sé, ma ne evidenzia l'ambivalenza e il rischio che essa diventi un assoluto.

La riconosce come espressione della capacità creativa dell'uomo.

Ma proprio per questo insiste sulla necessità di impedire che la tecnica diventi un assoluto.

Nella Caritas in veritate affronta direttamente il rischio di una concezione della tecnica come potere autosufficiente e richiama la responsabilità dell'uomo nei confronti della Creazione. (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 29 giugno 2009, nn. 68-70)

In particolare, Benedetto XVI avverte che la tecnica può diventare «un potere ideologico» quando viene separata dalla verità sull'uomo e dalla responsabilità morale.

È un passaggio fondamentale.

Perché la questione non è impedire all'uomo di creare.

La questione è ricordargli chi è mentre crea.

L'uomo può costruire.

Può trasformare.

Può inventare.

Può scoprire.

Ma rimane una creatura.

Questa affermazione diventa ancora più importante quando la tecnologia raggiunge la soglia dell'intelligenza artificiale, della robotica cognitiva e degli umanoidi. Quanto più cresce la capacità dell'uomo di conoscere, progettare e costruire, tanto più diventa necessario distinguere ciò che tecnicamente è possibile da ciò che è moralmente legittimo e da ciò che è realmente conforme al bene dell'uomo.

La tecnica non perde il proprio valore perché diventa potente. Al contrario, proprio la sua potenza rende più necessaria la responsabilità di chi la governa. Il problema non è quindi fermare il progresso, ma impedire che la capacità tecnica venga trasformata in un principio assoluto, sottratto a ogni limite antropologico, morale e spirituale.

È questo il punto nel quale la prospettiva di Ratzinger si collega alla nostra domanda contemporanea: se l'uomo è creatura, anche la tecnologia da lui costruita non può diventare il criterio ultimo con cui stabilire che cosa sia vero, giusto, buono o umano.

9. La domanda che conduce all'Eden

Ed è proprio qui che possiamo tornare alla Genesi.

Il racconto dell'Albero della Conoscenza non può essere ridotto alla formula:

Dio non vuole che l'uomo conosca.

Una simile interpretazione contraddirebbe anche la stessa tradizione cristiana della ricerca della verità.

La questione è più profonda.

L'uomo vuole appropriarsi della conoscenza del bene e del male come se potesse stabilire autonomamente il proprio ordine morale.

Il problema non è quindi la conoscenza.

È la pretesa di assolutezza della conoscenza.

Ed è una distinzione che oggi assume un significato nuovo.

Da qui prende forma una mia specifica interpretazione del rapporto tra Genesi e tecnologia contemporanea: non considero il racconto dell'Eden una condanna della conoscenza, ma una rappresentazione simbolica del limite che l'uomo incontra quando pretende di trasformare la conoscenza in una prerogativa assoluta.

L'uomo può costruire un'intelligenza artificiale.

Ma può costruire anche un sistema che pretenda di stabilire autonomamente ciò che è bene?

E se lo fa, chi gli ha dato questo diritto?

10. E poi arriva Babele

La Genesi aggiunge un'altra immagine.

Gli uomini si riuniscono e dicono:

«Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome».

La questione non è la capacità tecnica di costruire.

La questione è la pretesa.

L'uomo vuole costruire la propria grandezza fino a raggiungere il cielo.

La Torre di Babele diventa così l'immagine di una tecnologia separata dal limite.

Non una condanna della capacità umana.

Una condanna dell'hybris.

E questo ci conduce direttamente al futuro.

Ma il futuro introduce una possibilità ulteriore, che la Torre di Babele ci permette di porre come domanda e non come certezza: l'uomo potrebbe costruire una tecnologia così complessa e dotata di livelli crescenti di autonomia da diventare progressivamente dipendente dalla propria creatura tecnologica.

Il problema non sarebbe allora una macchina che "diventa Dio". Una simile affermazione non sarebbe né scientificamente dimostrabile né teologicamente corretta. Il problema sarebbe l'uomo che, avendo delegato alla propria tecnologia parti crescenti della capacità di conoscere, decidere e agire, potrebbe trovarsi nella condizione di non riuscire più a governarla pienamente.

In questa prospettiva, la vera Torre di Babele tecnologica non sarebbe la macchina che sostituisce Dio, ma la possibilità che l'uomo costruisca una potenza della quale finisca per diventare dipendente.

Perché oggi l'uomo non sta costruendo una torre di pietra.

Sta costruendo qualcosa di potenzialmente molto più potente:

una nuova capacità artificiale di conoscere.

11. La nuova Babele potrebbe essere cognitiva

Questa è una mia interpretazione filosofica, non una profezia biblica.

Ma è una domanda che merita di essere posta.

La Torre di Babele rappresentava la concentrazione della capacità costruttiva e organizzativa dell'uomo.

L'intelligenza artificiale potrebbe rappresentare qualcosa di diverso:

la concentrazione della capacità cognitiva.

Chi controlla i dati controlla una parte della conoscenza.

Chi controlla i modelli controlla una parte dell'elaborazione della conoscenza.

Chi controlla i semiconduttori controlla una parte dell'infrastruttura necessaria.

Chi controlla l'energia controlla la capacità materiale di alimentare questi sistemi.

Chi controlla la robotica controlla la capacità di trasformare la conoscenza in azione.

La tesi che attraversa questo lavoro assume un significato nuovo:

CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA CONTROLLA IL POTERE.

12. Ma la domanda cristiana è ancora più profonda

Non dobbiamo chiederci soltanto chi controllerà l'intelligenza artificiale.

Dobbiamo chiederci:

quale idea dell'uomo sarà incorporata nell'intelligenza artificiale?

Se l'uomo viene considerato soltanto un consumatore, l'AI sarà costruita per massimizzare il consumo.

Se viene considerato soltanto un produttore, sarà costruita per massimizzare la produttività.

Se viene considerato soltanto un insieme di dati, sarà costruita per massimizzare la previsione e il controllo.

Ma se l'uomo viene considerato persona, portatrice di una dignità che non dipende dalla sua utilità economica, allora la tecnologia dovrà essere progettata diversamente.

Ed è qui che la nostra radice cristiana non rappresenta un ostacolo.

Diventa un criterio.

13. Una macchina può essere intelligente. Ma chi le insegnerà il bene?

Questa potrebbe essere una delle domande centrali dell'intero libro.

Una macchina può imparare a riconoscere schemi.

Può imparare a prevedere.

Può imparare a parlare.

Può imparare a programmare.

Può imparare a muoversi.

Può persino apprendere comportamenti che gli uomini definiscono morali.

Ma questo non significa necessariamente che possieda una coscienza morale nel senso umano.

La questione più urgente riguarda quindi l'uomo che la costruisce.

Chi decide quali valori devono essere incorporati?

Chi decide quali comportamenti sono accettabili?

Chi stabilisce il limite?

Chi controlla chi controlla?

Questa sarà la nuova frontiera dell'etica.

14. Dalla bioetica all'etica dell'intelligenza

Per decenni abbiamo chiesto:

"Fino a dove possiamo intervenire sulla vita?"

Ora dobbiamo iniziare a chiedere:

"Fino a dove possiamo delegare l'intelligenza?"

È un passaggio storico.

La bioetica ha cercato di impedire che la capacità tecnica sulla vita precedesse la riflessione morale.

Oggi dobbiamo evitare che la capacità tecnica di costruire intelligenze artificiali preceda la nostra capacità di stabilire quali responsabilità debbano accompagnarla.

E domani, quando l'AI sarà integrata in robot umanoidi capaci di operare autonomamente nel mondo fisico, la domanda diventerà ancora più urgente.

15. La vera sfida non sarà creare macchine intelligenti

La vera sfida sarà rimanere uomini mentre le costruiamo.

Questa frase può diventare uno dei punti di svolta del nostro libro.

Perché il rischio più grande potrebbe non essere una macchina che diventa simile all'uomo.

Potrebbe essere l'uomo che, costruendo macchine sempre più potenti, comincia a considerare se stesso soltanto come una macchina.

Se accade questo, abbiamo perso qualcosa di più importante della superiorità tecnologica.

Abbiamo perso l'idea stessa della persona.

E qui la prospettiva cristiana torna al centro.

L'uomo non vale perché è intelligente.

Non vale perché è produttivo.

Non vale perché è utile.

L'uomo vale in quanto persona.

La tecnologia deve quindi essere al servizio dell'uomo e non trasformare l'uomo in materia prima della tecnologia.

16. Zichichi ci lascia davanti alla soglia

Ed è per questo che Zichichi deve essere collocato qui.

Non come conclusione della nostra ricerca.

Ma come ultimo uomo della tradizione scientifica che ci consegna una domanda prima di attraversare una nuova frontiera.

Galileo ci ha insegnato a guardare il cielo.

Zichichi ci ha portato dentro la materia.

Ratzinger ci ha ricordato che la ragione e la fede possono incontrarsi nella ricerca della verità.

Ora noi dobbiamo entrare in un territorio nuovo.

Non dobbiamo più soltanto comprendere ciò che Dio ha creato.

Dobbiamo decidere come utilizzare la capacità creativa che Dio ha dato all'uomo.

E questa differenza cambia tutto.

Perché quando l'uomo costruisce una macchina capace di conoscere, non sta semplicemente scoprendo qualcosa.

Sta assumendo una nuova responsabilità.

17. La soglia dell'Intelligenza Artificiale

Siamo arrivati così al punto nel quale la nostra ricerca storica cambia definitivamente natura.

Bruno ci aveva posto davanti al problema della libertà della conoscenza.

Galileo aveva trasformato quella libertà in metodo.

Zichichi ci ha mostrato che la scienza contemporanea non elimina necessariamente la domanda sul Creatore.

Ratzinger ci ha ricordato che la tecnica deve rimanere subordinata alla verità sull'uomo e al bene.

La bioetica ci ha insegnato che non tutto ciò che possiamo fare dobbiamo necessariamente farlo.

Adesso l'intelligenza artificiale ci pone davanti a una domanda completamente nuova:

se l'uomo può costruire una macchina capace di conoscere, apprendere, decidere e agire, quali limiti dovrà rispettare questa nuova forma di potere?

E soprattutto:

come faremo perché l'intelligenza artificiale rispetti l'uomo, la sua dignità, il Creato e, nella prospettiva della nostra fede, l'ordine del Creatore?

Da questa domanda comincia la parte successiva.

PARTE IV — DALLA BIOETICA ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Quando la conoscenza diventa potere sulla mente, sulla decisione e sulla realtà

Qui entreremo finalmente nel nostro presente: AI generativa, sistemi cognitivi, robotica, umanoidi, energia necessaria per alimentarli, sovranità tecnologica e soprattutto la nascita di una nuova questione morale: non più soltanto che cosa possiamo fare con la vita, ma che cosa possiamo affidare a un'intelligenza che abbiamo costruito noi stessi.

PARTE IV — DALLA BIOETICA ALL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Quando la conoscenza diventa potere sulla mente, sulla decisione e sulla realtà

1. La domanda che la bioetica aveva già anticipato

Per comprendere davvero la questione dell'intelligenza artificiale dobbiamo fare un passo indietro.

Prima che l'AI entrasse nella nostra vita quotidiana, la società occidentale aveva già imparato a confrontarsi con una domanda destinata a diventare sempre più difficile:

se la scienza rende possibile qualcosa, questo significa necessariamente che l'uomo abbia il diritto di farlo?

È la domanda dalla quale nasce la bioetica moderna.

Per decenni il dibattito ha riguardato la vita umana e le possibilità offerte dalla medicina e dalla biologia: fecondazione assistita, manipolazione genetica, clonazione, cellule staminali, trapianti, prolungamento della vita, fine vita.

La scienza apriva possibilità nuove.

La medicina le trasformava in strumenti.

La società doveva decidere dove collocare il limite.

La questione fondamentale era dunque già presente:

la possibilità tecnica non coincide con la legittimità morale.

Con l'intelligenza artificiale, però, quel problema cambia natura.

Non stiamo più intervenendo soltanto sulla vita.

Stiamo intervenendo sulla conoscenza.

2. Una nuova forma di potere

Per millenni il potere è stato legato soprattutto alla capacità di controllare la terra, le risorse, le persone e le armi.

Poi è diventato essenziale il controllo dell'energia.

La rivoluzione industriale ha dimostrato che chi dispone di energia e tecnologia possiede una capacità produttiva enormemente superiore a chi ne è privo.

Nel Novecento, l'elettricità, il petrolio, l'energia nucleare e l'informatica hanno trasformato definitivamente il rapporto fra tecnologia e potere.

Nel XXI secolo si aggiunge una nuova dimensione:

la capacità di controllare la conoscenza.

Non soltanto di possedere informazioni.

Ma di raccoglierle, organizzarle, interpretarle, prevederle e trasformarle rapidamente in decisioni.

È questa la vera novità dell'intelligenza artificiale.

Un computer tradizionale esegue istruzioni.

Un sistema di AI può elaborare grandi quantità di informazioni, riconoscere schemi, produrre contenuti, formulare previsioni e assistere processi decisionali.

La conoscenza comincia quindi a diventare operativa.

E quando la conoscenza diventa operativa, diventa potere.

3. Dal possesso dell'informazione al controllo della conoscenza

Questa distinzione sarà fondamentale per comprendere il futuro.

Chi possiede un archivio possiede informazioni.

Chi sa interpretarle possiede conoscenza.

Chi dispone di strumenti capaci di trasformare rapidamente la conoscenza in decisioni possiede capacità strategica.

E chi riesce a trasformare quelle decisioni in azioni possiede potere.

La sequenza diventa:

dati → informazione → conoscenza → decisione → azione → potere.

L'intelligenza artificiale tende a comprimere questi passaggi.

È in grado di ricevere dati, elaborarli, produrre una rappresentazione della realtà, suggerire una decisione e, quando viene collegata a sistemi esterni, contribuire all'esecuzione dell'azione.

È una trasformazione radicale.

Per questo il problema dell'AI non è soltanto tecnologico.

È economico, politico, sociale, antropologico e morale.

4. La prima grande domanda: chi controlla l'intelligenza?

A questo punto il titolo del nostro lavoro acquista il suo significato più concreto.

CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA CONTROLLA IL POTERE.

Ma oggi dobbiamo aggiungere:

chi controlla l'intelligenza artificiale controlla una parte crescente dei processi attraverso i quali la conoscenza viene prodotta e utilizzata.

Questo non significa che l'AI possieda già un controllo autonomo sulla società.

Significa che le organizzazioni che possiedono i modelli, i dati, i semiconduttori, le infrastrutture, l'energia e le competenze necessarie per svilupparli possono acquisire un vantaggio strategico enorme.

E qui la questione diventa geopolitica.

5. La sovranità tecnologica

Per molto tempo la sovranità di uno Stato è stata misurata attraverso la capacità di difendere i propri confini, produrre energia, controllare le proprie risorse e sostenere la propria economia.

Oggi questi elementi non sono più sufficienti.

Uno Stato può possedere energia e industrie, ma dipendere completamente da tecnologie sviluppate altrove.

Può avere imprese competitive, ma dipendere da semiconduttori prodotti in altri Paesi.

Può avere una popolazione altamente istruita, ma utilizzare sistemi di intelligenza artificiale progettati, addestrati e controllati da soggetti stranieri.

Può quindi conservare formalmente la propria sovranità politica e contemporaneamente perdere una parte della propria sovranità tecnologica.

Ed è qui che energia e tecnologia tornano a incontrarsi.

L'intelligenza artificiale richiede infrastrutture, data center, potenza di calcolo e quindi energia.

La tecnologia richiede energia.

L'energia alimenta la tecnologia.

La tecnologia moltiplica la capacità produttiva dell'uomo.

L'AI moltiplica la capacità cognitiva.

La robotica trasforma quella capacità cognitiva in azione.

Questa convergenza costituisce una delle grandi questioni geopolitiche del nostro secolo.

6. Ma la sovranità tecnologica non basta

C'è un livello ancora più profondo.

Uno Stato potrebbe possedere i propri data center, i propri modelli e le proprie infrastrutture.

Ma se non possiede la capacità di decidere come utilizzare quella tecnologia, la sovranità rimane incompleta.

Per questo dobbiamo introdurre un concetto che nel nostro lavoro diventerà centrale:

sovranità cognitiva

La sovranità cognitiva significa la capacità di una comunità politica, economica e culturale di:

  • produrre conoscenza;
  • verificarla;
  • conservarla;
  • elaborarla;
  • utilizzare sistemi tecnologici propri;
  • comprendere i criteri con cui vengono prese le decisioni;
  • non dipendere completamente da sistemi cognitivi controllati da altri.

Questa sarà una delle grandi frontiere della politica del futuro.

7. La macchina che conosce

Ma c'è qualcosa che rende l'AI diversa da tutte le tecnologie precedenti.

Una macchina industriale può sostituire o amplificare la forza fisica.

Un computer può accelerare il calcolo.

Un robot può automatizzare un movimento.

Un sistema di intelligenza artificiale può invece intervenire in un'attività che consideravamo tipicamente umana:

l'elaborazione della conoscenza.

Questo non significa che la macchina possieda necessariamente coscienza, anima o comprensione nel senso umano.

Sarebbe una conclusione che richiederebbe prove scientifiche e filosofiche che oggi non abbiamo.

Significa qualcosa di più concreto:

alcune funzioni cognitive possono essere implementate artificialmente e utilizzate per produrre risultati che prima richiedevano direttamente l'intervento umano.

È questa la novità che dobbiamo studiare.

8. Quando la conoscenza diventa decisione

Il passaggio successivo è ancora più importante.

Finché un sistema AI produce una risposta e l'uomo la verifica, la responsabilità rimane relativamente chiara.

Ma cosa accade quando l'uomo comincia a delegare?

Una macchina seleziona i candidati.

Un algoritmo valuta un rischio.

Un sistema stabilisce quali informazioni mostrare.

Un'intelligenza artificiale assiste una diagnosi.

Un sistema decide come distribuire risorse.

Un robot interviene in un ambiente industriale.

Un agente artificiale pianifica una sequenza di azioni.

In ciascuno di questi casi compare una domanda:

chi è responsabile della decisione?

La macchina?

Il programmatore?

L'azienda?

Il proprietario?

L'operatore?

Lo Stato?

La risposta non può essere semplicemente:

"l'ha deciso l'algoritmo."

Perché un algoritmo non può diventare un alibi per trasferire la responsabilità morale dell'uomo.

9. La responsabilità non può essere delegata insieme alla decisione

Questo potrebbe diventare uno dei principi fondamentali della nostra filosofia dell'AI:

delegare una decisione non significa delegare la responsabilità.

L'uomo può utilizzare una macchina per assistere una decisione.

Può utilizzare un sistema AI per analizzare milioni di dati.

Può chiedere a un modello di individuare correlazioni che sfuggirebbero all'analisi umana.

Ma la responsabilità ultima delle decisioni che incidono sulla persona deve rimanere riconducibile a soggetti umani identificabili.

È un principio che nasce dalla nostra concezione della persona e della responsabilità.

E qui la prospettiva cristiana trova una connessione naturale con il problema tecnologico.

La persona non può essere ridotta a un dato.

La coscienza non può essere ridotta a una funzione.

La responsabilità non può essere cancellata dalla complessità del sistema.

10. L'uomo non è un algoritmo

Questo diventerà uno dei passaggi antropologici più importanti del libro.

L'AI può analizzare il comportamento umano.

Può prevedere alcune preferenze.

Può riconoscere schemi.

Può descrivere la personalità attraverso dati.

Può persino generare una rappresentazione linguistica apparentemente convincente di una persona.

Ma da questo non segue che l'uomo sia riducibile a ciò che può essere rappresentato matematicamente.

La persona possiede una dimensione che non coincide con la sua produttività, con i suoi dati o con la sua capacità computazionale.

Questa è una delle ragioni per cui la nostra riflessione sull'AI non può essere affidata esclusivamente agli ingegneri.

Servono scienza e tecnologia.

Ma servono anche filosofia, diritto, etica e antropologia.

E, per noi, teologia.

11. La domanda della dignità

Se una macchina viene costruita per ottimizzare il profitto, tenderà naturalmente a trattare la realtà secondo criteri di ottimizzazione.

Se viene costruita per massimizzare la sicurezza, tenderà a privilegiare la sicurezza.

Se viene costruita per massimizzare la produttività, tenderà a privilegiare la produttività.

Ma l'uomo non è soltanto una variabile da ottimizzare.

La dignità della persona introduce qualcosa che non può essere ridotto alla semplice efficienza.

Una persona può essere improduttiva.

Può essere fragile.

Può essere malata.

Può essere anziana.

Può essere povera.

Può essere incapace di contribuire economicamente.

Eppure continua ad avere valore.

Questo principio diventa fondamentale nel momento in cui sistemi artificiali saranno chiamati a prendere decisioni che riguardano direttamente gli esseri umani.

12. La nuova frontiera: moralizzare l'intelligenza

Qui ritorniamo a una delle intuizioni emerse nelle nostre riflessioni precedenti.

Non dobbiamo necessariamente parlare di una AI cristiana.

Sarebbe un concetto riduttivo e difficilmente applicabile in una società pluralista.

Dobbiamo parlare di AI moralmente orientata.

Una tecnologia capace di rispettare:

la dignità della persona;

la libertà;

la verità;

la giustizia;

la vita;

la responsabilità;

il Creato.

Questi principi possono essere discussi anche in una prospettiva universale.

Le grandi tradizioni religiose monoteistiche condividono, pur nelle loro profonde differenze, l'idea di un mondo che non appartiene arbitrariamente all'uomo e di una responsabilità dell'uomo verso la vita e la Creazione.

La nostra prospettiva rimarrà cristiana.

Ma non avrà bisogno di trasformarsi in una contrapposizione religiosa.

13. L'AI non deve avere una fede

Questa distinzione è essenziale.

Non dobbiamo immaginare che una macchina debba "credere in Dio" nel senso umano.

Non abbiamo oggi basi scientifiche per affermare che un'intelligenza artificiale possieda un'anima o una dimensione spirituale.

La questione riguarda piuttosto l'uomo che la costruisce.

Se l'uomo riconosce di essere creatura, allora deve riconoscere anche un limite alla propria capacità di utilizzare la tecnologia.

Non è necessario che la macchina creda.

È necessario che l'uomo non si comporti come se fosse diventato Dio perché possiede la capacità di costruire una macchina intelligente.

Questa distinzione è fondamentale.

14. L'Albero della Conoscenza

È qui che il racconto dell'Eden torna nel nostro percorso.

Il problema non è che l'uomo voglia conoscere.

La conoscenza è parte della dignità dell'uomo.

Il problema nasce quando la conoscenza viene trasformata in pretesa di autonomia assoluta.

L'uomo non si limita più a cercare la verità.

Vuole diventare colui che stabilisce autonomamente il bene e il male.

La domanda contemporanea potrebbe allora essere:

stiamo costruendo strumenti per conoscere meglio la realtà oppure stiamo costruendo strumenti ai quali delegare la definizione della realtà?

La differenza è enorme.

Nel primo caso l'AI è uno strumento della conoscenza.

Nel secondo può diventare un'autorità.

15. La Torre di Babele

E Babele introduce il secondo elemento:

la potenza.

L'uomo non vuole soltanto conoscere.

Vuole costruire.

Vuole "farsi un nome".

La tecnologia contemporanea possiede una capacità costruttiva che le generazioni precedenti non avrebbero potuto immaginare.

Ma la domanda biblica rimane attuale:

a quale scopo utilizziamo la nostra capacità di costruire?

Se l'AI viene utilizzata per aumentare la libertà, la conoscenza, la salute, la sicurezza, l'educazione e il benessere, la tecnologia può diventare uno strumento straordinario al servizio dell'uomo.

Se viene utilizzata per concentrare il potere, manipolare la conoscenza, controllare le persone o trasformare l'uomo in una semplice variabile economica, allora la stessa tecnologia può diventare uno strumento di dominio.

La macchina non è moralmente autonoma dal modo in cui viene progettata, controllata e utilizzata.

Il problema ritorna sempre all'uomo.

16. E qui torniamo a Giordano Bruno

A questo punto il lettore potrebbe chiedersi perché tutto questo libro sia iniziato proprio da Bruno.

La risposta comincia a diventare evidente.

Bruno appartiene a un'epoca nella quale una nuova rappresentazione dell'universo modifica l'ordine della conoscenza.

Galileo appartiene al momento nel quale questa nuova conoscenza trova un metodo capace di renderla verificabile.

Zichichi rappresenta una scienza contemporanea che continua a interrogarsi sul significato ultimo della realtà.

Ratzinger ci offre una prospettiva nella quale fede, ragione e responsabilità possono incontrarsi.

L'AI rappresenta ora una nuova discontinuità:

l'uomo non si limita più a produrre conoscenza; comincia a costruire sistemi capaci di elaborarla autonomamente.

La storia si ripresenta.

Ma questa volta il potere in gioco è infinitamente maggiore.

17. Dalla libertà della conoscenza alla libertà dell'uomo

La prima battaglia della modernità è stata:

l'uomo deve essere libero di conoscere.

La nuova battaglia sarà:

l'uomo deve rimanere libero davanti alle conoscenze prodotte dalle macchine.

Perché una società potrebbe essere formalmente libera e contemporaneamente dipendere da sistemi tecnologici che decidono quali informazioni ricevere, quali contenuti vedere, quali opportunità ottenere e quali comportamenti vengono premiati o penalizzati.

La libertà può quindi essere limitata non soltanto dalla censura.

Può essere limitata anche attraverso la gestione invisibile dell'informazione e delle possibilità di scelta.

È una forma di potere molto più sofisticata.

18. L'AI e il rischio di una nuova concentrazione del potere

Qui torniamo definitivamente al nostro titolo.

Se pochi soggetti controllano:

i dati,

i modelli,

i semiconduttori,

l'energia,

le infrastrutture,

la robotica,

e le piattaforme attraverso cui la conoscenza viene distribuita,

essi non controlleranno necessariamente ogni informazione del mondo.

Ma potrebbero controllare una parte decisiva dell'infrastruttura attraverso la quale la società elabora la conoscenza.

È una differenza fondamentale.

Il potere del futuro potrebbe non essere più soltanto il potere di impedire agli altri di conoscere.

Potrebbe diventare il potere di decidere come la conoscenza viene organizzata, interpretata e resa operativa.

Ed è una forma di potere che dobbiamo comprendere prima che diventi irreversibile.

19. La domanda sugli umanoidi

Finché l'intelligenza artificiale rimane dentro un computer, il problema è prevalentemente cognitivo.

Quando entra in un robot, diventa operativo.

Quando entra in un umanoide, assume una forma che interagisce direttamente con la società.

Un umanoide potrebbe un giorno assistere un anziano.

Lavorare in una fabbrica.

Operare in un ambiente pericoloso.

Collaborare con un essere umano.

Trasportare oggetti.

Intervenire in emergenze.

Svolgere attività domestiche.

E, con livelli crescenti di autonomia, prendere decisioni operative.

A quel punto la domanda sarà inevitabile:

quale sistema morale governerà il suo comportamento?

Non sarà più sufficiente che sia tecnicamente efficiente.

Dovrà essere progettato affinché la sua efficienza non prevalga sulla dignità della persona.

20. La macchina deve rispettare l'uomo, non sostituire il valore dell'uomo

Questo potrebbe diventare uno dei principi fondamentali della nostra futura filosofia tecnologica.

L'AI deve poter:

assistere l'uomo;

aumentarne le capacità;

ridurre la fatica;

migliorare la sicurezza;

favorire la conoscenza;

supportare la cura;

aumentare la produttività.

Ma non deve trasformare l'uomo in una variabile subordinata alla propria ottimizzazione.

Il fine ultimo della tecnologia deve rimanere la persona.

E questa conclusione non è antitecnologica.

È precisamente ciò che permette alla tecnologia di rimanere umana.

21. Una nuova domanda per il futuro

Siamo quindi arrivati davanti a una nuova soglia.

Per secoli abbiamo chiesto:

Chi può conoscere?

Bruno ci ha mostrato quanto possa essere pericolosa una risposta affidata esclusivamente all'autorità.

Galileo ha contribuito a costruire un metodo nel quale la natura può essere interrogata direttamente.

La modernità ha progressivamente liberato la ricerca scientifica.

Oggi dobbiamo porci una domanda nuova:

Chi controllerà la conoscenza quando una parte crescente della conoscenza sarà elaborata da sistemi artificiali?

E subito dopo:

chi controllerà quei sistemi?

E infine:

quali valori guideranno coloro che li controlleranno?

La risposta a queste domande determinerà una parte significativa dell'ordine politico ed economico del XXI secolo.

22. La vera sfida non è l'intelligenza della macchina

La vera sfida sarà la saggezza dell'uomo.

Potremo costruire macchine sempre più intelligenti.

Potremo costruire robot sempre più autonomi.

Potremo costruire umanoidi sempre più capaci.

Potremo utilizzare sistemi artificiali per elaborare quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe gestire individualmente.

Ma nessuna di queste capacità risponde automaticamente alla domanda:

perché?

Ed è questa la domanda che la tecnologia non può semplicemente cancellare.

La scienza ci dice sempre più chiaramente come funziona il mondo.

L'intelligenza artificiale potrà aiutarci a elaborare sempre meglio ciò che sappiamo.

Ma la domanda su che cosa dobbiamo fare dell'immensa potenza che abbiamo acquisito rimane una responsabilità dell'uomo.

E, nella nostra prospettiva, rimane anche una responsabilità davanti al Creatore.

23. La nuova bioetica dell'intelligenza

Forse è proprio questa la definizione che cercavamo.

La bioetica ha posto un limite alla domanda:

che cosa possiamo fare sulla vita?

La nuova etica dell'intelligenza dovrà porre un limite alla domanda:

che cosa possiamo affidare all'intelligenza artificiale?

E dovrà aggiungere:

che cosa non dobbiamo mai delegare?

La risposta dovrà riguardare almeno ciò che rende l'uomo persona:

la dignità, la libertà, la responsabilità, la coscienza, il valore della vita, la relazione e la ricerca della verità.

Non perché l'AI debba essere considerata nemica dell'uomo.

Ma perché la tecnologia deve essere giudicata in funzione dell'uomo e non l'uomo in funzione della tecnologia.

24. La soglia successiva

A questo punto il nostro percorso è pronto per affrontare il passaggio più concreto.

Non parleremo più soltanto dell'AI come concetto.

Entreremo nelle sue nuove frontiere:

intelligenza artificiale generativa;

sistemi cognitivi;

agenti autonomi;

robotica cognitiva;

umanoidi;

interazione uomo-macchina;

energia necessaria per alimentare questa nuova infrastruttura;

semiconduttori e sovranità tecnologica;

nuovi equilibri industriali e geopolitici.

Ma soprattutto dovremo affrontare una domanda che nessuna precedente rivoluzione tecnologica aveva posto con la stessa intensità:

se una macchina sarà capace di conoscere, decidere e agire, come faremo a garantire che la sua potenza rimanga al servizio dell'uomo, del Creato e del bene?

È qui che il nostro viaggio da Giordano Bruno all'Intelligenza Artificiale raggiunge il suo vero punto di svolta.

Perché il problema non sarà più soltanto chi controlla la conoscenza.

Sarà capire se l'uomo saprà governare il potere che la nuova conoscenza gli consegna.

PARTE V — LA NUOVA FRONTIERA

Dall'intelligenza artificiale alla robotica cognitiva

1. Non è più soltanto una macchina che calcola

Per comprendere ciò che sta accadendo dobbiamo liberarci, prima di tutto, di una vecchia immagine del computer.

Per decenni abbiamo pensato alla macchina come a qualcosa che esegue istruzioni impartite dall'uomo.

L'uomo decideva.

La macchina eseguiva.

L'uomo possedeva la conoscenza.

La macchina la utilizzava secondo regole prestabilite.

L'intelligenza artificiale sta modificando progressivamente questo rapporto.

I sistemi più avanzati sono capaci di elaborare linguaggio, immagini, suoni e grandi quantità di dati; possono riconoscere schemi, formulare previsioni, generare contenuti e assistere l'uomo in attività che fino a poco tempo fa consideravamo prevalentemente cognitive.

Non significa che una macchina sia diventata un essere umano.

Non significa neppure che possieda necessariamente coscienza.

Significa qualcosa di più concreto e, per certi aspetti, più importante:

alcune funzioni che appartenevano quasi esclusivamente all'attività cognitiva umana possono oggi essere realizzate artificialmente.

È questa la discontinuità che dobbiamo comprendere.

2. Dall'AI alla capacità di agire

Ma l'intelligenza artificiale, da sola, rappresenta soltanto una parte della rivoluzione.

Il passaggio decisivo avviene quando l'intelligenza viene collegata a un corpo.

Un sistema artificiale può vedere attraverso sensori.

Può ascoltare.

Può interpretare l'ambiente.

Può elaborare informazioni.

Può pianificare.

Può scegliere fra diverse azioni.

E può quindi intervenire fisicamente sulla realtà.

È qui che nasce la robotica cognitiva.

Il robot tradizionale eseguiva una sequenza di movimenti programmati.

Il robot cognitivo si avvicina invece a un modello nel quale:

percepisce → comprende → pianifica → decide → agisce → verifica il risultato → modifica il comportamento.

La macchina entra così in un ciclo che, fino a pochi anni fa, apparteneva quasi interamente all'uomo.

3. L'umanoide è qualcosa di più di un robot

La forma umanoide introduce un ulteriore elemento.

Non perché un corpo simile a quello umano renda automaticamente una macchina intelligente.

La forma, da sola, non crea intelligenza.

Ma un corpo umanoide può essere particolarmente utile perché il mondo nel quale viviamo è stato costruito per gli esseri umani.

Scale.

Porte.

Utensili.

Automobili.

Macchinari.

Case.

Fabbriche.

Ospedali.

Magazzini.

L'ambiente umano è progettato intorno alla nostra anatomia.

Un robot umanoide potrebbe quindi utilizzare, almeno in linea teorica, lo stesso ambiente senza che sia necessario riprogettarlo integralmente.

Questo spiega perché la robotica umanoide rappresenta una frontiera industriale così importante.

Non è semplicemente la costruzione di una macchina che assomiglia all'uomo.

È la possibilità di portare un'intelligenza artificiale dentro il mondo fisico nel quale viviamo.

4. La grande trasformazione del lavoro

È impossibile parlare di umanoidi senza affrontare il lavoro.

Per tutta la storia dell'umanità, la tecnologia ha sostituito o amplificato una parte del lavoro umano.

La ruota ha moltiplicato la forza.

Le macchine industriali hanno moltiplicato la capacità produttiva.

L'automazione ha sostituito numerose attività ripetitive.

L'informatica ha sostituito o accelerato una parte enorme del lavoro amministrativo e del calcolo.

L'AI introduce una differenza:

può intervenire anche su attività cognitive.

La robotica aggiunge la dimensione fisica.

È quindi possibile immaginare una convergenza:

AI + robotica + energia + automazione = nuova capacità produttiva.

Questa convergenza potrebbe aumentare enormemente la produttività.

Potrebbe ridurre attività pericolose.

Potrebbe assistere persone anziane o fragili.

Potrebbe operare in ambienti contaminati o pericolosi.

Potrebbe rendere più efficienti alcune attività industriali.

Ma potrebbe anche produrre una trasformazione profonda della struttura del lavoro.

5. La domanda non è se il lavoro scomparirà

È una domanda troppo semplice.

Il lavoro umano non è mai rimasto identico quando è arrivata una nuova tecnologia.

Sono cambiate le professioni.

Sono nate nuove competenze.

Alcuni mestieri sono scomparsi.

Altri sono nati.

La vera domanda è quindi diversa:

quale parte del lavoro umano vogliamo affidare alle macchine e quale vogliamo conservare come espressione della dignità e della creatività della persona?

Questa domanda ci obbliga a distinguere il lavoro come semplice produzione dal lavoro come dimensione umana.

Un'attività può essere economicamente inefficiente e tuttavia avere un enorme valore umano.

La cura di una persona.

L'educazione di un figlio.

L'assistenza a un anziano.

L'arte.

La ricerca.

La relazione.

L'amicizia.

La solidarietà.

La responsabilità.

Non tutto ciò che l'AI può imitare deve necessariamente essere affidato all'AI.

6. L'efficienza non può diventare il nuovo Dio

Qui ritroviamo una delle questioni centrali che abbiamo già incontrato.

La tecnologia tende naturalmente all'ottimizzazione.

Una macchina cerca il modo migliore per raggiungere un obiettivo.

Ma chi stabilisce l'obiettivo?

Se l'unico criterio è l'efficienza economica, il sistema tenderà a massimizzare l'efficienza economica.

Se il criterio è la produttività, tenderà a massimizzare la produttività.

Se il criterio è il controllo, tenderà a massimizzare il controllo.

La macchina può essere perfettamente efficiente e tuttavia perseguire un obiettivo che l'uomo non dovrebbe perseguire.

Questo è uno dei problemi fondamentali dell'AI.

Non è sufficiente costruire macchine intelligenti.

Dobbiamo stabilire quali fini devono perseguire.

7. Il problema del fine

Qui torniamo alla distinzione fra:

mezzo e fine.

La tecnologia è straordinariamente potente come mezzo.

Ma non può decidere da sola il fine ultimo dell'uomo.

Una macchina può rispondere:

"Qual è il modo più efficace per raggiungere questo obiettivo?"

Ma la domanda:

"Questo obiettivo è giusto?"

appartiene a un altro livello.

È la differenza fra intelligenza strumentale e saggezza.

E forse questa sarà una delle grandi lezioni del XXI secolo:

l'uomo potrebbe costruire macchine capaci di calcolare più velocemente di lui senza avere costruito, per questo, una macchina capace di stabilire ciò che è veramente bene.

8. La questione della coscienza

Qui dobbiamo procedere con particolare prudenza.

Il fatto che un sistema artificiale possa conversare, ragionare apparentemente, riconoscere immagini o elaborare problemi complessi non dimostra che possieda coscienza.

Non possiamo confondere:

comportamento intelligente

con

coscienza.

E non possiamo confondere:

simulazione di emozioni

con

esperienza soggettiva.

Questa distinzione è essenziale.

La scienza non ha oggi dimostrato che una macchina possieda una coscienza paragonabile a quella umana.

Non sappiamo nemmeno se sia teoricamente possibile costruire artificialmente una coscienza nel senso pieno del termine.

Per questo dobbiamo evitare due estremi:

la fantascienza che attribuisce alla macchina capacità non dimostrate;

e il riduzionismo che liquida troppo rapidamente questioni scientifiche e filosofiche ancora aperte.

9. Ma anche senza coscienza il problema esiste

Ed è forse questo il punto più importante.

Non abbiamo bisogno di una macchina cosciente per avere un problema etico.

È sufficiente che una macchina possa influenzare la vita delle persone.

Un sistema che decide chi riceve un credito.

Un sistema che contribuisce a selezionare un candidato.

Un sistema che supporta una diagnosi.

Un sistema che gestisce un'infrastruttura.

Un robot che opera accanto a un essere umano.

Un sistema autonomo che interviene in un ambiente fisico.

La macchina potrebbe non avere alcuna coscienza.

Ma le sue decisioni possono avere conseguenze reali.

La responsabilità quindi rimane umana.

10. Il problema della fiducia

Questo introduce una questione ancora più sottile.

Quanto ci fideremo delle macchine?

Più una tecnologia funziona bene, più siamo portati a delegare.

È un comportamento umano naturale.

Se un sistema dimostra di essere più veloce e preciso di noi in una determinata attività, saremo tentati di affidargli quella funzione.

Ma la fiducia può trasformarsi in dipendenza.

E la dipendenza può trasformarsi in perdita di autonomia.

Il rischio non è necessariamente che la macchina ci obblighi.

Potremmo essere noi stessi a scegliere volontariamente di non decidere più.

11. La delega cognitiva

Abbiamo già delegato alla tecnologia moltissime funzioni.

Abbiamo delegato il calcolo alle calcolatrici.

La memoria ai dispositivi digitali.

La navigazione ai sistemi GPS.

La ricerca delle informazioni ai motori di ricerca.

La traduzione ai sistemi automatici.

Ora iniziamo a delegare anche:

la scrittura,

l'analisi,

la programmazione,

la sintesi,

la ricerca,

la pianificazione.

Il problema non è la delega in sé.

Il problema nasce quando delegando una funzione perdiamo progressivamente la capacità di svolgerla autonomamente.

Se un uomo smette di calcolare perché utilizza una calcolatrice, non è necessariamente un problema.

Ma se una società smette di saper distinguere il vero dal falso perché delega interamente la valutazione della realtà a sistemi artificiali, il problema diventa enorme.

12. La libertà passa anche dalla capacità di conoscere

Ed eccoci di nuovo a Giordano Bruno.

La sua vicenda ci aveva portato alla domanda:

chi ha il diritto di stabilire ciò che è vero?

Oggi la domanda assume una forma nuova:

chi controllerà i sistemi che ci aiutano a stabilire ciò che è vero?

Se l'AI diventerà il principale intermediario fra l'uomo e la conoscenza, la questione della libertà cambierà profondamente.

Non sarà più sufficiente avere accesso a Internet.

Potremmo avere accesso a miliardi di informazioni e dipendere comunque da un sistema che decide:

quali informazioni mostrarci,

come ordinarle,

quali considerare affidabili,

quali escludere,

come sintetizzarle.

Il potere non sarà soltanto nel possesso dell'informazione.

Sarà nel potere di interpretazione.

13. La nuova censura potrebbe essere invisibile

La censura tradizionale dice:

"Questo non puoi leggerlo."

Una forma più sofisticata di controllo potrebbe dire:

"Ti mostrerò ciò che ritengo più rilevante."

La differenza è enorme.

Nel primo caso l'uomo percepisce il divieto.

Nel secondo potrebbe non accorgersi nemmeno che una parte della realtà è stata esclusa dalla sua visuale.

Questo non significa che ogni algoritmo sia uno strumento di censura.

Significa che l'intermediazione algoritmica della conoscenza introduce un nuovo potere che deve essere governato con trasparenza e responsabilità.

Ed è qui che il nostro titolo acquista una dimensione contemporanea:

chi controlla la conoscenza controlla il potere; chi controlla l'accesso alla conoscenza può influenzare anche ciò che una società considera vero.

14. La questione della verità

Questo è forse il punto più delicato dell'intero passaggio.

Un'intelligenza artificiale può produrre una risposta estremamente convincente.

Ma una risposta convincente non è necessariamente vera.

La forma non garantisce la verità.

La fluidità non garantisce la verità.

L'apparente sicurezza non garantisce la verità.

E questo ci riporta a Galileo.

Galileo ci ha insegnato che la conoscenza della natura richiede esperienza e dimostrazione.

L'AI ci obbliga oggi a riscoprire lo stesso principio in una nuova forma:

non dobbiamo credere a una risposta perché è prodotta da una macchina apparentemente intelligente.

Dobbiamo verificare.

La macchina può essere uno strumento della conoscenza.

Non può diventare automaticamente l'autorità della verità.

15. E qui Bruno torna ancora una volta

La storia sembra quasi chiudere un cerchio.

Nel XVI secolo il problema era:

chi controlla l'accesso alle idee?

Nel XVII secolo:

chi stabilisce come interpretare la natura?

Nel XXI secolo:

chi controlla i sistemi che elaborano le idee e interpretano le informazioni?

La domanda è cambiata.

Il problema del potere è rimasto.

Questa è la continuità profonda che giustifica il nostro viaggio da Bruno all'AI.

16. Gli umanoidi e la relazione con l'uomo

Ma c'è ancora un passaggio.

Quando un sistema artificiale viene collocato dentro un corpo umanoide, non interagisce più soltanto con il nostro schermo.

Entra nel nostro spazio.

Ci guarda.

Ci ascolta.

Ci parla.

Si muove.

Può assisterci.

Può seguirci.

Può lavorare con noi.

La relazione uomo-macchina diventa quindi anche relazione sociale.

E questo apre questioni completamente nuove.

Come dovrà comportarsi un umanoide con un bambino?

Come dovrà comportarsi con una persona anziana?

Come dovrà reagire davanti a un essere umano vulnerabile?

Potrà mentire?

Potrà manipolare?

Potrà persuadere?

Potrà rifiutare un comando?

Chi sarà responsabile se commetterà un errore?

Sono domande che oggi possono sembrare futuristiche.

Ma la loro preparazione non può iniziare quando la tecnologia sarà già diffusa.

17. Moralizzare la tecnologia

Qui possiamo dare un significato più preciso alla nostra idea di "moralizzazione" dell'AI.

Non significa insegnare a una macchina una religione.

Significa costruire sistemi nei quali siano incorporati principi di comportamento compatibili con la dignità dell'uomo.

Un sistema destinato a lavorare accanto alle persone dovrebbe essere progettato per:

riconoscere situazioni di rischio;

evitare danni;

rispettare l'autonomia umana;

non manipolare deliberatamente;

non ingannare;

proteggere la privacy;

rispettare le regole;

riconoscere i propri limiti;

richiedere l'intervento umano quando necessario.

Questa è una forma di moralizzazione tecnologica.

Ed è compatibile con una prospettiva cristiana senza essere necessariamente confessionale.

18. Il Creato entra nella questione tecnologica

Ma la nostra prospettiva deve andare oltre l'uomo.

Se l'uomo è creatura, allora anche il mondo nel quale vive non è semplicemente una risorsa infinita da consumare.

Il Creato non può essere considerato soltanto come materia prima della tecnologia.

L'AI richiede energia.

La robotica richiede materiali.

I data center richiedono infrastrutture.

I semiconduttori richiedono materie prime e processi industriali complessi.

Ogni tecnologia possiede quindi un'impronta materiale.

L'intelligenza artificiale sembra immateriale perché la vediamo dentro uno schermo.

Ma dietro ogni risposta esistono:

energia,

server,

semiconduttori,

reti,

raffreddamento,

materie prime,

lavoro umano.

La nuova rivoluzione cognitiva è quindi anche una rivoluzione materiale.

19. Energia e intelligenza

Questo passaggio sarà centrale nelle conclusioni geopolitiche del nostro lavoro.

Per alimentare la nuova economia cognitiva servono quantità crescenti di energia.

E quindi torna la questione della sovranità energetica.

Ma con una differenza rispetto al passato.

L'energia non serve più soltanto a produrre beni materiali.

Serve anche a produrre conoscenza artificiale.

Questa è una trasformazione straordinaria.

L'energia alimenta il calcolo.

Il calcolo alimenta l'intelligenza artificiale.

L'intelligenza artificiale aumenta la capacità cognitiva.

La robotica trasforma quella capacità in produzione.

E la produzione genera nuova ricchezza e nuovo potere.

Possiamo quindi rappresentare il nuovo circuito:

ENERGIA → COMPUTAZIONE → INTELLIGENZA → ROBOTICA → PRODUZIONE → POTERE.

Chi rimane fuori da questa catena rischia di diventare dipendente da chi la controlla.

20. La sovranità tecnologica diventa una questione industriale

Questo significa che parlare di AI senza parlare di industria sarebbe un errore.

Non basta possedere software.

Servono infrastrutture.

Non basta avere ricercatori.

Servono imprese.

Non basta avere modelli.

Servono semiconduttori.

Non basta avere data center.

Serve energia.

Non basta avere energia.

Serve capacità di trasformarla in infrastruttura tecnologica.

La sovranità tecnologica è quindi il risultato di una filiera.

E la filiera deve essere considerata nella sua interezza.

Questa sarà una delle grandi sfide dell'Europa e dell'Italia.

Non possiamo limitarci a essere utilizzatori di tecnologie progettate altrove.

La questione non è soltanto economica.

È una questione di autonomia strategica.

21. Il futuro non appartiene necessariamente a chi avrà l'AI migliore

Appartiene a chi riuscirà a costruire l'ecosistema più completo.

Energia.

Ricerca.

Università.

Industria.

Semiconduttori.

Cloud.

Data center.

Software.

Robotica.

Capitale.

Competenze.

Formazione.

Regole.

E soprattutto una visione.

Perché una tecnologia senza una strategia diventa dipendenza.

E una strategia senza tecnologia diventa impotenza.

La sovranità del futuro nascerà dall'incontro delle due.

22. La domanda cristiana ritorna

Ma proprio quando il ragionamento sembra diventare completamente industriale e geopolitico, dobbiamo fermarci.

Perché altrimenti rischieremmo di cadere nello stesso errore che stiamo cercando di evitare.

Potremmo costruire una nuova Babele.

Potremmo possedere energia.

Tecnologia.

Intelligenza.

Robot.

Capitale.

Potere.

E tuttavia non sapere perché.

È qui che la domanda cristiana torna ad essere essenziale.

Non per fermare la tecnologia.

Ma per porre la domanda sul fine.

A quale uomo vogliamo consegnare questa potenza?

E soprattutto:

quale uomo vogliamo diventare mentre la costruiamo?

Questa domanda riporta il nostro percorso al punto di partenza, ma in una condizione storica completamente diversa. Al tempo di Bruno il problema era se una nuova conoscenza potesse essere ammessa quando metteva in discussione i confini del sapere riconosciuto. Oggi il problema è se la conoscenza, trasformata in tecnologia e potenziata dall'intelligenza artificiale, possa diventare una forma di potere che l'uomo non sia più pienamente in grado di governare.

La parabola si è quindi rovesciata: prima il potere poteva cercare di contenere la conoscenza; oggi la conoscenza può essere incorporata nella tecnologia e accrescere il potere. E davanti a sistemi capaci di elaborare, decidere e agire con livelli crescenti di autonomia, emerge una domanda ulteriore: se l'uomo possa continuare a governare pienamente la potenza che egli stesso ha costruito.

23. L'uomo davanti al Creatore

Se rimaniamo ancorati alla nostra prospettiva cristiana, la risposta non può essere che l'uomo debba rinunciare alla propria capacità creativa.

La creatività appartiene alla sua dignità.

L'uomo costruisce perché è dotato di ragione.

Scopre perché è capace di conoscere.

Trasforma perché è libero.

Ma la libertà non è onnipotenza.

La libertà è responsabilità.

Ed è proprio qui che possiamo rileggere ancora una volta l'Eden e Babele.

L'Albero della Conoscenza ci ricorda che la conoscenza non deve trasformarsi in pretesa assoluta.

Babele ci ricorda che la capacità di costruire non deve trasformarsi in autosufficienza.

L'intelligenza artificiale ci pone davanti alla possibilità concreta di unire entrambe:

conoscenza e potenza.

Per questo la responsabilità è maggiore.

Perché oggi conoscenza e potenza tendono a convergere in una misura che non aveva precedenti. L'intelligenza artificiale può ampliare la capacità dell'uomo di elaborare conoscenza; la robotica può trasformare quella capacità in azione; le infrastrutture tecnologiche ed energetiche possono moltiplicarne la scala.

La questione cristiana non è quindi chiedere all'uomo di rinunciare alla conoscenza, alla scienza o alla tecnologia. È ricordargli che nessuna capacità tecnica può trasformarsi in un criterio assoluto del bene.

L'uomo può creare strumenti sempre più potenti senza per questo diventare il Creatore. E proprio perché rimane creatura, rimane responsabile di ciò che costruisce, di ciò che delega e delle conseguenze delle proprie decisioni.

24. La vera frontiera

La vera frontiera dell'intelligenza artificiale non sarà quindi soltanto tecnologica.

Sarà antropologica.

Perché la domanda ultima non riguarda soltanto ciò che l'intelligenza artificiale sarà capace di fare. Riguarda ciò che l'uomo sarà disposto a delegarle e, soprattutto, ciò che sarà ancora disposto a governare direttamente.

Se la prima grande rivoluzione della conoscenza ha liberato l'uomo dalla pretesa di un'autorità che potesse stabilire i confini della realtà, la rivoluzione tecnologica contemporanea ci pone davanti a un rischio speculare: che l'uomo, dopo aver liberato la conoscenza, deleghi progressivamente alla tecnologia una parte della propria capacità di conoscerla, interpretarla e trasformarla.

Il problema del futuro non sarà quindi soltanto chi controlla la conoscenza. Sarà chi controlla la tecnologia attraverso la quale la conoscenza diventa potere e se l'uomo saprà continuare a controllare la propria creatura.

Dovremo decidere:

che cosa significa essere uomini;

quali attività vogliamo delegare;

quali non vogliamo delegare;

quali valori devono guidare la tecnologia;

chi deve controllare le infrastrutture;

chi deve possedere la conoscenza;

come distribuire i benefici;

come impedire che la nuova tecnologia produca nuove forme di dominio.

E dovremo farlo prima che il cambiamento sia irreversibile.

Perché una volta che una società avrà delegato una parte fondamentale della propria conoscenza, produzione e capacità decisionale a sistemi controllati da pochi soggetti, recuperare autonomia potrebbe diventare estremamente difficile.

25. La domanda che ci conduce alla conclusione

Siamo quindi tornati al punto dal quale eravamo partiti.

Giordano Bruno ci aveva costretto a chiederci:

chi controlla la conoscenza?

Galileo ci ha insegnato:

la conoscenza della natura deve essere libera e verificabile.

Zichichi ci ha ricordato:

la scienza non rende necessariamente inutile la domanda sul Creatore.

Ratzinger ci ha insegnato:

la ragione deve rimanere aperta alla verità e la tecnica non può diventare un assoluto.

La bioetica ci ha insegnato:

non tutto ciò che possiamo fare dobbiamo necessariamente farlo.

L'intelligenza artificiale ci pone ora davanti alla sintesi di tutte queste domande.

Perché l'uomo sta costruendo qualcosa che può aumentare enormemente la sua capacità di conoscere, decidere e agire.

E allora la domanda finale non può più essere soltanto:

Chi controlla la conoscenza controlla il potere?

La domanda diventa:

chi controllerà il potere di una conoscenza che non sarà più elaborata soltanto dall'uomo?

E ancora più in profondità:

saprà l'uomo utilizzare l'intelligenza artificiale per servire l'uomo, rispettare il Creato e riconoscere il limite della propria condizione di creatura, oppure costruirà con essa una nuova Torre di Babele?

È questa la domanda che ci porterà all'ultima parte del nostro percorso:

PARTE VI — LA NUOVA SOVRANITÀ

Energia, tecnologia, intelligenza e potere: chi controllerà il futuro?

Perché a quel punto la storia di Bruno non sarà più soltanto storia.

Sarà diventata una chiave per leggere il futuro.

PARTE VI — LA NUOVA SOVRANITÀ

Energia, tecnologia, intelligenza e potere: chi controllerà il futuro?

1. La sovranità non è più soltanto territoriale

Per secoli abbiamo identificato la sovranità con il controllo di un territorio.

Chi controllava la terra controllava le risorse.

Chi controllava le risorse controllava la ricchezza.

Chi controllava la ricchezza poteva costruire eserciti.

E chi disponeva degli eserciti poteva difendere o espandere il proprio potere.

Questo schema ha dominato la storia politica per millenni.

Poi è arrivata la rivoluzione industriale.

La terra è rimasta importante, ma è comparsa una nuova risorsa senza la quale la potenza degli Stati moderni sarebbe diventata impossibile:

l'energia.

Il carbone prima.

Il petrolio e il gas poi.

L'elettricità.

Il nucleare.

La sovranità ha così assunto una nuova dimensione.

Uno Stato poteva essere politicamente indipendente e tuttavia diventare vulnerabile se non era in grado di garantire l'energia necessaria alla propria economia.

Oggi siamo davanti a un altro passaggio.

L'energia rimane fondamentale.

Ma non è più sufficiente.

Perché l'economia contemporanea dipende sempre più dalla capacità di trasformare l'energia in tecnologia e conoscenza.

2. Dalla sovranità energetica alla sovranità tecnologica

La transizione che stiamo vivendo non significa semplicemente sostituire una fonte energetica con un'altra.

Significa trasformare l'intero sistema attraverso il quale una società produce potenza.

Energia.

Infrastrutture.

Ricerca.

Industria.

Dati.

Semiconduttori.

Software.

Intelligenza artificiale.

Robotica.

Sono elementi di una stessa catena.

Un Paese può avere grandi quantità di energia, ma se non possiede le tecnologie necessarie per trasformarla in capacità industriale avanzata dipenderà da altri.

Può possedere eccellenti università, ma se non riesce a trasformare la ricerca in imprese e infrastrutture dipenderà da altri.

Può possedere imprese competitive, ma se dipende integralmente da tecnologie estere essenziali rimane vulnerabile.

La sovranità del futuro sarà quindi la capacità di controllare le filiere strategiche della conoscenza e della tecnologia.

3. Il nuovo petrolio non sono semplicemente i dati

Negli ultimi anni è diventato popolare affermare che:

"i dati sono il nuovo petrolio."

La metafora è utile, ma non è sufficiente.

Il petrolio possiede valore perché può essere trasformato in energia e prodotti industriali.

Un dato isolato, invece, non possiede necessariamente valore.

Il valore nasce dalla capacità di:

raccoglierlo;

organizzarlo;

interpretarlo;

metterlo in relazione con altri dati;

trasformarlo in conoscenza;

utilizzarlo per prendere decisioni.

E qui entra l'intelligenza artificiale.

L'AI può diventare uno strumento capace di trasformare enormi quantità di dati in capacità decisionale.

Per questo il vero asset strategico non è soltanto il dato.

È l'intera infrastruttura cognitiva capace di trasformare il dato in potere operativo.

4. Il potere cambia ancora una volta forma

Abbiamo quindi una progressione storica che merita di essere osservata.

Il potere antico:

controllare la terra.

Il potere industriale:

controllare l'energia e la produzione.

Il potere digitale:

controllare le informazioni e le reti.

Il potere cognitivo:

controllare l'elaborazione della conoscenza.

E il futuro potrebbe essere:

controllare la capacità di trasformare conoscenza artificiale in decisioni e azioni.

Questo è il punto nel quale AI e robotica diventano inseparabili.

Perché una macchina capace di conoscere è potente.

Ma una macchina capace di conoscere e agire è molto più potente.

5. Il passaggio decisivo: l'intelligenza diventa infrastruttura

Per molto tempo abbiamo considerato l'intelligenza come una caratteristica individuale.

Una persona era intelligente.

Una comunità poteva essere istruita.

Un'università produceva conoscenza.

Un'impresa sviluppava competenze.

Oggi stiamo entrando in un mondo nel quale una parte dell'intelligenza diventa infrastruttura.

L'intelligenza artificiale può essere incorporata:

nelle imprese;

nelle amministrazioni;

negli ospedali;

nelle università;

nelle fabbriche;

nei sistemi logistici;

nei servizi finanziari;

nelle infrastrutture energetiche;

nei sistemi di sicurezza;

nei robot.

Questo significa che l'intelligenza artificiale non sarà semplicemente un nuovo prodotto.

Potrà diventare una infrastruttura generale della società.

E chi controlla un'infrastruttura generale possiede inevitabilmente una forma di potere.

6. Per questo l'Europa non può limitarsi a regolamentare

Regolare è necessario.

Ma regolamentare una tecnologia che non si possiede è diverso dal partecipare alla sua costruzione.

L'Europa deve quindi affrontare una questione più profonda:

vuole essere soltanto consumatrice di intelligenza artificiale oppure vuole essere anche produttrice della propria capacità cognitiva?

La risposta determinerà una parte della sua autonomia futura.

Non basta avere regole.

Servono:

ricerca;

università;

capitale;

imprese;

infrastrutture;

energia;

semiconduttori;

competenze;

data center;

modelli;

robotica.

La sovranità tecnologica non nasce da una singola legge.

Nasce da un ecosistema industriale.

7. E l'Italia?

Per l'Italia la questione è ancora più delicata.

Il nostro Paese possiede una straordinaria capacità manifatturiera.

Possiede distretti industriali.

Competenze meccaniche.

Automazione.

Robotica.

Meccatronica.

Design.

Beni strumentali.

Università e ricerca.

Una rete di piccole e medie imprese che costituisce una delle peculiarità della nostra economia.

Ma proprio questa struttura rischia di essere vulnerabile se la nuova infrastruttura cognitiva viene sviluppata integralmente altrove.

L'impresa italiana del futuro potrebbe avere macchinari italiani, lavoratori italiani e clienti italiani, ma dipendere da:

software stranieri;

cloud stranieri;

modelli AI stranieri;

semiconduttori stranieri;

piattaforme straniere.

Formalmente sarebbe ancora un'impresa italiana.

Strategicamente potrebbe essere dipendente.

8. La questione industriale diventa questione politica

E qui torniamo alla nostra domanda iniziale.

Chi controlla la conoscenza controlla il potere.

Se la conoscenza strategica viene prodotta altrove, anche una parte della capacità decisionale viene prodotta altrove.

Se le tecnologie fondamentali vengono controllate altrove, anche una parte della libertà strategica viene controllata altrove.

La sovranità quindi non consiste nell'isolarsi.

Consiste nell'avere alternative.

Un Paese sovrano non deve necessariamente produrre tutto.

Deve però evitare che l'assenza di una tecnologia essenziale lo renda completamente dipendente da un altro soggetto.

Questa è la differenza fra:

interdipendenza

e

dipendenza strategica.

9. Energia e AI: il legame che diventerà decisivo

La nuova economia cognitiva ha però una caratteristica che rischiamo di sottovalutare.

L'intelligenza artificiale è digitale, ma non è immateriale.

Dietro un modello ci sono infrastrutture fisiche.

Server.

Processori.

Reti.

Sistemi di raffreddamento.

Data center.

Energia.

E quindi la questione energetica ritorna.

Non è più sufficiente domandarsi:

quale energia utilizzeremo per muovere automobili e fabbriche?

Dobbiamo anche chiederci:

quale energia servirà per alimentare l'infrastruttura cognitiva della nuova economia?

Questa domanda diventerà sempre più importante con l'aumento della potenza di calcolo e con la diffusione dell'AI nei processi industriali.

10. L'energia alimenta la nuova intelligenza

Possiamo quindi rappresentare il nuovo sistema attraverso una catena molto semplice:

energia → calcolo → intelligenza artificiale → automazione → robotica → produzione.

Ma esiste anche un percorso inverso:

AI → maggiore efficienza → nuove tecnologie energetiche → maggiore capacità produttiva.

È quindi possibile che AI ed energia si rafforzino reciprocamente.

La tecnologia può rendere più efficiente l'energia.

L'energia rende possibile una tecnologia più potente.

Questo significa che la competizione futura non sarà soltanto fra fonti energetiche.

Sarà anche fra sistemi tecnologici capaci di trasformare l'energia in capacità cognitiva e produttiva.

11. La sovranità tecnologica non è nazionalismo tecnologico

È importante precisarlo.

Non stiamo sostenendo che ogni Stato debba costruire da solo tutto ciò che utilizza.

Sarebbe economicamente irrealistico e culturalmente contrario alla storia della scienza.

La conoscenza è sempre cresciuta attraverso lo scambio.

Galileo non sarebbe comprensibile senza la tradizione scientifica precedente.

La scienza moderna è nata dalla circolazione delle idee.

La tecnologia contemporanea è il risultato di reti internazionali.

La vera sovranità non è quindi chiudersi.

È poter scegliere.

Collaborare perché lo si decide.

Non perché non esiste alternativa.

12. La nuova disuguaglianza

Questa trasformazione potrebbe produrre una nuova forma di disuguaglianza.

Non soltanto tra ricchi e poveri.

Non soltanto tra Paesi industrializzati e Paesi meno industrializzati.

Ma tra chi possiede capacità cognitiva artificiale e chi la utilizza semplicemente come servizio.

Chi controlla i modelli più avanzati potrebbe avere un vantaggio enorme.

Chi controlla i dati strategici potrebbe avere un vantaggio.

Chi controlla i semiconduttori potrebbe avere un vantaggio.

Chi controlla l'energia necessaria potrebbe avere un vantaggio.

Chi controlla la robotica potrebbe avere un vantaggio.

La nuova economia potrebbe quindi concentrare potere in modo ancora più intenso di quanto abbiano fatto alcune precedenti rivoluzioni industriali.

13. Il rischio di una nuova aristocrazia

Potremmo trovarci davanti a qualcosa di nuovo:

non un'aristocrazia fondata sulla nascita,

non una borghesia fondata soltanto sul capitale,

ma una élite cognitiva e tecnologica capace di controllare le infrastrutture attraverso le quali una parte crescente della società produce conoscenza.

Non è inevitabile.

Ma è possibile.

Ed è proprio per questo che la questione deve essere affrontata prima che la concentrazione diventi strutturale.

La tecnologia può democratizzare la conoscenza.

Ma può anche concentrarla.

Può aumentare le opportunità.

Ma può anche aumentare le distanze.

Può liberare tempo.

Ma può anche creare nuove forme di dipendenza.

La tecnologia, ancora una volta, non decide da sola il proprio destino.

Sono gli uomini e le istituzioni a determinarlo.

14. Il problema del potere non è morto con Bruno

A questo punto possiamo tornare al XVI secolo.

La vicenda di Bruno appartiene a un mondo completamente diverso dal nostro.

Non possiamo trasferire meccanicamente le sue categorie nel XXI secolo.

Ma possiamo riconoscere una struttura comune.

Allora la questione riguardava:

chi ha il diritto di stabilire ciò che può essere pensato, insegnato e sostenuto pubblicamente?

Oggi la questione riguarda:

chi possiede le infrastrutture attraverso le quali la conoscenza viene prodotta, filtrata e resa operativa?

Sono problemi diversi.

Ma entrambi riguardano il rapporto fra:

conoscenza e potere.

È questa continuità, non una falsa equivalenza storica, che rende Bruno ancora attuale.

15. La nuova Torre di Babele

Ed eccoci di nuovo davanti a Babele.

La Torre non è soltanto un edificio.

È il simbolo di una potenza che tende all'autosufficienza.

Oggi non dobbiamo immaginare una torre di pietra.

Possiamo immaginare una torre fatta di:

data center;

algoritmi;

semiconduttori;

energia;

robot;

reti;

capitale;

conoscenza.

Una torre capace di concentrare una quantità di potere cognitivo mai esistita nella storia.

Ma la domanda cristiana rimane la stessa:

a quale scopo viene costruita?

Se viene costruita per servire l'uomo, può diventare uno strumento straordinario.

Se viene costruita per dominare l'uomo, può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.

16. Il limite non è nemico dell'innovazione

Questo è un punto sul quale dobbiamo essere molto chiari.

Porre limiti non significa essere contro il progresso.

Al contrario.

Una società tecnologicamente matura non è quella che permette tutto.

È quella che sa distinguere:

innovazione da abuso;

rischio da beneficio;

libertà da arbitrio;

efficienza da dignità;

possibilità da legittimità.

Il limite può quindi diventare una condizione della libertà.

Come una strada senza regole non produce necessariamente maggiore libertà, ma può produrre il dominio del più forte, così una tecnologia senza principi può produrre il dominio di chi possiede più risorse.

17. La responsabilità verso il Creato

La nostra prospettiva cristiana introduce un ulteriore elemento.

L'uomo non è proprietario assoluto del mondo.

È chiamato a coltivare e custodire.

Questo principio assume un significato nuovo nell'epoca tecnologica.

Custodire il Creato significa anche interrogarsi:

quanta energia consumiamo?

quali materiali utilizziamo?

quali conseguenze produciamo?

quali territori vengono coinvolti?

quali risorse vengono concentrate?

quale modello di sviluppo stiamo costruendo?

L'intelligenza artificiale non è quindi separata dall'ecologia.

È parte della questione.

18. Una tecnologia che rispetti l'uomo e il Creato

La nostra prospettiva finale può essere quindi sintetizzata in un principio:

la tecnologia deve aumentare la capacità dell'uomo di conoscere e trasformare il mondo senza distruggere la dignità dell'uomo e l'equilibrio del Creato.

È una prospettiva profondamente cristiana.

Ma può diventare anche una piattaforma di dialogo universale.

Perché la responsabilità verso l'uomo e verso il mondo che abitiamo non appartiene esclusivamente a una confessione religiosa.

La fede cristiana le attribuisce però un fondamento ulteriore:

il Creato non è semplicemente materia disponibile; è dono e responsabilità.

19. E gli umanoidi?

Qui il nostro ragionamento raggiunge la sua frontiera più concreta.

Se un umanoide diventerà capace di operare autonomamente in una fabbrica, assistere un anziano o intervenire in un ambiente pericoloso, avremo davanti una nuova categoria di strumento.

Non sarà soltanto un software.

Non sarà soltanto una macchina.

Sarà una capacità artificiale incarnata.

Questo richiederà nuovi standard.

Dovremo stabilire:

chi è responsabile;

quali azioni sono ammissibili;

quali dati può utilizzare;

come deve proteggere la persona;

quando deve fermarsi;

quando deve chiedere l'intervento umano;

come deve reagire davanti a un conflitto fra obiettivi.

Questa non è fantascienza.

È la conseguenza logica dell'incontro fra AI e robotica.

20. La macchina dovrà conoscere il limite

E qui possiamo formulare una delle nostre conclusioni più forti.

Non possiamo chiedere a una macchina di avere la fede dell'uomo.

Ma possiamo progettare una macchina affinché riconosca il proprio limite operativo.

Un sistema sicuro non è quello che pretende di sapere sempre.

È quello che sa quando non sa.

Un sistema affidabile non è quello che decide sempre.

È quello che sa quando deve lasciare la decisione all'uomo.

Un robot realmente al servizio dell'uomo non è quello che sostituisce ogni decisione.

È quello che riconosce quando l'uomo deve rimanere il decisore.

Questa potrebbe essere una delle caratteristiche più importanti della futura AI.

21. Dalla macchina intelligente all'uomo saggio

Ed eccoci al punto più profondo.

Possiamo costruire intelligenze artificiali sempre più potenti.

Ma non possiamo delegare alla macchina la responsabilità di decidere che cosa sia l'uomo.

Quella domanda rimane nostra.

La macchina può assisterci nel conoscere.

Può aiutarci a prevedere.

Può aiutarci a costruire.

Può aiutarci a curare.

Può aiutarci a lavorare.

Ma non deve diventare il criterio ultimo della nostra esistenza.

Perché il giorno in cui l'uomo comincerà a misurare il proprio valore attraverso ciò che una macchina ritiene utile, efficiente o ottimale, avremo compiuto una trasformazione antropologica ben più profonda di qualsiasi rivoluzione industriale.

22. La domanda di Bruno arriva fino a noi

Bruno fu condannato nel contesto di un conflitto con i confini dottrinali e istituzionali del suo tempo.

Galileo riuscì a portare avanti una parte della nuova conoscenza in un contesto diverso, sostenuto anche da protezioni politiche e culturali.

La scienza moderna conquistò progressivamente la propria autonomia.

Oggi siamo davanti a un'altra rivoluzione.

Ma questa volta il problema non è soltanto:

chi può conoscere?

È:

chi controllerà la conoscenza prodotta dalle macchine?

E quindi:

chi controllerà il potere che da quella conoscenza deriverà?

Questa domanda non appartiene più soltanto alla filosofia.

È diventata una questione industriale, economica, geopolitica e strategica.

23. La sovranità del futuro

La sovranità del XXI secolo sarà quindi costruita su più livelli:

sovranità energetica, per disporre dell'energia necessaria;

sovranità industriale, per trasformare l'energia in produzione;

sovranità tecnologica, per possedere le infrastrutture fondamentali;

sovranità digitale, per controllare dati e reti;

sovranità cognitiva, per non dipendere completamente da sistemi esterni nella produzione e nell'elaborazione della conoscenza;

sovranità morale, per conservare la capacità di stabilire autonomamente ciò che una società considera giusto e desiderabile.

Quest'ultima è forse la più importante.

Perché uno Stato può essere tecnologicamente avanzato e tuttavia non essere veramente libero se ha perso la capacità di decidere per quale uomo e per quale società utilizzare quella tecnologia.

24. Il vero potere del futuro

Forse possiamo quindi aggiornare definitivamente la nostra formula.

Non è più sufficiente dire:

chi controlla la conoscenza controlla il potere.

Dobbiamo aggiungere:

chi controlla l'energia alimenta la conoscenza; chi controlla la tecnologia la trasforma in capacità; chi controlla l'intelligenza artificiale può trasformare la conoscenza in decisione; chi controlla la robotica può trasformare la decisione in azione.

Nel modello interpretativo proposto in questo lavoro, possiamo rappresentare la convergenza fra queste dimensioni attraverso una sequenza concettuale:

ENERGIA → TECNOLOGIA → CONOSCENZA → INTELLIGENZA → DECISIONE → AZIONE → POTERE

E questa catena rappresenta probabilmente uno degli assetti fondamentali del XXI secolo.

25. Ma il potere non è il fine

Ed è qui che dobbiamo fermarci.

Perché tutto il nostro ragionamento rischierebbe altrimenti di trasformarsi in una nuova teoria del potere.

La nostra domanda è invece più profonda.

A che cosa serve il potere?

A dominare?

A controllare?

A concentrare ricchezza?

Oppure a creare condizioni nelle quali l'uomo possa vivere con maggiore libertà, dignità e responsabilità?

La prospettiva cristiana introduce qui una risposta radicalmente diversa dalla semplice logica della potenza.

Il potere trova la propria legittimità nel servizio.

La conoscenza trova il proprio significato nella verità.

La tecnologia trova la propria giustificazione nel bene dell'uomo.

E la libertà trova il proprio compimento nella responsabilità.

26. Il futuro che dobbiamo scegliere

Non sappiamo ancora quale forma assumerà l'intelligenza artificiale fra venti o trent'anni.

Non sappiamo quali capacità avranno gli umanoidi.

Non sappiamo quanto rapidamente evolveranno.

Non sappiamo se alcune delle ipotesi oggi formulate si realizzeranno realmente.

Ed è importante non trasformare previsioni in fatti.

Ma una cosa possiamo già sapere.

Le decisioni che prenderemo oggi contribuiranno a determinare il mondo nel quale queste tecnologie cresceranno.

Per questo la questione non può essere lasciata soltanto al mercato.

Non può essere lasciata soltanto alla politica.

Non può essere lasciata soltanto alla Chiesa.

Non può essere lasciata soltanto agli scienziati.

Non può essere lasciata soltanto alle imprese tecnologiche.

Richiede un dialogo fra:

scienza, industria, politica, filosofia, diritto, etica e teologia.

27. Dalla storia alla responsabilità

Ed è qui che finalmente possiamo comprendere perché siamo partiti da Giordano Bruno.

Non volevamo semplicemente riabilitare un uomo.

Non volevamo aggiungere una nuova interpretazione alle molte già esistenti.

Volevamo capire una dinamica.

Ogni volta che l'uomo conquista una nuova forma di conoscenza, cambia il rapporto fra:

verità e autorità;

conoscenza e potere;

scienza e politica;

innovazione e controllo.

Bruno rappresenta una delle prime grandi fratture della modernità.

Galileo rappresenta la conquista dell'autonomia metodologica della scienza.

Zichichi rappresenta la possibilità contemporanea di mantenere aperto il dialogo fra scienza e Creatore.

Ratzinger ci ricorda che la ragione deve rimanere aperta alla verità e che la tecnica non può diventare un assoluto.

L'AI rappresenta la nuova frontiera nella quale conoscenza e potere stanno per incontrarsi in una forma mai sperimentata prima.

28. E allora ritorna la Torre di Babele

Forse il significato più profondo della Torre di Babele non è che l'uomo non debba costruire.

L'uomo costruisce da sempre.

Il problema è quando dimentica chi è.

La torre diventa allora simbolo della pretesa di autosufficienza.

Oggi possiamo costruire torri molto più alte di quelle dell'antichità.

Non di pietra.

Di conoscenza.

Di tecnologia.

Di capitale.

Di energia.

Di intelligenza.

Possiamo costruire sistemi capaci di vedere, ascoltare, comprendere, parlare, pianificare e agire.

Ma la domanda rimane:

costruiremo una tecnologia che serva l'uomo oppure una tecnologia davanti alla quale sarà l'uomo a doversi adattare?

Questa è la vera scelta.

29. L'ultima libertà

Forse la libertà più importante che dovremo difendere nel futuro non sarà semplicemente la libertà di utilizzare l'intelligenza artificiale.

Sarà la libertà di non delegare tutto all'intelligenza artificiale.

La libertà di pensare.

La libertà di dubitare.

La libertà di verificare.

La libertà di scegliere.

La libertà di assumersi la responsabilità.

La libertà di dire:

"questa decisione deve rimanere umana."

Perché una società nella quale ogni decisione è affidata a sistemi ottimizzati potrebbe essere straordinariamente efficiente.

Ma non necessariamente libera.

30. La domanda finale della sovranità

Arriviamo così alla domanda che apre la conclusione del nostro percorso:

chi controllerà il futuro?

Non necessariamente chi possiederà più denaro.

Non necessariamente chi possiederà più territorio.

Non necessariamente chi avrà più abitanti.

Il futuro potrebbe appartenere a chi saprà integrare:

energia, tecnologia, conoscenza, intelligenza artificiale e capacità industriale, mantenendo contemporaneamente la capacità di governarle secondo una visione dell'uomo.

Perché il vero potere non sarà soltanto possedere la tecnologia.

Sarà avere la libertà di decidere per quale scopo utilizzarla.

Ed è proprio qui che il nostro viaggio ritorna al punto di partenza.

Giordano Bruno sviluppò una ricerca filosofica che oltrepassava molti dei confini del sapere del suo tempo.

Galileo rivendicava la libertà di interrogare la natura.

La scienza moderna ha moltiplicato quella libertà.

Oggi l'uomo sta costruendo strumenti capaci di moltiplicare la propria capacità cognitiva.

La domanda che ci resta non è più soltanto:

quanto potremo conoscere?

È:

quanto potere saremo capaci di governare senza perdere la consapevolezza di essere uomini?

E questa domanda ci conduce all'ultimo capitolo.

EPILOGO — L'UOMO DAVANTI AL CREATORE

Dall'Albero della Conoscenza alla nuova Torre di Babele

Perché, alla fine, la questione dell'intelligenza artificiale non sarà una questione sulle macchine.

Sarà una questione sull'uomo.

EPILOGO — L'UOMO DAVANTI AL CREATORE

Dall'Albero della Conoscenza alla nuova Torre di Babele

1. Alla fine, la macchina ci obbliga a guardare l'uomo

Abbiamo iniziato questo viaggio da un uomo condannato a Roma nel 1600.

Giordano Bruno apparteneva a un mondo nel quale la conoscenza dell'universo, la teologia, la filosofia e il potere politico erano ancora profondamente intrecciati.

Abbiamo attraversato Galileo, la nascita della scienza moderna, la progressiva autonomia della ricerca, la riflessione contemporanea di Antonino Zichichi, il pensiero di Joseph Ratzinger sul rapporto fra fede, ragione e tecnica, la nascita della bioetica e infine l'intelligenza artificiale.

A prima vista, potrebbero sembrare capitoli appartenenti a storie completamente diverse.

In realtà sono legati da una domanda che ritorna continuamente:

che cosa accade quando l'uomo acquisisce una nuova forma di conoscenza capace di modificare il proprio rapporto con la realtà?

Ogni volta che questo accade, cambia qualcosa di più della conoscenza.

Cambia il potere.

2. Bruno non appartiene soltanto al passato

La nostra ricerca su Bruno non aveva come obiettivo trasformarlo in un santo, né cancellare le controversie teologiche che emergono dai documenti del processo.

Abbiamo cercato piuttosto di restituirgli la complessità dell'uomo storico.

Un frate domenicano formato nella cultura teologica del suo tempo.

Un sacerdote.

Un filosofo.

Un pensatore inquieto.

Un uomo che attraversò l'Europa portando con sé una concezione dell'universo che rompeva molti degli schemi intellettuali consolidati.

E soprattutto un uomo che non può essere ridotto all'etichetta di "panteista" senza verificare attentamente ciò che realmente pensava e ciò che effettivamente gli fu contestato.

Il nostro compito non è stato sostituire una leggenda con un'altra.

È stato separare il Bruno documentato dal Bruno costruito successivamente dalle diverse culture che hanno cercato di appropriarsi della sua figura.

Questo è importante anche per il futuro.

Perché la conoscenza può essere manipolata tanto quanto il potere.

3. Il vero insegnamento della vicenda di Bruno

La vicenda di Bruno ci consegna una prima lezione:

quando una nuova conoscenza mette in discussione l'ordine costituito, il problema non riguarda più soltanto la verità della conoscenza, ma anche chi possiede l'autorità di stabilirne i confini.

Nel suo tempo, quei confini erano prevalentemente religiosi, filosofici e istituzionali.

Oggi sono molto diversi.

Ma il problema della concentrazione del potere sulla conoscenza non è scomparso.

Ha cambiato forma.

E proprio per questo Bruno continua a parlarci.

4. Galileo ci ha insegnato un'altra cosa

Galileo ha compiuto un passaggio fondamentale.

Ha contribuito a stabilire che la natura deve essere interrogata attraverso:

esperienza, osservazione, ragione e dimostrazione.

Non attraverso la semplice autorità.

E questo principio ha contribuito a liberare la ricerca scientifica.

Ma Galileo non ha trasformato questa libertà in una negazione di Dio.

La sua frase rimane straordinariamente significativa:

«né men eccellentemente ci si scuopre Iddio negli effetti di natura che ne' sacri detti delle Scritture».

La scienza, quindi, non era per Galileo un modo per cancellare il Creatore.

Era uno strumento attraverso il quale l'uomo poteva conoscere meglio il Creato.

Questa distinzione è fondamentale anche oggi.

5. La scienza non è il nuovo Dio

Il progresso scientifico ha prodotto una quantità di conoscenza che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.

Ma proprio per questo dobbiamo evitare una nuova forma di dogmatismo.

La scienza è straordinariamente potente nel rispondere alla domanda:

come funziona?

Ma non può trasformare automaticamente ogni domanda umana in una questione scientifica.

Il significato.

Il bene.

La giustizia.

La dignità.

La responsabilità.

Il fine dell'esistenza.

Sono questioni che coinvolgono anche filosofia, etica e teologia.

E qui il pensiero di Zichichi assume il suo significato.

Non come prova scientifica dell'esistenza di Dio.

Ma come testimonianza contemporanea del fatto che la ricerca scientifica e la fede nel Creatore non devono necessariamente escludersi.

6. Ratzinger ci consegna il criterio

Joseph Ratzinger ci offre forse la chiave più importante per attraversare il nostro tempo.

La ragione non deve avere paura della fede.

La fede non deve avere paura della ragione.

E la tecnica non deve diventare un assoluto.

Perché quando la tecnica diventa fine a se stessa, l'uomo rischia di trasformarsi da soggetto della tecnologia in oggetto della tecnologia.

È questo il punto nel quale il pensiero di Benedetto XVI entra direttamente nella nostra riflessione sull'intelligenza artificiale.

La domanda non è:

"Possiamo costruirla?"

La domanda è:

"Per quale uomo la stiamo costruendo?"

7. Il vero problema dell'AI non è l'intelligenza

Potrebbe sembrare paradossale.

Abbiamo chiamato questa nuova tecnologia intelligenza artificiale.

Eppure la questione più importante non è stabilire quanto sarà intelligente.

La vera questione è stabilire che cosa faremo della sua intelligenza.

Una macchina potrebbe diventare capace di superare l'uomo in determinate attività.

Potrebbe analizzare più dati.

Calcolare più rapidamente.

Riconoscere schemi che l'uomo non riesce a vedere.

Prevedere determinati fenomeni.

Generare contenuti.

Controllare processi industriali.

Guidare robot.

Ma nessuna di queste capacità risponde automaticamente alla domanda:

"Perché?"

Ed è proprio il "perché" che riporta l'uomo al centro.

8. L'Albero della Conoscenza

Torniamo allora alla Genesi.

L'uomo non viene condannato perché vuole conoscere.

La conoscenza appartiene alla sua dignità.

Il problema è la pretesa di appropriarsi autonomamente della conoscenza del bene e del male, trasformando la conoscenza in una forma di autosufficienza.

Questa distinzione diventa straordinariamente attuale.

Perché oggi l'uomo sta costruendo sistemi capaci di elaborare una quantità di informazioni che nessun individuo potrebbe gestire autonomamente.

La domanda quindi diventa:

utilizzeremo l'intelligenza artificiale per conoscere meglio la realtà oppure le affideremo il compito di stabilire quale realtà dobbiamo conoscere?

La differenza è enorme.

Nel primo caso la macchina è uno strumento.

Nel secondo rischia di diventare un'autorità.

9. La Torre di Babele

Poi arriva Babele.

L'uomo costruisce una torre e vuole farsi un nome.

Non è la costruzione in sé a essere condannata.

È la pretesa.

La pretesa di raggiungere il cielo.

La pretesa di essere autosufficiente.

La pretesa di costruire una potenza senza limite.

È qui che Babele diventa una metafora straordinariamente attuale.

Oggi possiamo costruire una torre diversa.

Non di pietra.

Di:

energia, dati, semiconduttori, algoritmi, intelligenza artificiale, robot e capitale.

Una torre capace di concentrare una potenza cognitiva mai esistita prima.

La domanda non è se dobbiamo costruirla.

La domanda è:

chi la costruirà, per quale scopo e al servizio di chi?

10. La vera "nuova Babele"

Potremmo quindi definire la nuova Babele non come una macchina che sostituisce Dio.

Sarebbe una semplificazione.

La nuova Babele sarebbe piuttosto la costruzione di un sistema tecnologico nel quale l'uomo pretende di non avere più bisogno di alcun limite esterno alla propria capacità di conoscere, decidere e trasformare la realtà.

Questa è una distinzione fondamentale.

Il problema non è la tecnologia.

Il problema è l'assolutizzazione della tecnologia.

Non è l'intelligenza artificiale.

È l'idea che l'intelligenza artificiale possa diventare il criterio ultimo della verità, della morale e della vita umana.

11. Una macchina non deve diventare il nostro giudice

Qui arriviamo a un punto decisivo.

Possiamo affidare alle macchine compiti sempre più complessi.

Ma non dovremmo confondere:

decisione automatizzata

con

responsabilità morale.

Una macchina può assistere.

Può suggerire.

Può prevedere.

Può ottimizzare.

Ma la responsabilità per le conseguenze delle decisioni rimane dell'uomo.

Questo principio sarà particolarmente importante quando gli umanoidi entreranno nei luoghi di lavoro, nelle case, negli ospedali e negli spazi pubblici.

Una macchina può eseguire un'azione.

Ma qualcuno deve essere responsabile del fatto che quella macchina sia stata progettata, autorizzata e utilizzata in quel modo.

12. La macchina dovrà rispettare l'uomo

Ed è qui che possiamo finalmente dare un contenuto concreto alla nostra idea di moralizzazione dell'intelligenza artificiale.

Non chiediamo alla macchina di avere una fede religiosa.

Non abbiamo elementi per affermare che una macchina possieda un'anima.

Non dobbiamo antropomorfizzarla.

Chiediamo qualcosa di diverso.

Che sia progettata e governata secondo principi che tutelino:

la vita;

la dignità;

la libertà;

la verità;

la responsabilità;

la giustizia;

la sicurezza;

il rispetto del Creato.

Una macchina non deve essere credente.

Deve essere governata da uomini credenti e non credenti che riconoscano il valore dell'uomo.

Nella nostra prospettiva cristiana, questo valore possiede un fondamento ulteriore: l'uomo è creatura e porta in sé una dignità che non dipende dalla sua utilità.

13. Il Creato non è una miniera infinita

Questa responsabilità riguarda anche la Terra.

L'intelligenza artificiale sembra immateriale.

Non lo è.

Dietro ogni sistema esistono infrastrutture fisiche.

Energia.

Acqua per il raffreddamento.

Semiconduttori.

Metalli.

Data center.

Reti.

Trasporti.

Lavoro umano.

La rivoluzione digitale è quindi anche materiale.

Se vogliamo costruire una civiltà tecnologica sostenibile, dobbiamo chiederci non soltanto quanto una macchina sia intelligente.

Dobbiamo chiederci quanto costa al Creato la sua intelligenza.

Questa è una domanda che nel futuro diventerà sempre più importante.

14. Energia e sovranità

E qui ritorniamo alla geopolitica.

L'energia alimenta i data center.

I data center alimentano l'AI.

L'AI aumenta la capacità industriale.

La robotica trasforma quella capacità in azione.

La produzione genera ricchezza.

La ricchezza genera potere.

La catena è ormai evidente:

ENERGIA → TECNOLOGIA → CONOSCENZA → INTELLIGENZA → PRODUZIONE → POTERE.

Per questo la sovranità energetica e quella tecnologica non possono essere considerate separatamente.

Una società che dipende completamente dall'esterno per l'energia e per la tecnologia strategica non possiede una piena autonomia decisionale.

E qui il tema diventa particolarmente importante per l'Europa e per l'Italia.

15. L'Italia davanti alla nuova rivoluzione

L'Italia non deve scegliere fra industria e tecnologia.

La sua forza storica è proprio nella capacità di trasformare conoscenza in manifattura.

Meccanica.

Automazione.

Meccatronica.

Robotica.

Beni strumentali.

Design.

Chimica.

Farmaceutica.

Aerospazio.

Agroindustria.

Queste competenze possono diventare fondamentali nell'epoca dell'AI.

Ma soltanto se riusciremo a integrare la nuova capacità cognitiva con la nostra capacità industriale.

Il vero rischio non è che i robot sostituiscano semplicemente gli operai.

Il rischio più grande è che le fabbriche del futuro siano fisicamente in Italia ma cognitivamente dipendenti da infrastrutture controllate altrove.

Questa è la vera questione della sovranità tecnologica.

16. Il potere di chi controlla la conoscenza

Torniamo quindi definitivamente al titolo.

CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA CONTROLLA IL POTERE

Questa frase non deve essere interpretata soltanto come una teoria politica.

È anche una responsabilità.

Se la conoscenza è potere, allora l'accesso alla conoscenza deve essere il più possibile libero, pluralista e verificabile.

Se la tecnologia concentra la conoscenza nelle mani di pochi, il problema non è soltanto economico.

È democratico.

Se una società non sa più verificare ciò che le viene detto, diventa vulnerabile.

Se non possiede le tecnologie fondamentali, diventa dipendente.

Se non possiede l'energia necessaria per alimentarle, diventa fragile.

Se non possiede competenze per comprenderle, diventa spettatrice.

17. Il futuro non deve essere una nuova forma di dominio

E qui torniamo finalmente alla lezione di Bruno.

La sua vicenda ci mostra cosa può accadere quando la conoscenza entra in collisione con un sistema di potere.

Non dobbiamo riprodurre quella dinamica in forma tecnologica.

Non possiamo permettere che l'intelligenza artificiale diventi una nuova autorità incontestabile.

Non possiamo accettare che un algoritmo dica:

"è così perché lo dice il modello."

La cultura scientifica che nasce con Galileo ci impone di rispondere:

dimostralo.

La filosofia ci impone:

spiegalo.

La democrazia ci impone:

rendilo trasparente.

L'etica ci impone:

dimostra che è giusto.

E la fede cristiana ci impone una domanda ancora più radicale:

è rispettoso della dignità della persona e del Creato?

18. L'uomo non deve diventare materia prima della macchina

Questo è forse il punto più importante dell'intero epilogo.

La tecnologia nasce dall'uomo.

È il prodotto della sua intelligenza, della sua creatività e del suo lavoro.

Ma esiste il rischio che il rapporto si capovolga.

Che l'uomo venga valutato secondo criteri stabiliti dalla macchina.

Che il lavoratore venga considerato soltanto una variabile di costo.

Che il cittadino diventi un insieme di dati.

Che il paziente diventi un profilo statistico.

Che il bambino diventi un consumatore predittivo.

Che la persona diventi un algoritmo.

Se questo accadesse, non avremmo semplicemente costruito una tecnologia più potente.

Avremmo modificato l'idea stessa di persona.

Ed è proprio questo che dobbiamo evitare.

19. La vera sfida è morale

Potremmo costruire una macchina estremamente intelligente e vivere in una società moralmente arretrata.

Potremmo avere robot perfetti e istituzioni corrotte.

Potremmo avere energia abbondante e distruggere il Creato.

Potremmo possedere una conoscenza immensa e utilizzarla per manipolare.

Potremmo avere una tecnologia straordinaria e perdere la libertà.

Quindi la vera sfida non è semplicemente:

costruire macchine intelligenti.

È:

costruire una società abbastanza saggia da governarle.

Questa è una sfida molto più difficile.

20. La saggezza non è calcolo

Una macchina può calcolare.

La saggezza è qualcosa di diverso.

La saggezza implica esperienza, responsabilità, discernimento, capacità di comprendere le conseguenze e orientare la propria libertà verso il bene.

Non dobbiamo confondere una capacità computazionale straordinaria con la sapienza.

Potremo costruire sistemi capaci di risolvere problemi matematici enormemente complessi.

Ma questo non significa che sappiano quale problema sia degno di essere risolto.

Questa distinzione potrebbe diventare una delle più importanti del futuro.

21. Il cristianesimo davanti all'intelligenza artificiale

La nostra conclusione non può quindi essere una condanna della tecnologia.

Sarebbe contraria all'intero percorso che abbiamo costruito.

Galileo ci ha insegnato che conoscere il Creato non significa negare il Creatore.

Zichichi ci ha mostrato che la scienza può convivere con la fede.

Ratzinger ci ha ricordato che la ragione e la fede devono incontrarsi e che la tecnica deve rimanere subordinata alla verità sull'uomo.

La prospettiva cristiana non deve quindi dire:

"non costruite."

Deve dire:

"costruite, ma non dimenticate chi siete."

Non:

"non conoscete."

Ma:

"conoscete, senza trasformare la conoscenza in onnipotenza."

Non:

"non utilizzate la tecnologia."

Ma:

"utilizzatela perché sia al servizio dell'uomo e del Creato."

22. L'uomo davanti al Creatore

Ecco perché il titolo dell'epilogo non è:

L'uomo davanti alla macchina.

È:

L'UOMO DAVANTI AL CREATORE

Perché la questione ultima non riguarda ciò che la macchina farà.

Riguarda ciò che l'uomo sceglierà di fare con la propria capacità di costruire.

L'uomo potrà usare l'AI per curare.

Per educare.

Per conoscere.

Per proteggere.

Per produrre.

Per liberare tempo.

Per affrontare malattie.

Per esplorare lo spazio.

Per proteggere l'ambiente.

Oppure potrà usarla per controllare, manipolare, dominare.

La tecnologia moltiplicherà le nostre possibilità.

Ma non deciderà automaticamente quali possibilità scegliere.

23. La nuova libertà

La vera libertà del futuro sarà quindi la capacità di dire no anche quando una tecnologia dice .

No alla manipolazione.

No alla sostituzione indiscriminata dell'uomo.

No alla concentrazione assoluta della conoscenza.

No alla trasformazione della persona in dato.

No all'idea che ciò che è tecnicamente possibile sia automaticamente moralmente lecito.

Ma anche:

sì alla ricerca;

sì alla scienza;

sì all'innovazione;

sì alla conoscenza;

sì alla tecnologia quando serve l'uomo;

sì alla capacità creativa che appartiene alla dignità umana.

Questa non è una posizione contro il futuro.

È una posizione per un futuro umano.

24. Bruno e l'AI: quattro secoli, una domanda

E così possiamo finalmente tornare al punto di partenza.

Giordano Bruno morì nel 1600.

Quattro secoli dopo siamo davanti a una trasformazione che avrebbe superato la sua immaginazione.

Ma una domanda è rimasta.

Allora:

chi decide ciò che l'uomo può conoscere?

Oggi:

chi deciderà ciò che l'uomo potrà conoscere attraverso le macchine?

Allora il potere cercava di controllare la circolazione di determinate idee.

Oggi il potere potrebbe controllare l'infrastruttura attraverso la quale miliardi di persone ricevono e interpretano informazioni.

La tecnologia è cambiata.

La responsabilità è rimasta.

25. L'ultima lezione di Galileo

Galileo ci ha lasciato un'altra lezione fondamentale.

La verità non appartiene all'autorità semplicemente perché è autorità.

La verità deve poter essere cercata.

Deve poter essere verificata.

Deve poter essere discussa.

Questo principio dovrà essere applicato anche all'intelligenza artificiale.

Non dovremo accettare una risposta perché proviene da un sistema tecnologicamente sofisticato.

Dovremo continuare a chiedere:

da dove viene questa informazione?

quali dati la sostengono?

quale metodo è stato utilizzato?

quali errori può contenere?

chi controlla il sistema?

quale interesse può esserci dietro?

La cultura scientifica non deve diminuire con l'AI.

Deve diventare ancora più rigorosa.

26. La conoscenza come responsabilità

Arriviamo così alla conclusione definitiva.

La conoscenza è un dono straordinario.

Ma ogni conoscenza porta con sé una responsabilità proporzionata alla potenza che genera.

Quando l'uomo ha scoperto l'energia nucleare, ha acquisito una responsabilità enorme.

Quando ha imparato a manipolare il patrimonio genetico, ne ha acquisita un'altra.

Quando ha costruito l'intelligenza artificiale, ha aperto una nuova dimensione.

E quando collegherà l'AI alla robotica e agli umanoidi, quella responsabilità diventerà ancora maggiore.

Perché la conoscenza non sarà più soltanto nelle nostre mani.

Sarà incorporata in sistemi capaci di agire.

27. L'uomo non deve diventare Dio

Questa è forse la frase più semplice e più difficile da sostenere.

L'uomo può conoscere.

Può creare.

Può inventare.

Può trasformare.

Può costruire.

Ma non deve confondere la propria capacità creativa con la condizione del Creatore.

L'Albero della Conoscenza ci ricorda il limite della pretesa.

Babele ci ricorda il limite della potenza.

Galileo ci ricorda la libertà della ricerca.

Zichichi ci ricorda che la scienza può continuare a interrogarsi sul Creatore.

Ratzinger ci ricorda che la ragione deve rimanere aperta alla verità e che la tecnica non può diventare un assoluto.

Bruno ci ricorda, infine, quanto possa essere fragile la libertà della conoscenza quando essa entra in conflitto con il potere.

28. La domanda che lasciamo al futuro

Non sappiamo ancora quale sarà l'intelligenza artificiale fra cinquant'anni.

Non sappiamo quali saranno le capacità degli umanoidi.

Non sappiamo se nasceranno forme di intelligenza artificiale che oggi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

Non dobbiamo inventare certezze dove esistono soltanto ipotesi.

Ma possiamo scegliere oggi quali principi difendere.

Possiamo scegliere che la persona venga prima della macchina.

Che la verità venga prima della propaganda.

Che la responsabilità venga prima dell'efficienza.

Che la libertà venga prima del controllo.

Che la conoscenza rimanga aperta e verificabile.

Che la tecnologia sia al servizio del bene.

Che il Creato non venga considerato una risorsa infinita.

E, nella nostra prospettiva cristiana, che l'uomo non dimentichi mai la propria condizione di creatura.

29. Chi controllerà la conoscenza controllerà il potere

Siamo finalmente tornati al nostro titolo.

Ma ora sappiamo che contiene molto più di quanto sembrasse all'inizio.

Chi controlla la conoscenza controlla il potere.

Perché la conoscenza permette di comprendere.

Comprendere permette di prevedere.

Prevedere permette di decidere.

Decidere permette di agire.

Agire permette di trasformare la realtà.

E chi possiede la capacità di trasformare la realtà possiede una forma di potere.

La storia di Giordano Bruno ci mostra quanto questo rapporto possa essere delicato.

La storia di Galileo ci mostra quanto sia importante la libertà della ricerca.

La scienza contemporanea ci mostra quanto sia grande ciò che ancora dobbiamo comprendere.

L'intelligenza artificiale ci pone davanti a una possibilità mai conosciuta:

trasformare la conoscenza stessa in una capacità artificiale.

30. L'ultima domanda non riguarda la macchina

E allora possiamo chiudere il nostro percorso con la domanda dalla quale, in realtà, tutto era iniziato:

chi controllerà la conoscenza?

Ma la risposta più importante non è:

chi controllerà l'AI?

È:

chi controllerà l'uomo che controlla l'AI?

Perché possiamo costruire macchine intelligenti.

Possiamo costruire robot autonomi.

Possiamo costruire umanoidi.

Possiamo produrre energia.

Possiamo accumulare dati.

Possiamo conquistare una conoscenza immensa.

Ma rimarrà sempre una domanda che nessuna macchina potrà cancellare:

che cosa è bene fare con tutto questo potere?

Quella domanda appartiene ancora all'uomo.

E, per chi crede, appartiene all'uomo davanti a Dio.

Forse è proprio questo il vero insegnamento che attraversa quattro secoli di storia.

Bruno cercava la verità.

Galileo cercava la verità nella natura.

La scienza ha continuato a cercarla dentro la materia e nell'universo.

L'intelligenza artificiale ci permetterà di cercarla attraverso strumenti nuovi e potentissimi.

Ma la ricerca della verità non può essere sostituita dal possesso della potenza.

Perché conoscere non significa essere padroni della verità.

E creare strumenti sempre più potenti non significa diventare il Creatore.

La vera grandezza dell'uomo non sarà dunque riuscire a costruire una macchina che sappia tutto.

Sarà avere abbastanza saggezza da sapere che cosa fare di ciò che può sapere.

E forse, dopo l'Albero della Conoscenza e la Torre di Babele, questa è la domanda con la quale l'uomo entra nel futuro:

SAPREMO DIVENTARE PIÙ POTENTI SENZA DIMENTICARE DI ESSERE UOMINI?

È qui che la storia di Giordano Bruno smette di appartenere soltanto al passato e diventa una domanda per il nostro futuro.

POSTFAZIONE

DALLA TESI ALLA PROVA

Questo libro nasce da una convinzione, ma non vuole terminare con una convinzione.

Vuole terminare con una domanda rivolta ai documenti.

Perché se il nostro intento è davvero cercare la verità dei fatti, dobbiamo accettare anche la possibilità che alcune delle nostre intuizioni iniziali debbano essere corrette, precisate o ridimensionate.

È questo, in fondo, il metodo che abbiamo cercato di difendere attraverso Galileo.

La verità non deve avere paura della verifica.

E questa regola deve valere anche per la nostra stessa tesi.

1. La nostra ipotesi centrale

L'ipotesi che ho sviluppato lungo queste pagine può essere sintetizzata così:

La condanna di Giordano Bruno non può essere spiegata semplicemente attraverso l'etichetta di "panteista" né ridotta alla sola opposizione fra Bruno e la Chiesa sul piano delle idee filosofiche. Essa deve essere ricostruita attraverso i documenti del processo, il contesto teologico e politico della Chiesa romana alla fine del XVI secolo e la natura effettiva delle proposizioni contestate a Bruno.

Questa è una mia tesi storica interpretativa, elaborata sulla base della documentazione esaminata e verificata attraverso le fonti disponibili. I fatti documentati sono distinti dalle interpretazioni che ne propongo: la tesi non viene presentata come una verità storica già acquisita, ma come una nuova chiave di lettura sottoposta al confronto con la documentazione e con la storiografia.

Da essa deriva una seconda considerazione:

la figura di Bruno è stata successivamente reinterpretata da culture diverse e utilizzata come simbolo di battaglie filosofiche, politiche e anticlericali che non coincidono necessariamente con il pensiero storico dell'uomo condannato nel 1600.

Anche questa è una proposizione che deve essere documentata.

Infine abbiamo formulato una terza tesi, che appartiene già al nostro terreno filosofico:

la vicenda di Bruno può essere utilizzata come chiave interpretativa per riflettere sul rapporto permanente fra conoscenza, autorità e potere, fino alla nuova frontiera dell'intelligenza artificiale.

Questa, invece, non pretende di essere una conclusione storica.

È la nostra interpretazione.

Ed è proprio questa distinzione che rende il lavoro più forte.

2. Non dobbiamo riabilitare Bruno costruendo un altro mito

Questo è forse il punto metodologico più importante.

Esiste un Bruno cattolico assolutamente ortodosso costruito per contrapporsi al Bruno anticristiano.

Esiste un Bruno panteista costruito per contrapporlo alla Chiesa.

Esiste un Bruno martire della libertà di pensiero.

Esiste un Bruno anticipatore della scienza moderna.

Esiste un Bruno esoterico.

Esiste un Bruno quasi profetico.

Ma lo storico deve fare un passo indietro.

Deve chiedere:

quale Bruno emerge dai documenti?

È questo Bruno che dobbiamo cercare.

Non quello che ci serve per confermare la nostra tesi.

3. La questione del panteismo

Qui sarà necessaria una particolare precisione.

Il termine panteismo appartiene alla storia della filosofia, ma utilizzarlo per descrivere Bruno richiede cautela.

Non possiamo semplicemente prendere una categoria successiva e applicarla automaticamente a un pensatore del XVI secolo.

Bruno utilizzò un linguaggio nel quale Dio, natura, universo, infinito e unità della realtà sono profondamente interconnessi.

Ma questo non significa automaticamente che la sua filosofia possa essere ridotta alla formula:

Dio = natura.

La questione è molto più complessa.

Per questo la nostra formulazione definitiva dovrebbe essere:

Bruno non può essere liquidato attraverso la semplice etichetta di "panteista": la sua concezione di Dio, dell'infinito, della natura e dell'universo deve essere ricostruita direttamente attraverso le sue opere e attraverso le proposizioni contestate nel processo.

Questa è una tesi molto più difficile da attaccare.

E soprattutto è metodologicamente più corretta.

4. Bruno e Cristo

Qui dobbiamo essere altrettanto rigorosi.

L'ipotesi interpretativa secondo cui Bruno avrebbe mantenuto un riferimento cristiano autentico è una interpretazione che dobbiamo sottoporre ai documenti, non un fatto che possiamo semplicemente dichiarare.

Bruno era certamente entrato nell'Ordine domenicano, aveva ricevuto una formazione teologica e aveva conosciuto profondamente la cultura cristiana del suo tempo.

Ma da questo non consegue automaticamente che tutte le sue posizioni teologiche fossero conformi alla dottrina cattolica allora vigente.

La domanda storicamente corretta è quindi:

quali elementi della sua formazione e delle sue opere mostrano una permanenza del riferimento cristiano e quali, invece, furono giudicati incompatibili con la dottrina cattolica?

È questa la domanda che dobbiamo documentare.

5. Il processo è il documento decisivo

Se vogliamo comprendere perché Bruno fu condannato, dobbiamo partire dagli atti del processo.

Non dalle interpretazioni posteriori.

Non dalle celebrazioni.

Non dalle polemiche anticlericali.

Non dalle successive appropriazioni ideologiche.

Dagli atti.

Dovremo quindi ricostruire:

  • le accuse iniziali;
  • le contestazioni formulate durante gli interrogatori;
  • le proposizioni teologiche contestate;
  • le eventuali ritrattazioni;
  • le richieste di abiura;
  • il comportamento di Bruno;
  • la sentenza finale;
  • il rapporto fra condanna ecclesiastica ed esecuzione civile.

Soltanto dopo questa ricostruzione potremo dire con precisione perché fu condannato.

6. E qui potrebbe emergere la parte più interessante

La nostra ricerca potrebbe confermare una cosa diversa da quella che inizialmente pensavamo.

Potrebbe dimostrare che le accuse teologiche non furono semplicemente un pretesto inventato per eliminare un pensatore scomodo.

Ma potrebbe anche mostrare che le questioni teologiche furono intrecciate con una più ampia crisi dell'autorità e dell'ordine politico-culturale del tempo.

Questa seconda ipotesi è storicamente molto più interessante della prima.

Perché non abbiamo bisogno di sostenere che la Chiesa "inventò" le accuse.

Dobbiamo capire perché determinate idee furono considerate così pericolose da giustificare una condanna capitale nel contesto del tempo.

Ed è qui che il rapporto fra conoscenza e potere torna centrale.

7. Bruno non deve diventare un'arma contro la Chiesa

Questo punto, che abbiamo volutamente mantenuto sullo sfondo, deve rimanere tale.

La nostra ricerca non ha bisogno di contrapporre:

Bruno contro la Chiesa.

Né:

Bruno contro il cristianesimo.

E nemmeno:

scienza contro religione.

La nostra domanda è diversa:

come funzionava il rapporto fra conoscenza, autorità religiosa e potere temporale nella società europea della fine del XVI secolo?

È una domanda storica.

E proprio per questo è molto più potente.

8. La Chiesa del tempo e la Chiesa di Cristo

Qui dobbiamo mantenere la distinzione che ha guidato tutto il nostro ragionamento.

Non possiamo identificare automaticamente ogni scelta politica compiuta dall'istituzione ecclesiastica di un determinato periodo con l'essenza del messaggio evangelico.

La Chiesa storica è anche un'istituzione umana, inserita nelle strutture politiche, economiche e sociali del proprio tempo.

La Chiesa di Cristo, nella prospettiva teologica cristiana, appartiene invece a un livello diverso.

Questa distinzione ci permette di evitare una contrapposizione semplicistica.

Possiamo quindi criticare una determinata forma storica di esercizio del potere ecclesiastico senza trasformare questa critica in un giudizio contro il cristianesimo.

Ed è precisamente questa la prospettiva che vogliamo mantenere.

9. Galileo diventa allora un confronto decisivo

Il confronto con Galileo sarà particolarmente importante.

Non perché Galileo fosse semplicemente "protetto" e Bruno no.

Anche questa affermazione dovrà essere documentata con precisione.

Ma perché Galileo ci consente di osservare un'altra modalità di rapporto fra:

scienza, potere, patronato, istituzioni e autorità.

Il ruolo dei Medici, della corte fiorentina, dei patroni, delle reti culturali e delle protezioni politiche dovrà essere ricostruito storicamente.

E allora potremo porre una domanda molto interessante:

quanto conta, nella storia dell'innovazione, la qualità dell'idea e quanto conta il contesto politico che permette a quell'idea di sopravvivere?

Questa domanda non riguarda soltanto Galileo.

Riguarda ogni innovazione.

E quindi riguarda anche l'intelligenza artificiale.

10. Dalla protezione di Galileo alla protezione dell'innovazione

Questo è uno dei passaggi più forti della mia tesi prospettica.

Una nuova idea può essere straordinariamente valida e tuttavia non riuscire a imporsi.

Può essere ostacolata.

Può essere ignorata.

Può essere perseguitata.

Può essere semplicemente troppo anticipata rispetto al proprio tempo.

L'innovazione ha quindi bisogno non soltanto di intelligenza.

Ha bisogno di:

libertà;

istituzioni;

capitale;

protezione giuridica;

infrastrutture;

comunità scientifiche;

imprese capaci di trasformare l'idea in realtà.

È una lezione che diventa straordinariamente attuale nell'epoca dell'AI.

11. Dal rogo alla competizione tecnologica

Quattro secoli dopo, il potere non si esercita più necessariamente attraverso il rogo.

Può esercitarsi attraverso:

brevetti;

capitale;

controllo delle infrastrutture;

accesso ai dati;

semiconduttori;

energia;

standard tecnologici;

piattaforme;

mercati;

regolamentazione.

La forma del potere è cambiata.

La logica della concentrazione della conoscenza può però ripresentarsi.

È per questo che la storia di Bruno non deve essere utilizzata come una semplice celebrazione del passato.

Deve diventare una lente per leggere il presente.

12. E qui arriviamo alla nostra vera conclusione

Non abbiamo iniziato questo lavoro per dimostrare che l'uomo del futuro sarà sostituito dalle macchine.

Non abbiamo nemmeno iniziato per dimostrare che l'intelligenza artificiale rappresenterà necessariamente una minaccia.

La domanda centrale della mia tesi è diversa e nasce dal percorso storico che abbiamo seguito.

Nel tempo di Giordano Bruno, il potere poteva esercitarsi anche attraverso il controllo della conoscenza, mentre una nuova conoscenza capace di mettere in discussione l'ordine consolidato poteva diventare destabilizzante. Con Galileo la conoscenza conquista progressivamente autonomia dall'autorità. Con la modernità essa diventa scienza, la scienza diventa tecnologia e la tecnologia diventa una nuova forma di potere.

Oggi la parabola si è invertita. La conoscenza non è più necessariamente ciò che destabilizza il potere: può essere incorporata nella tecnologia, nei dati, nei modelli di intelligenza artificiale e nelle infrastrutture che li rendono possibili, diventando una delle principali fonti di capacità strategica e di potere.

«Il paradosso del nostro tempo è dunque questo: mentre allora era la nuova conoscenza a poter mettere in discussione il potere, oggi è il potere a poter incorporare la nuova conoscenza nella tecnologia; e proprio questa tecnologia potrebbe, in prospettiva, raggiungere livelli di complessità e autonomia tali da rendere più difficile all'uomo governare pienamente la potenza che ha costruito.»

È questa la vera continuità fra Bruno e l'intelligenza artificiale.

Ma la nostra epoca introduce una domanda ulteriore: che cosa accade quando l'uomo non si limita a utilizzare la tecnologia, ma le delega progressivamente funzioni di elaborazione, decisione e azione?

Il problema del futuro non sarà quindi soltanto chi controlla la conoscenza. Sarà anche chi controlla la tecnologia attraverso la quale la conoscenza diventa potere e se l'uomo riuscirà a mantenere il controllo sulla propria creatura tecnologica.

Ed è qui che il titolo assume il suo significato definitivo:

CHI CONTROLLA LA CONOSCENZA
CONTROLLA IL POTERE

Da Giordano Bruno
all'Intelligenza Artificiale

Non è soltanto un titolo storico. È la tesi centrale che propongo in questo lavoro.

Ma è anche una domanda rivolta al futuro: chi controllerà la conoscenza quando essa sarà sempre più incorporata nelle macchine e nelle infrastrutture tecnologiche dalle quali dipenderanno le nostre società?

13. La prova del futuro

Il vero banco di prova non sarà stabilire se l'intelligenza artificiale sarà più intelligente dell'uomo.

Sarà stabilire chi la controllerà.

Chi controllerà l'energia necessaria ad alimentarla.

Chi controllerà i semiconduttori.

Chi controllerà i dati.

Chi controllerà i modelli.

Chi controllerà le infrastrutture.

Chi controllerà la robotica.

Chi controllerà i sistemi nei quali questa conoscenza verrà incorporata.

Chi stabilirà i criteri morali.

Chi stabilirà i limiti.

E chi avrà ancora la capacità di intervenire quando una parte crescente delle decisioni sarà affidata a sistemi tecnologici sempre più complessi?

E soprattutto: chi controllerà coloro che controlleranno tutto questo?

Questa è la domanda politica del futuro.

14. E la risposta cristiana

La nostra risposta non è il rifiuto della tecnologia.

È il riconoscimento del limite, della responsabilità e del fine.

L'uomo può conoscere.

Può creare.

Può trasformare.

Può costruire.

Ma rimane creatura.

La tecnologia deve quindi essere subordinata alla persona.

La persona deve essere orientata alla verità.

La libertà deve essere accompagnata dalla responsabilità.

La conoscenza deve essere accompagnata dalla saggezza.

E la potenza deve essere accompagnata dal limite.

Questa non è una posizione contro la modernità.

È, al contrario, una proposta per una modernità capace di non distruggere l'uomo mentre aumenta le sue capacità.

15. L'ultima frase

Forse possiamo chiudere il libro con una frase ancora più semplice di quella che abbiamo utilizzato finora:

L'uomo potrà costruire macchine sempre più intelligenti, capaci di elaborare conoscenza, prendere decisioni e agire nel mondo. Ma il futuro dipenderà dalla sua capacità di rimanere abbastanza saggio da non delegare alla propria creatura ciò che deve continuare ad appartenere alla responsabilità dell'uomo. E questa responsabilità non è soltanto verso se stesso, verso gli altri uomini e verso il Creato: è responsabilità davanti al Creatore. Perché l'uomo può conoscere il Creato, può trasformarlo e può costruire strumenti sempre più potenti, ma non per questo cessa di essere creatura e non ne diventa il Creatore.

E, nella nostra prospettiva cristiana, l'uomo può diventare straordinariamente potente senza per questo diventare Dio. La sua grandezza non consiste nel sostituirsi al Creatore, ma nel saper usare responsabilmente la libertà, la conoscenza e la capacità creativa che gli sono state affidate da Dio.

Questa è la linea che unisce Bruno, Galileo, Zichichi, Ratzinger e l'intelligenza artificiale.

Non una linea di conflitto fra fede e scienza.

Ma una linea di ricerca:

conoscenza → libertà → responsabilità → potere → limite.

Ed è proprio nel punto nel quale il potere incontra il limite che l'uomo dimostra di aver compreso veramente la propria grandezza.

Questa è la tesi che Luigi Carfora propone attraverso il percorso da Giordano Bruno all'Intelligenza Artificiale.

Luigi Carfora – Chi controlla la conoscenza controlla il potere: da Giordano Bruno e Galileo Galilei all'Intelligenza Artificiale, robotica, sovranità tecnologica e responsabilità dell'uomo davanti al Creatore.
Grafica editoriale della tesi di Luigi Carfora “Chi controlla la conoscenza controlla il potere”, che sintetizza il percorso da Giordano Bruno e Galileo Galilei all'Intelligenza Artificiale, alla robotica e alla sovranità tecnologica, evidenziando il rapporto tra conoscenza, potere, tecnologia, responsabilità e limite nella prospettiva cristiana.
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