
Visioni di Impresa – Ciclo 2026 | Pagina II
Il percorso prosegue
Con questa pagina continua il ciclo editoriale Visioni di Impresa 2026, ideato e condotto da Luigi Carfora.
Le puntate qui raccolte approfondiscono i principali temi che caratterizzano le trasformazioni dell'impresa contemporanea: innovazione, intelligenza artificiale, ricerca, istituzioni, sviluppo economico, sostenibilità, formazione e competitività, attraverso il confronto con imprenditori, rappresentanti delle istituzioni, docenti universitari, professionisti ed esperti.
Per consultare la presentazione del format, l'indice generale e le puntate dalla 1 alla 26, è possibile tornare alla Pagina I.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – Puntata 27 | Ciclo 2026
NAPOLI, L'AMERICA'S CUP E IL FUTURO DELLE CITTÀ
Dalla reputazione internazionale alla governance dello sviluppo: come trasformare un grande evento in un'eredità economica, culturale e sociale
Tema
America's Cup, governance urbana, sviluppo territoriale, Destination Management Organization (DMO), economia del mare, blue economy, marketing territoriale, reputazione internazionale, innovazione, ricerca, capitale umano, imprese, infrastrutture, sostenibilità, cooperazione pubblico-privato, competitività, pianificazione strategica, turismo, cultura, formazione e sviluppo economico.
✦ Pensiero guida della puntata
"Le città non diventano protagoniste del futuro perché ospitano un grande evento. Lo diventano quando sono capaci di trasformare quell'evento in una visione condivisa, in una strategia di lungo periodo e in un'eredità capace di generare valore per le persone, per le imprese e per le generazioni che verranno. La vera sfida non consiste nell'organizzare un evento di successo, ma nel costruire un modello di sviluppo che continui a produrre opportunità anche quando i riflettori si saranno spenti."
Questa è la domanda che accompagnerà la riflessione della puntata.
L'America's Cup rappresenta uno degli eventi sportivi più prestigiosi al mondo e offrirà a Napoli un'occasione di straordinaria rilevanza internazionale.
Ma ogni grande evento pone una domanda che va ben oltre la sua organizzazione.
Che cosa rimarrà alla città quando l'evento sarà terminato?
Le infrastrutture realizzate.
Le competenze acquisite.
Le relazioni costruite.
Gli investimenti attratti.
La capacità di fare sistema.
Oppure soltanto il ricordo di una manifestazione di successo?
È una domanda che riguarda Napoli, ma che in realtà interessa tutte le città chiamate ad affrontare le grandi trasformazioni del XXI secolo.
Perché oggi la competitività di un territorio non si misura soltanto attraverso la sua capacità di attrarre visitatori.
Si misura attraverso la capacità di attrarre imprese.
Talenti.
Investimenti.
Ricerca.
Innovazione.
Capitale umano.
E di trasformare queste risorse in uno sviluppo stabile, inclusivo e duraturo.
Napoli non parte da zero.
La sua storia millenaria, il suo patrimonio culturale, il suo ruolo nel Mediterraneo e il riconoscimento internazionale di cui già gode costituiscono un capitale immateriale di valore straordinario. La sfida contemporanea non è costruire una reputazione che già esiste, ma rafforzarne il posizionamento internazionale contemporaneo, traducendo questo patrimonio in opportunità economiche, sociali e culturali per l'intero territorio. Il riconoscimento del Centro Storico come patrimonio mondiale UNESCO rappresenta uno dei simboli più evidenti di questa eredità storica.
In questa prospettiva, l'America's Cup non sarà analizzata come un semplice evento sportivo.
Sarà considerata come un caso di studio.
Un'occasione per riflettere sul rapporto tra grandi eventi, governance, sviluppo territoriale, economia del mare, innovazione e qualità delle politiche pubbliche.
Perché i grandi eventi non producono automaticamente sviluppo.
Lo sviluppo nasce dalla capacità delle istituzioni, delle imprese, del mondo della ricerca e della società civile di costruire una visione condivisa e di tradurla in risultati concreti.
Ed è proprio questa la riflessione che intendiamo sviluppare nel corso della puntata.
"Un grande evento dura pochi giorni. Una grande visione può cambiare il destino di una città."
Tre competenze per leggere il cambiamento
Tre esperienze diverse chiamate a confrontarsi su un'unica domanda: come trasformare una straordinaria opportunità internazionale in una strategia permanente di sviluppo.
Gli ospiti della puntata
Per affrontare una riflessione così ampia abbiamo scelto di mettere a confronto tre esperienze differenti, ma profondamente complementari.
Tre punti di osservazione che rappresentano altrettante dimensioni dello sviluppo di un territorio.
Quella istituzionale.
Quella amministrativa.
Quella scientifica.
Perché comprendere il futuro di una città significa saper mettere in dialogo competenze diverse, capaci di contribuire alla costruzione di una visione condivisa.
Carlo Puca, Assessore del Comune di Napoli alla Partecipazione attiva e all'Immagine della città, con delega alla gestione dell'immagine pubblica del Comune, alla democrazia partecipata, alle consulte, ai processi di co-progettazione e all'ascolto della cittadinanza, porterà il punto di vista delle istituzioni sulla valorizzazione dell'identità contemporanea di Napoli, sulla partecipazione civica e sul ruolo che un grande evento internazionale può assumere nel rafforzare il posizionamento della città nel contesto nazionale e internazionale.
Luigi Musto, Consigliere del Comune di Napoli e Presidente della Commissione Consiliare "Politiche Giovanili e Lavoro", offrirà il contributo di chi vive quotidianamente l'attività amministrativa e il rapporto con il territorio. La sua esperienza istituzionale consentirà di approfondire le trasformazioni urbane che l'America's Cup potrà generare per Napoli, con particolare attenzione agli effetti sulla qualità della vita, sulla partecipazione dei cittadini, sul lavoro, sui giovani e sul più ampio equilibrio tra sviluppo economico, sostenibilità e vivibilità della città.
Il Prof. Mario Migliuolo, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione AdAstra, già Direttore del Polo Nazionale della Simulazione ed esperto di innovazione tecnologica, simulazione avanzata, trasferimento tecnologico e politiche dell'innovazione. Guiderà invece la riflessione sul ruolo della ricerca, dell'innovazione, della formazione e del trasferimento delle competenze come fattori indispensabili per trasformare un grande evento in un'opportunità permanente di sviluppo.
Tre esperienze diverse.
Un'unica prospettiva.
Comprendere come una città possa trasformare una grande occasione internazionale in un progetto capace di generare valore economico, sociale e culturale per il territorio e per le future generazioni.
Perché il futuro non si costruisce attraverso una sola competenza.
Si costruisce quando istituzioni, imprese, ricerca e comunità imparano a condividere una stessa visione dello sviluppo.
Napoli non deve reinventarsi.
Deve governare il proprio futuro.
Nel corso della storia molte città hanno costruito la propria notorietà ospitando grandi eventi internazionali.
Esposizioni universali.
Olimpiadi.
Capitali europee della cultura.
Grandi eventi sportivi.
Manifestazioni internazionali.
Per alcune città questi appuntamenti hanno rappresentato l'inizio di una trasformazione.
Per altre sono rimasti semplicemente un ricordo.
La differenza non è mai stata determinata esclusivamente dall'importanza dell'evento.
È stata determinata dalla qualità della visione che lo ha accompagnato.
Ed è proprio qui che si colloca la riflessione che desideriamo sviluppare.
Napoli non è una città che ha bisogno di costruire la propria identità internazionale.
La sua storia attraversa oltre venticinque secoli.
È stata capitale di uno dei più importanti regni europei.
Custodisce uno dei patrimoni culturali più ricchi del Mediterraneo.
Il suo Centro Storico è riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'UNESCO.
Le sue tradizioni artistiche, musicali, teatrali, scientifiche e gastronomiche costituiscono da secoli elementi distintivi riconosciuti ben oltre i confini nazionali.
La sua posizione geografica continua a renderla uno dei principali punti di collegamento tra Europa, Mediterraneo e Africa.
Napoli, dunque, non deve essere raccontata al mondo.
Il mondo conosce già Napoli.
La vera sfida non consiste nel farsi conoscere. Consiste nel trasformare un patrimonio storico, culturale e umano già riconosciuto in una leva permanente di competitività, innovazione e sviluppo sostenibile.
La vera sfida è un'altra.
Trasformare questa reputazione storica in un vantaggio competitivo contemporaneo.
Perché oggi le città competono non soltanto sul piano turistico.
Competono nella capacità di attrarre investimenti.
Imprese.
Ricercatori.
Studenti.
Competenze.
Nuove tecnologie.
Produzioni culturali.
Eventi internazionali.
Capitale umano.
In altre parole, competono nella capacità di costruire un ecosistema favorevole allo sviluppo.
Ed è proprio questa la differenza tra una città che ospita un grande evento e una città che utilizza quell'evento per accelerare il proprio percorso di crescita.
L'America's Cup offre a Napoli una straordinaria opportunità.
Ma non sarà l'evento, di per sé, a determinare il successo della città.
Sarà la capacità delle istituzioni, del sistema produttivo, del mondo della ricerca, delle università, delle imprese e della società civile di trasformare un appuntamento internazionale in un progetto di sviluppo condiviso.
Perché la competitività di un territorio non si misura nella durata di una manifestazione.
Si misura nella qualità dell'eredità che quella manifestazione sarà in grado di lasciare.
È questa l'eredità che dobbiamo imparare a progettare.
Perché il futuro delle città non appartiene a chi organizza più eventi.
Appartiene a chi costruisce più visione.
Il valore di un grande evento non si misura nei giorni in cui si svolge.
Si misura negli anni che è capace di generare.
Ogni grande evento produce inevitabilmente attenzione.
Attira visitatori.
Genera investimenti.
Coinvolge istituzioni.
Mobilita imprese.
Accende i riflettori di tutto il mondo su un territorio.
Ma tutto questo, da solo, non basta.
La storia ci insegna che alcuni grandi eventi hanno trasformato profondamente le città che li hanno ospitati.
Altri, invece, hanno lasciato ben poco oltre il ricordo di una straordinaria manifestazione.
La differenza non dipende dall'evento.
Dipende dalla capacità di trasformare un'occasione temporanea in una strategia permanente.
Ed è proprio qui che desideriamo collocare la nostra riflessione.
L'America's Cup rappresenta certamente uno dei più prestigiosi eventi velici internazionali.
Ma per Napoli non dovrebbe essere considerata soltanto una competizione sportiva.
Può diventare un laboratorio.
Un acceleratore.
Un banco di prova.
Un'opportunità per ripensare il rapporto tra sviluppo economico, pianificazione urbana, innovazione, turismo, cultura, impresa e qualità della vita.
Perché le città contemporanee non competono più esclusivamente attraverso le loro infrastrutture.
Competono attraverso la qualità della loro organizzazione.
Della loro capacità di cooperare.
Di costruire reti.
Di condividere obiettivi.
Di programmare il futuro.
Ogni grande evento dovrebbe lasciare almeno cinque eredità.
La prima.
Infrastrutture migliori.
La seconda.
Competenze nuove.
La terza.
Relazioni internazionali più solide.
La quarta.
Una maggiore capacità amministrativa.
La quinta.
Una comunità più consapevole del proprio ruolo nello sviluppo della città.
Se anche una sola di queste eredità dovesse mancare, il rischio sarebbe quello di aver organizzato un evento straordinario senza aver costruito uno sviluppo altrettanto straordinario.
Per questo motivo l'America's Cup non rappresenta il traguardo.
Rappresenta il punto di partenza.
Il momento nel quale una città è chiamata a dimostrare non soltanto la propria capacità organizzativa.
Ma soprattutto la propria capacità di immaginare il futuro.
Perché il successo di un grande evento non termina con la cerimonia di chiusura.
Comincia il giorno dopo.
Quando le infrastrutture vengono utilizzate.
Quando gli investimenti continuano a produrre valore.
Quando le imprese trovano nuove opportunità.
Quando i giovani scoprono nuove professioni.
Quando il territorio diventa più competitivo.
Quando una comunità comprende di aver costruito qualcosa che continuerà a generare benefici anche per le generazioni successive.
È questo il momento in cui un evento si trasforma realmente in sviluppo.
Le Destination Management Organization.
Dalla gestione del turismo alla governance delle destinazioni.
Nel corso degli ultimi anni il concetto di Destination Management Organization, più comunemente conosciuto con l'acronimo DMO, è entrato sempre più frequentemente nel dibattito sullo sviluppo turistico dei territori.
Ma che cos'è realmente una DMO?
È semplicemente un nuovo soggetto organizzativo?
È uno strumento amministrativo?
Oppure rappresenta un modello completamente diverso di governo delle destinazioni?
Questa è la domanda che desideriamo porre.
Da fonti ufficiose apprendiamo che nell'area metropolitana di Napoli sarebbero state presentate tre candidature per il riconoscimento di altrettante DMO. In attesa della conclusione del procedimento regionale e della pubblicazione degli atti ufficiali, non è possibile formulare valutazioni sul loro riconoscimento.
Ma il punto centrale della nostra riflessione non riguarda il numero delle DMO.
Riguarda la loro missione.
Perché una destinazione turistica non coincide con il turismo.
Una destinazione è un ecosistema.
È il risultato dell'interazione tra persone.
Imprese.
Istituzioni.
Patrimonio culturale.
Ambiente.
Mobilità.
Servizi.
Accoglienza.
Formazione.
Ricerca.
Innovazione.
Sicurezza.
Qualità della vita.
Una destinazione non si limita ad essere visitata.
Si vive.
Si attraversa.
Si racconta.
Si ricorda.
Si sceglie.
Ed è proprio questa esperienza complessiva che determina la sua competitività internazionale.
Per questo motivo una DMO non dovrebbe limitarsi a promuovere un territorio.
Dovrebbe contribuire a governarne lo sviluppo.
Coordinando strategie.
Mettendo in rete competenze.
Favorendo la collaborazione tra pubblico e privato.
Costruendo una visione condivisa.
Promuovendo una crescita equilibrata e sostenibile.
È in questa prospettiva che una DMO esprime il proprio valore.
Non nella capacità di gestire un singolo progetto.
Ma nella capacità di generare una strategia permanente.
Perché il successo di una destinazione non si misura dal numero degli eventi organizzati.
Si misura dalla qualità dell'esperienza che riesce a offrire.
Dalla permanenza media dei visitatori.
Dalla capacità di attrarre nuovi investimenti.
Dalla crescita delle imprese locali.
Dalla valorizzazione del patrimonio culturale.
Dall'integrazione tra turismo, industria, commercio, artigianato, agricoltura, ricerca e innovazione.
In altre parole.
Dal valore economico, sociale e culturale che riesce a generare nel tempo.
Ed è proprio qui che si inserisce la grande opportunità rappresentata dall'America's Cup.
Se interpretata come un semplice evento, produrrà benefici limitati nel tempo.
Se invece sarà inserita all'interno di una strategia di destinazione, potrà diventare il catalizzatore di un percorso molto più ampio, capace di rafforzare il posizionamento internazionale di Napoli e di coinvolgere l'intera area metropolitana in un progetto di sviluppo condiviso.
Perché una destinazione non cresce esclusivamente grazie alle risorse finanziarie.
Cresce quando è capace di trasformare ogni investimento, pubblico o privato, in valore stabile per il territorio.
È questa la differenza tra amministrare un progetto e governare una destinazione.
Oltre il turismo
L'America's Cup come piattaforma di sviluppo economico.
Quando si parla di grandi eventi internazionali, l'attenzione si concentra quasi sempre sugli aspetti più visibili.
Il numero dei visitatori.
Le presenze alberghiere.
Gli eventi collaterali.
La promozione turistica.
Sono indicatori importanti.
Ma non sono sufficienti per comprendere il reale impatto di un evento di questa portata.
L'economia di un territorio non cresce soltanto quando aumentano i visitatori.
Cresce quando aumenta il valore prodotto.
Quando nascono nuove imprese.
Quando si rafforzano le filiere produttive.
Quando cresce la capacità di innovare.
Quando le competenze rimangono sul territorio.
Quando gli investimenti continuano a generare sviluppo anche dopo la conclusione dell'evento.
È questa la prospettiva dalla quale desideriamo osservare l'America's Cup.
Non come una manifestazione sportiva.
Ma come una piattaforma economica.
Perché ogni grande evento mette in movimento un sistema molto più ampio di quello che normalmente percepiamo.
Coinvolge il mare.
Ma anche l'industria.
La logistica.
La cantieristica.
Nautica da diporto.
La portualità.
La Blue Economy.
La ricerca.
Le università.
Le imprese innovative.
I servizi digitali.
L'intelligenza artificiale.
La sicurezza.
La formazione.
La comunicazione.
La cultura.
L'audiovisivo.
Il design.
L'artigianato.
L'enogastronomia.
L'accoglienza.
La mobilità.
Le professioni.
Ogni settore contribuisce, direttamente o indirettamente, alla riuscita dell'evento.
Ed è proprio questa complessità che rende l'America's Cup una straordinaria occasione di crescita.
A condizione che il territorio sia capace di riconoscere queste connessioni e di trasformarle in una strategia condivisa.
Perché nessuna impresa cresce da sola.
Così come nessun territorio cresce se i diversi attori continuano ad operare separatamente.
Le economie più competitive sono quelle che riescono a costruire ecosistemi.
Luoghi nei quali imprese.
Università.
Centri di ricerca.
Istituzioni.
Professionisti.
Associazioni.
Sistema finanziario.
Terzo settore.
Collaborano perseguendo una visione comune.
L'America's Cup può rappresentare proprio questo.
Non soltanto una competizione tra imbarcazioni.
Ma una competizione tra modelli di sviluppo.
Tra territori capaci di costruire collaborazione.
Tra città capaci di trasformare una manifestazione internazionale in un'eredità economica permanente.
È questa la sfida che attende Napoli.
E, più in generale, il sistema Paese.
Perché il successo dell'America's Cup non riguarderà soltanto la città che la ospiterà.
Riguarderà la capacità dell'Italia di dimostrare come un grande evento possa diventare uno strumento di innovazione, competitività e crescita condivisa.
Qui nasce il collegamento con Mario Migliuolo
Da questo momento entra in scena il Professor Mario Migliuolo.
Non perché sia un esperto di vela.
Ma perché rappresenta uno dei temi centrali della puntata.
L'innovazione come fattore di sviluppo.
Con lui il dialogo potrà naturalmente spostarsi su:
- economia della conoscenza;
- ecosistemi dell'innovazione;
- trasferimento tecnologico;
- università;
- formazione delle competenze;
- intelligenza artificiale;
- gestione intelligente dei dati;
- digitalizzazione dei servizi;
- smart city;
- sostenibilità.
In altre parole.
L'America's Cup diventa soltanto il punto di ingresso.
Il vero argomento è il futuro delle città.
La città come comunità di progetto.
Nessuna trasformazione è possibile senza una visione condivisa.
Ogni città possiede un patrimonio materiale.
Le sue strade.
Le sue piazze.
I suoi edifici.
I suoi monumenti.
Le sue infrastrutture.
Ma esiste un patrimonio ancora più prezioso.
Quello immateriale.
La fiducia tra le persone.
La capacità delle istituzioni di dialogare.
La collaborazione tra imprese.
La qualità delle università.
La forza del volontariato.
L'impegno delle associazioni.
La responsabilità della politica.
La partecipazione dei cittadini.
È questo patrimonio invisibile che determina la capacità di una comunità di affrontare le grandi trasformazioni.
Per questo motivo ogni grande progetto urbano non dovrebbe essere considerato soltanto un investimento economico.
Dovrebbe rappresentare soprattutto un investimento sociale.
Perché le città non cambiano quando vengono costruite nuove opere.
Cambiano quando cresce la cultura della collaborazione.
Quando le istituzioni dialogano con il sistema produttivo.
Quando le università trasferiscono conoscenza alle imprese.
Quando la ricerca incontra l'innovazione.
Quando il mondo della formazione prepara le competenze richieste dal mercato.
Quando i cittadini percepiscono di essere parte di un progetto comune.
È questa la differenza tra una città che organizza un evento e una città che costruisce il proprio futuro.
L'America's Cup può rappresentare un'occasione straordinaria per rafforzare questa collaborazione.
Ma soltanto se saprà coinvolgere tutti gli attori del territorio.
Le istituzioni.
Le imprese.
Le università.
Gli ITS Academy.
I centri di ricerca.
Le organizzazioni professionali.
Le associazioni di categoria.
Il terzo settore.
Le comunità locali.
Perché lo sviluppo non appartiene esclusivamente alla pubblica amministrazione.
Non appartiene esclusivamente alle imprese.
Non appartiene esclusivamente al mondo della ricerca.
Lo sviluppo è il risultato della capacità di questi soggetti di riconoscersi parte di una stessa comunità di progetto.
Ed è proprio questa la sfida che attende Napoli.
Trasformare un grande evento in un grande progetto collettivo.
Un progetto nel quale ogni cittadino possa riconoscere il proprio contributo.
Ogni impresa la propria opportunità.
Ogni giovane una prospettiva di crescita.
Ogni istituzione una responsabilità.
Perché una città cresce davvero quando ogni componente della comunità comprende che il bene comune non rappresenta la somma degli interessi individuali.
Rappresenta la capacità di orientare energie diverse verso un obiettivo condiviso.
È questa la forma più alta della governance.
Non quella che decide per gli altri.
Ma quella che costruisce le condizioni affinché tutti possano contribuire allo sviluppo del territorio.
Governare il cambiamento.
Dalla gestione dell'emergenza alla cultura della programmazione.
Ogni generazione è chiamata ad affrontare trasformazioni che ridefiniscono il proprio tempo.
In passato sono state le grandi rivoluzioni industriali.
Poi la globalizzazione.
Successivamente la rivoluzione digitale.
Oggi convivono sfide ancora più complesse.
L'intelligenza artificiale.
La sostenibilità.
La transizione energetica.
Le trasformazioni demografiche.
La competitività internazionale.
L'evoluzione dei mercati.
La crescente competizione tra territori.
In questo scenario anche le città sono chiamate a cambiare.
Non possono più limitarsi ad amministrare il presente.
Devono imparare a progettare il futuro.
È questa la differenza tra amministrazione e governance.
L'amministrazione gestisce ciò che esiste.
La governance costruisce ciò che ancora non esiste.
Programma.
Misura i risultati.
Coordina.
Coinvolge.
Ascolta.
Corregge.
Costruisce relazioni.
Genera fiducia.
Ogni grande evento rappresenta una straordinaria occasione per mettere alla prova questa capacità.
Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto come una sfida organizzativa.
È, prima di tutto, una sfida culturale.
Perché obbliga istituzioni, imprese, università, associazioni e cittadini a condividere una stessa direzione.
Una visione.
Un metodo.
Una responsabilità.
In questa prospettiva anche la programmazione assume un significato nuovo.
Non consiste soltanto nel definire un calendario di attività.
Consiste nel costruire una strategia capace di integrare politiche pubbliche, investimenti privati, ricerca scientifica, formazione, innovazione e sviluppo economico.
Perché nessuna trasformazione è il risultato di una singola decisione.
È il risultato della continuità.
Della coerenza.
Della capacità di mantenere una direzione nel tempo.
È questo il vero significato della governance.
Ed è probabilmente la competenza più importante che le città dovranno sviluppare nei prossimi anni.
Dalla città al sistema territoriale
L'America's Cup offre l'opportunità di compiere un ulteriore salto di prospettiva.
Non pensare soltanto a Napoli.
Ma all'intera area metropolitana.
Alla Campania.
Al Mezzogiorno.
E, in alcuni ambiti, all'intero sistema Paese.
Un grande evento internazionale può generare benefici molto più estesi del luogo in cui si svolge.
Può rafforzare filiere produttive.
Favorire collaborazioni tra territori.
Creare nuove reti imprenditoriali.
Stimolare investimenti.
Promuovere la ricerca.
Sostenere la formazione di nuove competenze.
Ma tutto questo non avviene spontaneamente.
Richiede una visione condivisa.
Una governance multilivello.
Una capacità di coordinamento tra istituzioni centrali, regionali e locali, sistema universitario, imprese e società civile.
Per questo motivo il vero successo dell'America's Cup non sarà misurato soltanto dall'efficienza dell'organizzazione.
Sarà misurato dalla capacità di lasciare una struttura di collaborazione che continui a produrre sviluppo anche negli anni successivi.
Perché il futuro non appartiene ai territori che reagiscono più velocemente.
Appartiene ai territori che imparano a programmare insieme.
Tre prospettive.
Un'unica visione.
Le grandi trasformazioni non appartengono mai ad un solo settore.
Non possono essere comprese osservandole da un'unica prospettiva.
Ogni cambiamento coinvolge istituzioni.
Imprese.
Ricerca.
Università.
Cittadini.
Professionisti.
Associazioni.
Per questo motivo abbiamo scelto di affrontare il tema di questa puntata attraverso tre punti di osservazione differenti, ma profondamente complementari.
Il primo riguarda la dimensione istituzionale.
Ogni città comunica continuamente la propria identità.
Lo fa attraverso le proprie politiche.
Le proprie scelte.
I propri servizi.
La qualità dello spazio pubblico.
La capacità di accogliere.
La capacità di dialogare con il mondo.
L'immagine di una città non coincide con una campagna di comunicazione.
È il risultato della coerenza tra ciò che una comunità è e ciò che riesce a trasmettere.
Il secondo riguarda la dimensione amministrativa.
Ogni strategia di sviluppo deve tradursi in scelte concrete.
Mobilità.
Servizi.
Partecipazione.
Accessibilità.
Sicurezza.
Qualità urbana.
Programmazione.
Perché una città diventa competitiva quando riesce a rendere semplice ciò che per altri territori continua ad essere complesso.
Il terzo riguarda la conoscenza.
Nessuna trasformazione sarà possibile senza ricerca.
Innovazione.
Formazione.
Trasferimento tecnologico.
Nuove competenze.
Le città che guideranno il cambiamento saranno quelle capaci di mettere in relazione università, imprese, istituzioni e giovani generazioni.
Sono prospettive differenti.
Ma raccontano la stessa storia.
Quella di una città che sceglie di costruire il proprio futuro attraverso la collaborazione.
Ed è proprio in questa collaborazione che ogni grande evento può trovare il proprio significato più autentico.
Perché l'America's Cup non rappresenta soltanto una sfida organizzativa.
Rappresenta una straordinaria occasione per verificare quanto un territorio sia realmente capace di fare sistema.
Quando le competenze dialogano.
Quando le responsabilità si integrano.
Quando le differenze diventano complementarità.
È allora che nasce una vera strategia di sviluppo.
Ed è proprio questa la riflessione che desideriamo condividere con i nostri ospiti.
Non per chiedere loro di descrivere ciò che accadrà.
Ma per comprendere quale futuro possiamo costruire insieme.
L'eredità più importante non sono le opere.
Sono le competenze.
Quando un grande evento termina, ciò che rimane visibile è spesso ciò che è stato costruito.
Una nuova infrastruttura.
Una piazza riqualificata.
Un porto rinnovato.
Un'opera pubblica.
Sono risultati importanti.
Ma rappresentano soltanto la parte più evidente dell'eredità.
Esiste un patrimonio molto più prezioso.
Quello che non si vede.
Le competenze.
Le professionalità.
Le relazioni.
La capacità di lavorare insieme.
La cultura della progettazione.
L'esperienza maturata.
Ogni grande progetto lascia un segno profondo quando contribuisce a far crescere le persone.
Quando crea nuove figure professionali.
Quando rafforza le competenze delle imprese.
Quando avvicina università e mondo produttivo.
Quando stimola la ricerca.
Quando favorisce l'innovazione.
Quando offre ai giovani nuove opportunità di costruire il proprio futuro senza essere costretti a cercarlo altrove.
È questa la più importante eredità che una città possa lasciare.
Perché le infrastrutture, con il tempo, possono invecchiare.
Le tecnologie possono essere superate.
Gli eventi finiscono.
Le competenze, invece, continuano a produrre valore.
Si trasferiscono.
Si evolvono.
Generano nuova conoscenza.
Nuove imprese.
Nuova occupazione.
Nuove opportunità.
Ogni investimento pubblico dovrebbe essere valutato anche attraverso questa prospettiva.
Non soltanto per ciò che costruisce.
Ma soprattutto per ciò che insegna.
Perché la vera ricchezza di un territorio non coincide esclusivamente con il patrimonio che possiede.
Coincide con ciò che i suoi cittadini sono capaci di realizzare.
Ed è proprio qui che scuola, università, ricerca, imprese e istituzioni diventano parti dello stesso progetto.
Un progetto nel quale la formazione non rappresenta una fase preliminare dello sviluppo.
Rappresenta lo sviluppo stesso.
Per questo motivo l'America's Cup può diventare molto più di un evento sportivo.
Può diventare un laboratorio permanente di competenze.
Per i giovani.
Per i professionisti.
Per le imprese.
Per la pubblica amministrazione.
Per il sistema universitario.
Per il territorio.
Perché il successo di una città non dipenderà soltanto dalla capacità di organizzare grandi manifestazioni.
Dipenderà dalla capacità di trasformare ogni esperienza in nuova conoscenza.
E ogni conoscenza in nuove opportunità di crescita.
Dal grande evento al Modello Napoli.
Quando una città trasforma un'occasione in una strategia.
Nel corso di questa puntata abbiamo parlato di reputazione.
Di governance.
Di sviluppo.
Di imprese.
Di ricerca.
Di formazione.
Di comunità.
Temi diversi.
Ma profondamente collegati.
Perché raccontano tutti la stessa esigenza.
Costruire una città capace di guardare oltre il presente.
Ogni grande evento rappresenta una straordinaria opportunità.
Ma nessun evento è in grado, da solo, di cambiare il destino di un territorio.
Il cambiamento nasce quando un territorio sceglie di costruire un metodo.
Un metodo che trasformi ogni investimento in conoscenza.
Ogni infrastruttura in opportunità.
Ogni relazione internazionale in cooperazione stabile.
Ogni innovazione in sviluppo.
Ogni progetto in valore condiviso.
È questa la prospettiva dalla quale vorremmo osservare Napoli.
Una città che possiede già un patrimonio straordinario.
Una storia riconosciuta nel mondo.
Un capitale culturale unico.
Una posizione strategica nel Mediterraneo.
Un sistema universitario di eccellenza.
Un tessuto imprenditoriale ricco di competenze.
Una straordinaria capacità creativa.
Una forte identità sociale.
La sfida non consiste nel creare queste risorse.
Esistono già.
La sfida consiste nel metterle in relazione.
Farle dialogare.
Farle crescere insieme.
Perché oggi la competitività non appartiene più ai singoli soggetti.
Appartiene agli ecosistemi.
Alle reti.
Alle comunità che imparano a condividere conoscenze, responsabilità e obiettivi.
Ed è proprio qui che potrebbe nascere quello che, idealmente, potremmo definire il "Modello Napoli".
Non un modello valido soltanto per questa città.
Ma un approccio che potrebbe ispirare molte altre realtà.
Un modello fondato su alcuni principi essenziali.
La capacità di misurare i risultati.
La collaborazione tra istituzioni e imprese.
Il dialogo tra università e sistema produttivo.
La valorizzazione del capitale umano.
La promozione della ricerca e dell'innovazione.
La tutela dell'identità culturale.
L'apertura ai mercati internazionali.
La sostenibilità economica, sociale e ambientale.
La capacità di programmare oltre la durata dei singoli eventi.
Perché una città cresce quando ogni scelta contribuisce a costruire la successiva.
Quando ogni progetto si inserisce in una visione più ampia.
Quando ogni generazione prepara il terreno a quella che verrà.
Ed è proprio questa continuità che trasforma una buona amministrazione in una vera strategia di sviluppo.
L'America's Cup può rappresentare una straordinaria occasione.
Ma il vero successo sarà costruire un modello capace di continuare a produrre valore anche quando l'evento sarà terminato.
Perché le grandi città non vengono ricordate soltanto per gli eventi che hanno ospitato.
Vengono ricordate per le idee che hanno saputo trasformare in futuro.
La domanda che accompagnerà il futuro.
Siamo pronti a governare le opportunità?
Nel corso di questa puntata abbiamo riflettuto sul significato di un grande evento.
Abbiamo parlato di sviluppo.
Di governance.
Di imprese.
Di innovazione.
Di ricerca.
Di comunità.
Di capitale umano.
Abbiamo cercato di comprendere come una città possa trasformare un'opportunità straordinaria in una strategia capace di produrre benefici duraturi.
Ma ogni riflessione sul futuro conduce inevitabilmente ad una domanda.
Siamo davvero preparati a governare opportunità di questa portata?
La risposta non dipenderà soltanto dalla qualità dei progetti, ma dalla continuità con cui sapremo perseguirli nel tempo.
Perché le opportunità non producono automaticamente sviluppo.
Richiedono competenze.
Programmazione.
Capacità di cooperare.
Visione.
Responsabilità.
Richiedono soprattutto la capacità di costruire una cultura della progettazione.
Una cultura nella quale il successo non venga misurato esclusivamente dalla riuscita di un evento.
Ma dalla qualità dei risultati che quell'evento continuerà a generare negli anni successivi.
È questa la sfida che riguarda Napoli.
Ma, allo stesso tempo, riguarda tutte le città chiamate a confrontarsi con le grandi trasformazioni del nostro tempo.
La competizione internazionale.
La transizione digitale.
La sostenibilità.
La trasformazione dei mercati.
L'evoluzione del turismo.
La rivoluzione dell'intelligenza artificiale.
L'economia del mare.
La valorizzazione del patrimonio culturale.
La formazione delle nuove competenze.
Sono fenomeni che non possono essere affrontati separatamente.
Richiedono una capacità sempre maggiore di mettere in relazione conoscenze differenti.
Competenze differenti.
Responsabilità differenti.
Perché il futuro non appartiene ai territori che dispongono semplicemente di maggiori risorse.
Appartiene ai territori che imparano ad utilizzare meglio quelle che già possiedono.
Ed è proprio questa, probabilmente, la sfida più importante.
Riconoscere il valore di ciò che siamo.
Per trasformarlo in ciò che possiamo diventare.
Forse è questa la domanda che accompagnerà Napoli negli anni che verranno.
Ma è anche la domanda che accompagnerà il futuro di molte altre città.
Sapremo trasformare le opportunità in sviluppo stabile, oppure continueremo a considerarle eventi destinati a concludersi con il passare del tempo?
La risposta non dipenderà soltanto dalle istituzioni.
Non dipenderà soltanto dalle imprese.
Non dipenderà soltanto dall'università.
Dipenderà dalla capacità di tutti noi di sentirci parte di un progetto comune.
Perché ogni città costruisce il proprio futuro quando una comunità decide di costruirlo insieme.
Riflessione finale
"Ogni generazione riceve in eredità un territorio costruito da chi l'ha preceduta. Ma nessuna generazione ha il diritto di limitarsi ad amministrarlo. Ha il dovere di comprenderlo, valorizzarlo e prepararlo per chi verrà dopo.
Le città non crescono soltanto grazie alle loro infrastrutture. Crescono attraverso le idee che sanno trasformare in progetti, la conoscenza che riescono a condividere, la fiducia che costruiscono tra istituzioni, imprese, università e cittadini. Crescono quando scelgono di mettere il bene comune al centro delle proprie decisioni.
Ogni grande evento rappresenta un'opportunità. Ma le opportunità non producono automaticamente sviluppo. Lo sviluppo nasce dalla capacità di trasformare una visione in metodo, il metodo in collaborazione e la collaborazione in valore per la comunità.
Per questo motivo il futuro di una città non dipende soltanto dalle risorse di cui dispone. Dipende soprattutto dalla qualità delle persone che la abitano, dalla responsabilità delle istituzioni che la governano, dalla capacità delle imprese di innovare, dal coraggio della ricerca di esplorare nuove strade e dalla volontà dei cittadini di sentirsi parte di un progetto condiviso.
Napoli possiede una storia che il mondo conosce e riconosce. La sfida del nostro tempo non è costruire quella reputazione, ma trasformarla in una leva permanente di sviluppo, di innovazione, di lavoro e di crescita culturale, economica e sociale. L'America's Cup potrà rappresentare una tappa importante di questo percorso, ma il suo significato più autentico dipenderà dalla capacità di lasciare un'eredità che continui a generare valore anche quando l'evento sarà terminato.
Comprendere il cambiamento significa assumersi la responsabilità di governarlo. Governarlo significa mettere in relazione competenze, esperienze, idee e persone. Significa costruire comunità capaci di affrontare insieme le sfide del futuro. Perché il progresso più duraturo non nasce dall'azione di un singolo protagonista, ma dalla capacità di un'intera comunità di riconoscersi parte dello stesso destino.
Lo sviluppo non è un punto di arrivo. È un processo continuo di apprendimento, collaborazione e responsabilità. È questa la cultura che può trasformare le opportunità di oggi nel benessere delle generazioni di domani.
Forse è proprio questa la più grande responsabilità che abbiamo davanti: non limitarsi a immaginare il futuro, ma contribuire ogni giorno a costruirlo. Perché il futuro non appartiene a chi aspetta il cambiamento. Appartiene a chi sceglie di governarlo, con competenza, responsabilità e una visione capace di andare oltre il proprio tempo."
🎙 PUNTATA 27 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion
👤 Ospiti della puntata
Carlo Puca
Assessore del Comune di Napoli alla Partecipazione attiva e all'Immagine della città
Deleghe: gestione dell'immagine pubblica del Comune, democrazia partecipata, consulte, processi di co-progettazione e ascolto della cittadinanza.
Luigi Musto
Consigliere del Comune di Napoli
Presidente della Commissione Consiliare Politiche Giovanili e Lavoro
Prof. Mario Migliuolo
Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione AdAstra
Già Direttore del Polo Nazionale della Simulazione
Esperto di innovazione tecnologica, simulazione avanzata e trasferimento
tecnologico
🎬 Regia
Pino Fontana
📺 In onda su Per Sempre News
📍 Registrata presso gli studi di Per Sempre News
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📺 Tutte le puntate di Visioni di Impresa sono disponibili sul portale del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e di Confimi Industria Campania.
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Perché comprendere il cambiamento è il primo passo per governarlo.
Perché il futuro non si prevede. Si costruisce.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – PUNTATA 28 | CICLO 2026
DALLA DIPLOMAZIA CONSOLARE ALLA DIPLOMAZIA ECONOMICA
Napoli, il Mediterraneo, l'Europa e le nuove opportunità per le imprese
Dalle relazioni internazionali alla crescita dei territori: come trasformare la conoscenza, la diplomazia e le reti istituzionali in opportunità concrete per le imprese e per il Mezzogiorno.
Tema
Diplomazia consolare, diplomazia economica, relazioni internazionali, internazionalizzazione delle imprese, Europa, Mediterraneo, Lussemburgo, Campania, Mezzogiorno, economia del mare, portualità, turismo, nautica, formazione, università, diritto, successioni, passaggio generazionale, capitale umano, reti istituzionali, cooperazione internazionale, attrazione degli investimenti, competitività territoriale e sviluppo economico.
✦ PENSIERO GUIDA DELLA PUNTATA
«Le relazioni internazionali acquistano il loro significato più concreto quando riescono a trasformarsi in conoscenza, cooperazione e opportunità. Un territorio non cresce soltanto quando apre nuovi mercati, ma quando costruisce le relazioni, le competenze e la fiducia necessarie per poterli affrontare.»
È questa la prospettiva dalla quale nasce la ventottesima puntata di Visioni di Impresa.
Un incontro che nasce da una storia
Ci sono incontri che, pur avvenendo per la prima volta, sembrano collocarsi naturalmente dentro una storia già iniziata.
È così che nasce anche il nostro incontro con il Notaio Giancarlo Iaccarino, Console Onorario del Granducato di Lussemburgo e Decano del Corpo Diplomatico Consolare di Napoli e Campania.
Ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente lo scorso 30 luglio, a Napoli, in occasione del 27° Anniversario della Festa del Trono del Regno del Marocco.
Un incontro che ha assunto per me un significato particolare perché il volto di Giancarlo mi ha immediatamente richiamato alla memoria quello di suo padre, il Notaio Carlo Iaccarino, che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente e con il quale ho condiviso una parte del mio cammino come confratello nell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
La differenza generazionale e il successivo venir meno di Carlo hanno fatto sì che quel cammino fosse soltanto una parte di un percorso più ampio, ma il ricordo della sua persona, dei momenti condivisi e della sua umanità è rimasto nella mia memoria nel tempo.
Carlo Iaccarino appartiene alla storia della professione notarile e della vita consolare napoletana.
La sua figura rappresenta anche una parte della storia familiare e professionale dalla quale Giancarlo proviene e nella quale oggi si sviluppa una propria esperienza, con una identità e responsabilità personali.
Ed è proprio questo passaggio — dalla memoria alla responsabilità, dall'eredità ricevuta alla capacità di costruire il futuro — che ci offre il primo punto di ingresso nella riflessione di questa puntata.
Dalla storia personale alla dimensione internazionale
Giancarlo Iaccarino riunisce nella propria esperienza professionale e istituzionale dimensioni differenti.
È Notaio in Massa Lubrense.
È Console Onorario del Granducato di Lussemburgo a Napoli dal 1995.
La sua circoscrizione consolare comprende oggi Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia e Calabria, configurando quindi una responsabilità territoriale che supera ampiamente i confini della sola area napoletana. Il rinnovo dell'exequatur è documentato dal Ministero degli Affari Esteri nel 2022. (Ministero degli Affari Esteri)
È inoltre impegnato nel mondo universitario e nella formazione giuridica.
L'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa lo indica come Notaio e docente della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali. (UniSob)
L'Ateneo documenta inoltre il suo ruolo di curatore del Trattato delle Successioni e Donazioni, la cui seconda edizione è stata presentata nel 2024 nell'ambito di una giornata di studio dedicata all'evoluzione del diritto successorio. (UniSob)
Queste esperienze non sono semplicemente tre attività diverse.
Rappresentano tre dimensioni di una stessa idea:
diritto, istituzioni e conoscenza.
Ed è proprio nel loro punto di incontro che questa puntata trova il proprio significato.
Il Corpo Consolare e la storia delle relazioni internazionali di Napoli
Per comprendere il ruolo di un Console e il significato del mondo consolare è necessario partire dalla storia.
Napoli possiede infatti una tradizione consolare particolarmente significativa, coerente con la sua storia di città mediterranea, porto internazionale e punto di incontro tra popoli, culture ed economie.
Nel 2024-2025 il Corpo Consolare di Napoli ha celebrato il cinquantesimo anniversario della propria fondazione, risalente al 1974. La ricorrenza è stata accompagnata da iniziative istituzionali dedicate al ruolo di Napoli come capitale del Mediterraneo e alla capacità della diplomazia di rafforzare relazioni e attrarre investimenti. (RaiNews)
Questa storia rappresenta una parte importante del patrimonio delle relazioni internazionali della città.
Accanto a questa esperienza si colloca il Corpo Diplomatico Consolare Napoli-Campania, realtà associativa alla quale Giancarlo Iaccarino è legato e all'interno della quale oggi assume il ruolo di Decano. È importante, però, mantenere distinti i diversi piani: un'associazione che riunisce rappresentanti del mondo consolare non coincide con un ufficio consolare e non costituisce un organo dello Stato italiano né un organismo diplomatico intergovernativo.
Questa distinzione è essenziale. Da una parte vi sono gli uffici consolari e i Consoli, le cui funzioni derivano dal diritto internazionale, dagli ordinamenti dello Stato di invio e dalle autorizzazioni dello Stato ospitante; dall'altra vi sono le associazioni e i sodalizi che riuniscono esponenti del mondo consolare, che operano sul terreno associativo, culturale, relazionale e della cooperazione.
Ma proprio questa natura associativa non rende tali realtà irrilevanti. Al contrario, può consentire la costruzione di reti di relazione tra rappresentanti di Paesi diversi, istituzioni, università, professioni, imprese e territorio.
Il Corpo Diplomatico Consolare Napoli-Campania offre, sotto questo profilo, alcuni esempi concreti. Nel 2024, l'associazione promuove un'iniziativa benefica per gli studenti ucraini, con la partecipazione dell'Ambasciatore dell'Ucraina, del Rettore della Federico II e del Sindaco di Napoli; nello stesso anno l'Ordine degli Ingegneri di Napoli registra formalmente il patrocinio dell'associazione all'iniziativa. (Ordine degli Ingegneri di Napoli)
La sua attività si intreccia inoltre con università, formazione e relazioni internazionali. Nel novembre 2024, ad esempio, il Corpo Diplomatico Consolare Napoli-Campania partecipa insieme alla FE.N.CO. alla presentazione del Master di II livello in Relazioni Internazionali, Diplomazia e Cooperazione allo sviluppo dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, in un incontro ospitato dall'Istituto di Cultura Meridionale. (FE.N.CO.)
Ancora più significativo, per la nostra prospettiva, è ciò che emerge dalla documentazione ufficiale relativa alle iniziative per Napoli 2500. In quel contesto il Ministero degli Affari Esteri registra tra le proposte provenienti dai corpi consolari "DIPLOMATIC ART NAPOLI", indicandone come proponente il Corpo Diplomatico Consolare Napoli Campania; nello stesso documento compare, separatamente, una proposta del Corpo Consolare di Napoli. È un elemento che conferma l'esistenza di percorsi associativi distinti, ma anche la loro capacità di interagire con un più ampio percorso istituzionale di valorizzazione internazionale della città. ("DIPLOMATIC ART NAPOLI")
E nel 2026 questa dimensione assume un ulteriore significato proprio sul terreno che ci interessa maggiormente: Napoli, il Mediterraneo, l'economia del mare e la capacità del territorio di proiettarsi verso l'esterno. Un incontro promosso dal Corpo Diplomatico Consolare Napoli-Campania presso l'Istituto di Cultura Meridionale affronta infatti il tema della Coppa America e del ruolo di Napoli nella sua dimensione internazionale; nell'occasione viene anche annunciato l'avvicendamento al vertice del corpo partenopeo, con Giancarlo Iaccarino indicato come nuovo Decano. (Coppa America)
È proprio qui che la nostra riflessione supera la dimensione puramente consolare.
Non si tratta di stabilire una graduatoria tra esperienze associative, né di attribuire a un sodalizio una rappresentatività istituzionale che appartiene agli Stati e agli organi competenti.
Si tratta piuttosto di comprendere come una rete di relazioni internazionali possa diventare un'infrastruttura immateriale del territorio.
In un mondo nel quale la competitività non dipende più soltanto da infrastrutture fisiche, logistica e capacità produttiva, ma anche dalla possibilità di conoscere interlocutori, costruire fiducia, comprendere culture e ordinamenti e aprire canali di collaborazione, le reti consolari possono rappresentare un punto di osservazione particolarmente interessante.
E questo vale per Napoli e per la Campania, ma anche per il Mezzogiorno e per l'intero sistema economico italiano.
Perché una città che aspira a essere protagonista nel Mediterraneo non può limitarsi ad avere un porto, un aeroporto, un patrimonio culturale o una posizione geografica strategica. Deve essere capace di costruire relazioni con i Paesi che guardano a quel Mediterraneo come spazio di scambio, di investimento, di conoscenza e di sviluppo.
Ed è qui che il nostro filo conduttore torna alle imprese.
Le relazioni non sono ancora economia. Ma possono creare le condizioni perché l'economia possa svilupparsi: dalla conoscenza nasce il dialogo, dal dialogo la fiducia, dalla fiducia la collaborazione e dalla collaborazione possono nascere nuove opportunità per le imprese.
È questa la prospettiva con cui Visioni di Impresa guarda al mondo consolare: non come sostituto della diplomazia economica dello Stato, né come agenzia commerciale, ma come possibile rete relazionale capace di mettere in comunicazione territori, istituzioni, culture e sistemi economici.
E allora la domanda di fondo della nostra puntata diventa più ampia: come trasformare la posizione internazionale di Napoli e del Mezzogiorno, e la ricchezza delle relazioni che già esistono, in una concreta capacità di internazionalizzazione delle nostre imprese?
È su questo passaggio — dalla rappresentanza alle relazioni, dalle relazioni alle opportunità, dalle opportunità allo sviluppo — che si apre il confronto con Giancarlo Iaccarino.
Ma che cosa significa, concretamente, essere Console onorario di uno Stato estero?
Il Console onorario non è semplicemente una personalità che porta il nome di un Paese straniero sul territorio nel quale opera. È una figura consolare inserita in un preciso quadro di diritto internazionale e di relazioni tra lo Stato che lo nomina e lo Stato ospitante.
La sua attività si svolge nell'ambito delle funzioni consolari che gli vengono attribuite e delle autorizzazioni previste dall'ordinamento dello Stato ospitante. In Italia, infatti, l'istituzione e l'esercizio delle funzioni degli Uffici consolari onorari stranieri sono sottoposti alle procedure e alle verifiche previste dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Questo elemento introduce una distinzione importante: il Console onorario rappresenta gli interessi istituzionali e consolari dello Stato che lo ha nominato, ma opera all'interno delle regole del Paese ospitante e nell'ambito delle funzioni che gli sono state riconosciute.
È proprio in questa intersezione tra rappresentanza internazionale, relazioni istituzionali, territorio ed economia che la figura del Console onorario può assumere un particolare interesse anche per il sistema delle imprese.
Senza confondere la funzione consolare con quella di un'agenzia commerciale o di promozione economica, la presenza di una rappresentanza consolare può infatti contribuire a creare relazioni, facilitare il dialogo istituzionale, favorire la conoscenza reciproca tra sistemi economici e culturali e costruire condizioni più favorevoli allo sviluppo dei rapporti tra il Paese rappresentato e il territorio nel quale il Console opera.
Ed è proprio su questo terreno che la nostra riflessione si allarga dalla Campania al Mezzogiorno e all'intero sistema Paese: come possono le relazioni consolari diventare anche una risorsa per l'internazionalizzazione delle imprese, per la cooperazione economica e per la costruzione di nuovi rapporti tra territori?
La risposta non può essere ridotta alla rappresentanza formale.
L'ufficio consolare onorario è disciplinato dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari e dalla normativa italiana applicabile agli uffici consolari onorari.
La documentazione del Ministero degli Affari Esteri conferma inoltre il carattere formale della nomina e dell'autorizzazione all'esercizio delle funzioni consolari.
Nel caso del Lussemburgo a Napoli, il Ministero degli Esteri italiano indica ufficialmente Giancarlo Iaccarino come Console Onorario, con una circoscrizione che comprende sei regioni del Mezzogiorno. (Ministero degli Affari Esteri)
Questo significa che la funzione consolare si colloca all'interno di un sistema istituzionale preciso.
Ma significa anche che, nella quotidianità, la figura del Console può diventare un punto di collegamento tra Paesi, istituzioni, persone, imprese e territori.
Ed è proprio questa dimensione che interessa a Visioni di Impresa.
Dalla rappresentanza alle opportunità
La domanda centrale non è quindi soltanto:
che cosa fa un Console?
La domanda che ci interessa è:
come può una rete consolare contribuire allo sviluppo economico di un territorio?
Perché una relazione internazionale acquista un valore concreto quando produce conoscenza.
La conoscenza diventa valore quando permette di comprendere un mercato.
Un mercato diventa opportunità quando consente a un'impresa di entrare in relazione con nuovi interlocutori.
E una relazione economica diventa sviluppo quando genera investimenti, partnership, occupazione, innovazione e crescita.
È questo il passaggio dalla diplomazia consolare alla diplomazia economica.
Un passaggio particolarmente importante per una regione come la Campania e, più in generale, per il Mezzogiorno.
Il Lussemburgo oltre la finanza
In questa prospettiva il Granducato di Lussemburgo rappresenta un caso particolarmente interessante.
La sua immagine internazionale è spesso associata soprattutto alla finanza.
Ma un Paese europeo fortemente internazionale può essere osservato anche attraverso altre dimensioni:
logistica;
servizi avanzati;
tecnologie;
innovazione;
economia della conoscenza;
infrastrutture;
economia del mare;
formazione;
attrazione di investimenti;
internazionalizzazione delle imprese.
Il Consolato del Lussemburgo a Napoli ha una circoscrizione che comprende una parte molto ampia del Mezzogiorno.
Questo apre una riflessione che riguarda non soltanto Napoli, ma l'intero sistema produttivo meridionale.
Quali opportunità concrete esistono oggi per un'impresa campana che guarda al Lussemburgo?
E, viceversa:
quali opportunità può offrire il Mezzogiorno italiano a un Paese europeo fortemente internazionale?
Perché l'internazionalizzazione non dovrebbe essere concepita soltanto come esportazione.
È anche capacità di attrarre.
Attrarre capitali.
Competenze.
Tecnologie.
Partnership.
Conoscenza.
Investimenti.
È costruzione di relazioni reciproche.
Napoli, il Mezzogiorno e l'Europa
Questa prospettiva ci conduce naturalmente da Napoli al Mezzogiorno.
Napoli non è soltanto una città italiana.
È una città mediterranea.
È una città europea.
È una città che, per storia, posizione geografica e vocazione economica, può svolgere un ruolo di connessione tra Europa, Mediterraneo e Africa.
La diplomazia consolare può inserirsi proprio in questo spazio.
Non sostituendosi alle istituzioni dello Stato.
Non sostituendosi alla diplomazia ufficiale.
Ma contribuendo, nel rispetto delle rispettive competenze, alla costruzione di relazioni, conoscenze e occasioni di dialogo.
È una distinzione fondamentale.
Perché il valore di una rete non dipende dalla sovrapposizione delle funzioni.
Dipende dalla capacità di mettere in relazione funzioni diverse.
Il mare come infrastruttura di relazioni
Ed è qui che entra nella nostra riflessione un'altra dimensione dell'esperienza di Giancarlo Iaccarino.
Quella legata al mare.
Il Notaio Iaccarino è infatti presidente del Circolo Nautico Marina della Lobra di Massa Lubrense.
Il mare, nella nostra prospettiva, non è soltanto turismo.
È economia.
È portualità.
È nautica.
È cantieristica.
È logistica.
È cultura.
È ricerca.
È formazione.
È innovazione.
È relazione internazionale.
L'esperienza del Lussemburgo offre inoltre un ulteriore elemento di interesse: nel 2016 il Registro Navale Lussemburghese fu presentato a Napoli proprio alla presenza del Console Onorario Giancarlo Iaccarino e di rappresentanti istituzionali lussemburghesi. (Informazioni Marittime)
Questo episodio ci permette di comprendere come la relazione consolare possa intersecarsi con un settore strategico quale quello dell'economia marittima.
Da qui nasce un possibile asse ideale:
Napoli – Massa Lubrense – Lussemburgo – Mediterraneo.
Non come semplice collegamento geografico.
Ma come rete di relazioni economiche, culturali, turistiche e istituzionali.
Il diritto come infrastruttura invisibile dell'economia
Esiste poi un'altra dimensione dell'esperienza di Giancarlo Iaccarino che merita attenzione.
Il diritto.
Spesso quando parliamo di sviluppo economico ci concentriamo sulle infrastrutture materiali.
Strade.
Porti.
Aeroporti.
Reti digitali.
Ma esiste anche un'infrastruttura invisibile senza la quale l'economia non può funzionare:
la certezza del diritto.
Il notaio rappresenta, nel nostro ordinamento, una figura che contribuisce alla certezza e alla sicurezza giuridica degli atti.
E quando questa esperienza professionale si accompagna alla docenza universitaria, si crea un ulteriore collegamento tra professione e formazione.
È il rapporto tra conoscenza e responsabilità.
Famiglia, successioni e continuità delle imprese
Il tema assume una particolare rilevanza quando entriamo nel campo del diritto di famiglia, delle successioni e delle donazioni.
Perché dietro una successione può esserci anche la storia di un'impresa.
Dietro un patrimonio può esserci il lavoro di più generazioni.
Dietro un'azienda familiare può esserci un patrimonio di competenze, relazioni e conoscenze che rischia di disperdersi se il passaggio generazionale non viene adeguatamente progettato.
Il passaggio generazionale non è quindi soltanto un problema giuridico.
È una questione economica.
È una questione manageriale.
È una questione culturale.
È una questione di continuità.
E qui ritorna uno dei temi fondamentali di Visioni di Impresa:
come trasformare ciò che una generazione ha costruito in una risorsa per quella successiva.
L'Università Suor Orsola Benincasa documenta proprio l'impegno di Giancarlo Iaccarino nell'ambito del diritto successorio e la sua attività scientifica collegata al Trattato delle Successioni e Donazioni. (universitypress.unisob.na.it)
La formazione come investimento sul futuro
La docenza universitaria introduce naturalmente un altro tema.
La formazione.
Non esiste internazionalizzazione senza competenze.
Non esiste diplomazia economica senza persone capaci di comprendere culture, ordinamenti, mercati e linguaggi diversi.
Non esiste competitività senza capitale umano.
Per questo l'università non può essere considerata soltanto il luogo nel quale si trasmettono conoscenze.
È uno dei luoghi nei quali si costruisce la capacità di affrontare il futuro.
Il rapporto tra università, professioni e imprese diventa quindi una componente fondamentale dello sviluppo.
E anche in questo caso la storia professionale di Giancarlo Iaccarino offre un punto di osservazione concreto: il rapporto tra professione notarile, ricerca, formazione e trasmissione delle competenze alle nuove generazioni. (UniSob)
Dalla Campania al Mezzogiorno
La nostra riflessione non vuole però fermarsi alla Campania.
Se esiste una lezione che possiamo ricavare dal ruolo di un Console con una circoscrizione che comprende Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia e Calabria, è proprio la necessità di ragionare su una scala più ampia. (Ministero degli Affari Esteri)
Il Mezzogiorno non può essere pensato soltanto come una somma di territori.
Deve imparare a presentarsi come un sistema.
Un sistema produttivo.
Un sistema universitario.
Un sistema logistico.
Un sistema turistico.
Un sistema culturale.
Un sistema di competenze.
Un sistema di relazioni internazionali.
Perché le imprese del Sud non hanno bisogno soltanto di essere accompagnate verso i mercati internazionali.
Hanno bisogno di un territorio che sappia costruire le condizioni per competere.
La diplomazia economica come infrastruttura immateriale
In questo senso possiamo parlare di una vera e propria infrastruttura immateriale dello sviluppo.
Le infrastrutture materiali collegano luoghi.
Le infrastrutture digitali collegano informazioni.
Le reti economiche collegano imprese.
Le reti istituzionali collegano Paesi.
E le relazioni internazionali possono collegare sistemi economici differenti.
È questa la funzione che vogliamo indagare.
Non attribuendo ai Consoli funzioni che non appartengono loro.
Ma comprendendo quale valore possano produrre le relazioni che si sviluppano attorno alle loro funzioni istituzionali.
Una nuova idea di internazionalizzazione
L'internazionalizzazione delle imprese non può più essere interpretata soltanto come capacità di vendere all'estero.
È capacità di comprendere il mondo.
Di costruire relazioni.
Di conoscere gli ordinamenti.
Di individuare interlocutori.
Di creare fiducia.
Di attrarre investimenti.
Di costruire partnership.
Di partecipare a reti internazionali.
E soprattutto di trasformare la dimensione internazionale in una componente strutturale della propria strategia aziendale.
Questo vale per le grandi imprese.
Ma ancora di più per le piccole e medie imprese, che rappresentano una parte fondamentale del tessuto produttivo campano e meridionale.
Il ruolo delle istituzioni e delle imprese
Una relazione internazionale, tuttavia, non può essere affidata soltanto alla buona volontà dei singoli.
Servono istituzioni capaci di dialogare.
Associazioni capaci di costruire reti.
Università capaci di trasferire conoscenza.
Imprese capaci di cogliere le opportunità.
Professionisti capaci di accompagnare i processi.
E persone capaci di costruire fiducia.
È questa la logica dell'ecosistema.
Nessun soggetto può fare tutto.
Ma ogni soggetto può contribuire a qualcosa.
E quando queste competenze vengono messe in relazione nasce una capacità nuova.
La capacità di trasformare una rete di rapporti in una strategia di sviluppo.
Dalla memoria alla responsabilità
Anche il rapporto tra padre e figlio assume, in questa prospettiva, un significato più ampio.
Non si tratta semplicemente di una continuità professionale.
Ogni generazione riceve qualcosa da quella precedente.
Una professione.
Un patrimonio.
Una reputazione.
Una rete di relazioni.
Una cultura.
Ma l'eredità non consiste nel conservare immutato ciò che si è ricevuto.
Consiste nel saperlo interpretare e trasformare.
È questo il significato più profondo della continuità.
Non ripetere il passato.
Ma utilizzarlo per costruire il futuro.
E questa riflessione vale per le persone, per le famiglie, per le imprese e per le istituzioni.
Il futuro delle relazioni tra Italia e Lussemburgo
Dopo trent'anni di attività come Console Onorario del Lussemburgo a Napoli, l'esperienza di Giancarlo Iaccarino offre quindi l'occasione per guardare anche al futuro.
Quale evoluzione possono avere le relazioni tra il Lussemburgo e la Campania?
Quali opportunità possono essere costruite per le imprese?
Quale ruolo possono avere il porto, la nautica, il turismo e l'economia del mare?
Quali possibilità esistono per i giovani che guardano all'Europa per studiare, lavorare e costruire il proprio futuro?
E soprattutto:
come possiamo fare in modo che le relazioni internazionali non rimangano patrimonio di pochi, ma diventino una risorsa accessibile all'intero sistema produttivo?
È questa la sfida.
Napoli come porta del Mediterraneo
Napoli possiede una posizione che la storia le ha assegnato e che il presente può nuovamente valorizzare.
Una città europea.
Una città mediterranea.
Una città portuale.
Una città universitaria.
Una città culturale.
Una città imprenditoriale.
Una città che può tornare a interpretare pienamente il proprio ruolo di ponte tra mondi differenti.
Ma per farlo non basta possedere una posizione geografica privilegiata.
Occorre costruire una strategia.
Occorre creare connessioni.
Occorre mettere in relazione il sistema produttivo con quello istituzionale.
Occorre collegare università e imprese.
Occorre rafforzare le reti internazionali.
Occorre trasformare la vocazione mediterranea in una concreta capacità economica.
Dal territorio alle reti
È qui che Visioni di Impresa torna alla propria domanda fondamentale.
Come trasformare ciò che abbiamo in ciò che possiamo diventare?
La Campania possiede imprese.
Possiede università.
Possiede professionisti.
Possiede cultura.
Possiede porti.
Possiede turismo.
Possiede capitale umano.
Possiede una straordinaria posizione geografica.
Possiede una storia internazionale.
Ma tutte queste risorse producono sviluppo soltanto quando vengono messe in relazione.
Il vero valore non è quindi soltanto nelle singole risorse.
È nella capacità di costruire ecosistemi.
Una rete che genera valore
Una relazione consolare può diventare conoscenza.
La conoscenza può diventare relazione economica.
La relazione economica può diventare investimento.
L'investimento può diventare impresa.
L'impresa può generare lavoro.
Il lavoro può generare competenze.
Le competenze possono generare nuova innovazione.
E l'innovazione può rafforzare nuovamente il territorio.
È un processo circolare.
Ed è proprio questa capacità di trasformare una relazione in valore che rappresenta il cuore della nostra riflessione.
La domanda che accompagna il futuro
Arriviamo così alla domanda conclusiva di questa puntata.
Siamo realmente capaci di trasformare le nostre relazioni internazionali in sviluppo economico?
Non soltanto in incontri.
Non soltanto in cerimonie.
Non soltanto in protocolli.
Ma in imprese, investimenti, conoscenza, lavoro, innovazione e nuove opportunità.
Perché il vero valore della diplomazia economica non si misura soltanto nel numero delle relazioni che un territorio possiede.
Si misura nella qualità delle opportunità che riesce a generare attraverso quelle relazioni.
✦ RIFLESSIONE FINALE
Ogni territorio riceve dalla propria storia un patrimonio di relazioni, conoscenze e opportunità. Ma nessuna generazione può limitarsi a conservarlo. Ha il compito di trasformarlo in una risorsa per il futuro.
Le relazioni internazionali non sono soltanto una dimensione della politica estera. Possono diventare una componente concreta dello sviluppo economico quando riescono a mettere in comunicazione persone, istituzioni, università, imprese e territori.
Napoli e la Campania possiedono una vocazione internazionale che appartiene alla loro storia. Il Mediterraneo, l'Europa e le relazioni con gli altri Paesi rappresentano una parte naturale della nostra identità. Ma una vocazione diventa strategia soltanto quando viene organizzata, sostenuta e trasformata in opportunità.
Il compito delle istituzioni è creare le condizioni. Quello delle imprese è cogliere le opportunità. Quello delle università è produrre e trasferire conoscenza. Quello delle professioni è accompagnare i processi. Quello delle reti internazionali è costruire ponti.
Nessuno di questi elementi, da solo, è sufficiente. Ma insieme possono costruire un ecosistema capace di trasformare le relazioni in sviluppo.
Forse è proprio questa la sfida del nostro tempo: non limitarci ad avere rapporti con il mondo, ma imparare a trasformare questi rapporti in valore per le nostre comunità.
Perché l'internazionalizzazione non comincia quando un'impresa arriva su un mercato estero. Comincia molto prima: quando un territorio impara a conoscere il mondo, a dialogare con esso e a costruire relazioni fondate sulla fiducia.
E quando una relazione diventa conoscenza, la conoscenza diventa opportunità e l'opportunità diventa impresa, allora la diplomazia economica cessa di essere soltanto una relazione tra Paesi e diventa uno strumento concreto di sviluppo.
È questa la cultura che può permettere alla Campania, al Mezzogiorno e all'Italia di trasformare la propria vocazione internazionale in una reale capacità competitiva.
Perché il futuro non appartiene ai territori che semplicemente possiedono relazioni. Appartiene a quelli che sanno trasformarle in ponti, opportunità e valore condiviso.
🎙 PUNTATA 28 – CICLO 2026
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👤 Ospite della puntata
Notaio Giancarlo Iaccarino
Console Onorario del Granducato di Lussemburgo
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Presidente del Circolo Nautico Marina della Lobra
Docente presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli
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Perché comprendere il cambiamento è il primo passo per governarlo.
Perché il futuro non si prevede. Si costruisce.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – PUNTATA 29 | CICLO 2026
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA MACCHINA, L'UOMO E IL FUTURO DEL LAVORO
Dalla creatività alla conoscenza, dalla tecnologia alla trasformazione economica e sociale
✦ Tema
Comprendere come l'intelligenza artificiale stia trasformando la creatività, il lavoro e i processi decisionali, interrogandoci sulle conseguenze economiche, sociali e istituzionali di una tecnologia destinata a modificare profondamente il rapporto tra uomo, conoscenza e produzione.
✦ Pensiero guida della puntata
Non sappiamo ancora quale sarà l'impatto complessivo dell'intelligenza artificiale sul futuro del lavoro, sulla creatività e sulla società. Proprio per questo dobbiamo osservare ciò che sta accadendo, verificare le previsioni, confrontare i dati e mantenere al centro la responsabilità dell'uomo.
La tecnologia può ampliare le capacità umane e creare nuove opportunità, ma non deve diventare il criterio attraverso il quale stabilire il valore dell'uomo, né sostituirsi al suo discernimento e alla sua responsabilità. Il futuro non si prevede: si costruisce attraverso la conoscenza, il confronto e la capacità di governare il cambiamento.
Dalla creatività alla conoscenza
L'intelligenza artificiale è entrata ormai nella nostra vita quotidiana con una velocità che soltanto pochi anni fa sarebbe stata difficile da immaginare.
La utilizziamo per cercare informazioni, tradurre, scrivere, programmare, analizzare dati, produrre immagini, generare musica e supportare decisioni. Le imprese la stanno introducendo nei propri processi produttivi e organizzativi; le università ne studiano le potenzialità e i limiti; le istituzioni sono chiamate a definire regole capaci di accompagnarne lo sviluppo.
Ma proprio mentre questa trasformazione accelera, emerge una domanda alla quale non è possibile rispondere soltanto osservando ciò che la tecnologia è capace di fare.
Dobbiamo chiederci che cosa accade alle persone, alle professioni e alla società quando una macchina comincia a svolgere attività che fino a ieri richiedevano necessariamente l'intervento umano.
È una domanda che riguarda l'economia, il lavoro e la competitività delle imprese, ma che riguarda anche qualcosa di più profondo: la conoscenza, la creatività e il modo stesso nel quale definiamo ciò che distingue l'uomo dalla macchina.
Ed è proprio dalla creatività che abbiamo scelto di iniziare questa ventinovesima puntata di Visioni di Impresa.
Non casualmente.
Perché esiste un settore nel quale l'intelligenza artificiale sta già producendo una trasformazione particolarmente evidente: la musica.
La musica come primo laboratorio della trasformazione
Per affrontare questo tema abbiamo voluto partire dall'esperienza di chi la musica la conosce non soltanto come consumatore o osservatore, ma come professione, pratica e forma di espressione.
Gianni Scognamiglio ha iniziato il proprio percorso musicale all'età di nove anni e da oltre cinquantacinque anni vive la musica attraverso esperienze diverse: musicista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e insegnante di musica e canto.
La sua esperienza lo ha portato dalla pratica degli strumenti alla composizione e all'arrangiamento, fino alla didattica musicale e alla trasmissione delle competenze alle nuove generazioni.
A questa esperienza si è aggiunta, nel tempo, quella legata all'informatica musicale e oggi alla ricerca sulle possibilità offerte dall'intelligenza artificiale applicata alla musica.
La sua presenza consente quindi di osservare la trasformazione dall'interno di un mestiere nel quale tecnologia e creatività si incontrano direttamente.
Ed è proprio per questo che la musica non viene utilizzata soltanto come esempio di applicazione dell'intelligenza artificiale, ma come primo osservatorio concreto di una trasformazione che investe contemporaneamente creatività, professioni, valore economico e lavoro umano.
Ed è proprio qui che nasce la prima domanda della nostra puntata.
Quando una macchina è in grado di generare una melodia, una voce, un arrangiamento o un brano completo, che cosa rimane della creatività umana?
E soprattutto: la capacità di una macchina di produrre qualcosa di nuovo è sufficiente per definirla creativa nello stesso senso nel quale definiamo creativo un essere umano?
La domanda non è soltanto filosofica.
Ha già conseguenze economiche molto concrete.
Perché se una tecnologia è in grado di produrre contenuti che prima richiedevano il lavoro di musicisti, compositori, arrangiatori, interpreti, tecnici e altre professionalità, il problema non riguarda più soltanto il modo in cui ascolteremo la musica.
Riguarda chi produrrà quella musica, chi ne ricaverà valore e quale spazio rimarrà alle persone che oggi costruiscono professionalmente quel valore.
Quando la macchina entra nella creatività
L'intelligenza artificiale può generare risultati sorprendenti. Può riconoscere strutture, apprendere regolarità, combinare elementi, trasformare indicazioni dell'utilizzatore in nuovi contenuti e produrre risultati che, all'ascolto o alla visione, possono apparire indistinguibili da quelli realizzati attraverso processi tradizionali.
Questo dato non deve essere negato.
Al contrario, è proprio da qui che deve partire una riflessione seria.
Una macchina può produrre qualcosa di nuovo senza che questo risolva automaticamente la domanda su che cosa intendiamo per creatività.
Nel caso dell'uomo, la creatività non è soltanto il risultato finale. È legata anche all'esperienza, all'intenzione, alla memoria, alla sensibilità, alla capacità di attribuire significato a ciò che viene creato e alla possibilità di utilizzare una conoscenza per immaginare qualcosa che ancora non esiste.
Per questo possiamo riconoscere alle macchine una straordinaria capacità di generare contenuti senza dover necessariamente concludere che esse possiedano la stessa esperienza creativa che associamo all'essere umano.
La distinzione è importante perché ci permette di evitare due errori opposti.
Il primo sarebbe considerare l'intelligenza artificiale una semplice macchina incapace di produrre risultati realmente nuovi.
Il secondo sarebbe attribuirle automaticamente caratteristiche umane soltanto perché i suoi risultati possono apparire intelligenti, originali o creativi.
Tra questi due estremi esiste lo spazio della conoscenza, della ricerca e del dubbio.
Ed è proprio quello spazio che vogliamo esplorare.
Dalla creatività alla conoscenza
A questo punto la nostra riflessione si sposta naturalmente dalla musica alla scienza.
Perché per capire che cosa stiamo realmente costruendo non basta osservare il risultato prodotto dall'intelligenza artificiale. Occorre comprendere come funzionano questi sistemi, quali capacità possiedono e quali differenze rimangono tra elaborazione computazionale e pensiero umano.
È in questa prospettiva che il confronto con il Prof. Luigi Verolino, Professore Ordinario di Elettrotecnica presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell'Informazione dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, assume un significato particolare.
Il professor Verolino porta nella discussione lo sguardo dello scienziato e dell'ingegnere, maturato attraverso una lunga esperienza accademica e di ricerca, comprendente anche attività presso il CERN di Ginevra e i Laboratori dell'INFN di Frascati. (Docenti Unina)
La domanda diventa allora più precisa.
Quando diciamo che una macchina "pensa", che cosa stiamo realmente descrivendo?
Un sistema di intelligenza artificiale può elaborare enormi quantità di informazioni, individuare correlazioni, riconoscere schemi, calcolare probabilità e generare risposte estremamente complesse.
Questa capacità è reale e rappresenta una delle più importanti trasformazioni tecnologiche del nostro tempo.
Ma elaborare informazioni non significa necessariamente possedere una coscienza di quelle informazioni.
E produrre una risposta coerente non significa necessariamente attribuirle un significato nel senso nel quale l'essere umano attribuisce significato alle proprie esperienze.
Non disponiamo oggi di evidenze scientifiche che consentano di attribuire ai sistemi di intelligenza artificiale una coscienza analoga a quella umana.
La questione, quindi, non è stabilire attraverso uno slogan se la macchina sia o non sia "intelligente".
La questione è comprendere quali forme di intelligenza stiamo costruendo, quali capacità stiamo trasferendo alle macchine e quali dimensioni dell'esperienza umana rimangono invece legate alla coscienza, alla responsabilità, all'intenzione e alla relazione con gli altri.
È da questa distinzione che possiamo iniziare a comprendere il passaggio successivo.
Perché quando una tecnologia diventa capace non soltanto di calcolare, ma anche di produrre contenuti, svolgere attività professionali e intervenire nei processi decisionali, la domanda non riguarda più soltanto la tecnologia.
Comincia a riguardare il lavoro.
E da qui, inevitabilmente, l'economia.
Il primo settore a essere investito: la musica
Se vogliamo capire quale possa essere l'impatto dell'intelligenza artificiale sul lavoro, la musica rappresenta oggi un osservatorio particolarmente significativo.
Non perché sia l'unico settore interessato dalla trasformazione, ma perché nella musica la tecnologia è entrata direttamente nel processo creativo e produttivo. Una macchina può oggi generare, a partire da una descrizione, una composizione musicale, una linea melodica, un arrangiamento, una voce artificiale e persino un brano completo.
Questo modifica una caratteristica fondamentale del mercato: la scarsità del contenuto.
Per decenni produrre musica professionalmente ha richiesto tempo, competenze, strumenti, studi di registrazione, musicisti, compositori, arrangiatori, tecnici e interpreti. Oggi una parte di questo processo può essere realizzata attraverso strumenti digitali e sistemi di intelligenza artificiale con costi e tempi radicalmente differenti.
È una trasformazione che non riguarda quindi soltanto come viene prodotta la musica, ma anche il valore economico del lavoro necessario per produrla.
E proprio per questo l'esperienza di Gianni Scognamiglio diventa particolarmente importante.
Chi ha iniziato a studiare musica a nove anni e ha trascorso più di cinquant'anni dentro questo mestiere ha conosciuto diverse trasformazioni tecnologiche: dall'evoluzione degli strumenti alla registrazione digitale, dall'informatica musicale alle nuove piattaforme di distribuzione.
L'intelligenza artificiale rappresenta però qualcosa di diverso.
Per la prima volta, una tecnologia non si limita a mettere a disposizione del musicista uno strumento con cui creare: può arrivare a produrre direttamente una parte del contenuto che prima richiedeva l'intervento professionale dell'uomo.
Ed è qui che la domanda sulla creatività incontra quella sul lavoro.
Quando il contenuto diventa quasi inesauribile
I dati più recenti aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno.
Nel 2026 Deezer ha comunicato che i brani interamente generati dall'intelligenza artificiale hanno superato, nei periodi di maggiore crescita, la metà dei nuovi caricamenti giornalieri sulla piattaforma, arrivando a circa 90.000 tracce generate dall'AI al giorno.
Il dato è impressionante, ma deve essere interpretato correttamente.
Non significa che metà della musica ascoltata dagli utenti sia generata dall'intelligenza artificiale. La stessa piattaforma segnala infatti che queste produzioni rappresentano ancora una quota molto più ridotta degli ascolti complessivi.
La differenza tra volume della produzione e volume degli ascolti è fondamentale.
Ma proprio questa differenza rende il fenomeno ancora più interessante.
Se una macchina può produrre una quantità potenzialmente enorme di contenuti a costi marginali molto bassi, il problema non è soltanto quanto di quel contenuto verrà ascoltato.
È capire come cambierà il valore economico del contenuto umano in un mercato nel quale l'offerta può crescere molto più rapidamente della domanda.
E questa è una domanda che va oltre la musica.
Perché lo stesso meccanismo può riguardare immagini, testi, traduzioni, video, pubblicità, grafica, software e molte altre attività nelle quali il prodotto finale può essere trasformato in un insieme di istruzioni elaborabili da una macchina.
La musica, in questo senso, potrebbe essere uno dei primi laboratori nei quali osservare una trasformazione destinata a interessare progressivamente una parte molto più ampia dell'economia.
Il problema non è soltanto produrre: è chi riceve il valore
La questione diventa ancora più evidente quando osserviamo il rapporto tra intelligenza artificiale e diritto d'autore.
La tecnologia può utilizzare enormi quantità di opere e contenuti prodotti dagli esseri umani per sviluppare sistemi capaci di generare nuovi risultati. Questo apre una questione economica fondamentale: come deve essere riconosciuto e distribuito il valore quando una nuova tecnologia nasce anche dall'elaborazione di un patrimonio creativo costruito nel tempo da milioni di persone?
La discussione non riguarda soltanto gli artisti.
Riguarda il modello economico che intendiamo costruire.
Se una piattaforma o un sistema tecnologico riesce a produrre milioni di contenuti con un costo marginale molto basso, mentre il valore economico della produzione creativa umana viene progressivamente compresso, chi beneficia della maggiore efficienza?
La domanda diventa quindi più ampia:
la tecnologia aumenta la produttività, ma come viene distribuito il valore aggiuntivo che quella produttività genera?
È una domanda che tornerà più avanti nella nostra riflessione sul lavoro.
Nel settore musicale, tuttavia, esiste già una prima indicazione quantitativa.
La CISAC, sulla base di uno studio economico commissionato a PMP Strategy sull'impatto della GenAI nei settori creativi, ha stimato che, nello scenario considerato, il 24% dei ricavi dei creatori musicali potrebbe essere a rischio nel 2028.
[Fonte: CISAC – Global economic study on the impact of generative AI]
Il dato viene spesso sintetizzato indicando un possibile rischio sul 24% dei ricavi dei creatori musicali.
[Fonte: CISAC – Key findings of the CISAC/PMP Strategy AI Study]
È necessario però essere precisi: non significa che il 24% dei musicisti perderà il lavoro. Si tratta di una stima relativa ai ricavi potenzialmente esposti nello scenario considerato dallo studio.
Ed è proprio questa distinzione che ci interessa.
Perché una discussione seria sull'intelligenza artificiale non può trasformare una previsione in un fatto, ma non può neppure ignorare una previsione quando questa segnala un rischio economicamente rilevante.
Deve fare una cosa più difficile:
metterla alla prova della realtà.
La creatività come lavoro
È a questo punto che la presenza di Gianni Scognamiglio assume un significato ancora più concreto.
Perché dietro la parola creatività esiste un mondo professionale.
Esistono anni di studio.
Esistono competenze.
Esistono esperienze.
Esistono persone che hanno costruito la propria vita professionale attraverso la musica.
Quando una tecnologia modifica il costo e la velocità con cui può essere prodotto un contenuto creativo, non cambia soltanto lo strumento.
Può cambiare il rapporto tra competenza, tempo e valore economico.
E questa è una delle questioni che dobbiamo affrontare senza nostalgia e senza pregiudizio.
Non avrebbe senso chiedere alla tecnologia di fermarsi.
Ma non avrebbe senso nemmeno considerare inevitabile qualsiasi conseguenza prodotta dalla sua introduzione.
Il compito dell'economia, della politica e delle istituzioni è proprio quello di interrogarsi sulle conseguenze della trasformazione e sulle condizioni nelle quali essa può produrre valore senza trasformarsi in una semplice redistribuzione del valore dal lavoro verso chi possiede la tecnologia.
È qui che la discussione sulla musica comincia ad allargarsi.
Perché se una tecnologia può intervenire in una professione fondata sulla creatività, sulla competenza e sull'esperienza, dobbiamo inevitabilmente chiederci che cosa potrà accadere quando strumenti analoghi entreranno in attività nelle quali il lavoro umano viene considerato più facilmente sostituibile.
E a quel punto la domanda non sarà più soltanto:
che cosa può fare l'intelligenza artificiale?
Sarà:
che cosa succederà alle persone quando ciò che una macchina può fare diventerà economicamente più conveniente di ciò che oggi fa una persona?
È il passaggio dalla creatività al lavoro.
Ed è il passaggio nel quale la nostra riflessione entra nella sua parte più delicata.
La domanda riguarda innanzitutto la musica, perché è forse uno degli ambiti nei quali la trasformazione è oggi più immediatamente osservabile. La possibilità di generare artificialmente una composizione, una voce, un arrangiamento o un'intera produzione musicale modifica infatti non soltanto gli strumenti utilizzati dall'artista, ma anche i tempi, i costi e le modalità attraverso le quali un contenuto creativo può essere prodotto e immesso sul mercato.
La dimensione del fenomeno non è soltanto teorica. Nel luglio 2026 Deezer ha comunicato che i brani interamente generati dall'intelligenza artificiale hanno raggiunto circa 90.000 nuove tracce al giorno, arrivando a rappresentare oltre la metà dei nuovi caricamenti giornalieri sulla piattaforma nei picchi registrati nel giugno 2026. Lo stesso dato deve però essere letto con attenzione: questi contenuti rappresentano ancora soltanto una quota compresa indicativamente tra l'1% e il 3% degli ascolti complessivi.
Il dato ci mostra quindi due fenomeni contemporaneamente. Da una parte, la capacità dell'intelligenza artificiale di produrre contenuti musicali su una scala che sarebbe stata impensabile con i soli strumenti tradizionali; dall'altra, il fatto che una produzione quantitativamente enorme non coincide necessariamente con il riconoscimento, l'ascolto e il valore attribuito dal pubblico a quei contenuti.
Ma il problema non riguarda soltanto il numero delle tracce prodotte. Riguarda il valore economico che si determina lungo questa trasformazione. Uno studio realizzato da CISAC e PMP Strategy ha stimato, nello scenario considerato, che entro il 2028 una parte significativa dei ricavi dei creatori musicali potrebbe essere a rischio di perdita per effetto della musica generativa, con una perdita cumulativa stimata in circa 10 miliardi di euro nell'arco di cinque anni e con circa il 24% dei ricavi dei creatori musicali a rischio nel 2028.
Sono naturalmente stime e non fatti già compiuti. Ma proprio per questo sono utili: non ci dicono necessariamente quale sarà il futuro, ci permettono di misurare la dimensione economica di uno degli scenari che dobbiamo essere capaci di osservare e governare.
Fonte primaria:
CISAC/PMP Strategy: lo studio parla precisamente di 24% dei ricavi dei creatori musicali a rischio nel 2028 e di una perdita cumulativa di €10 miliardi nei cinque anni, nello scenario considerato (CISAC)
Ed è qui che la presenza di Gianni Scognamiglio assume un significato particolare. La sua esperienza di musicista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e insegnante ci permette di osservare questa trasformazione non soltanto attraverso i numeri, ma dal punto di vista di chi ha vissuto per decenni la musica come professione, creatività, competenza e lavoro.
Perché quando una tecnologia diventa capace di produrre una parte crescente di ciò che prima richiedeva competenza, esperienza e tempo umano, la domanda non è soltanto se la tecnologia sia in grado di farlo. Dobbiamo chiederci che cosa accade al valore della competenza umana quando il mercato dispone di un'alternativa artificiale capace di produrre contenuti in quantità e a costi radicalmente differenti.
È una domanda che parte dalla musica, ma che non può rimanere confinata alla musica.
«Ma se la tecnologia è in grado di sostituire progressivamente alcune attività umane, che cosa accade al lavoro?»
Fonti:
Deezer – AI-generated music exceeds 50% of daily uploads
CISAC – CISAC/PMP Strategy AI Study
Se una tecnologia diventa capace di produrre contenuti che fino a ieri richiedevano competenze professionali, esperienza e tempo umano, il problema non riguarda infatti soltanto il destino di una singola professione. Riguarda il modo nel quale il sistema economico assorbirà una trasformazione che può interessare contemporaneamente attività creative, amministrative, tecniche, professionali e industriali.
È qui che il confronto deve necessariamente diventare più ampio. Esistono infatti previsioni autorevoli secondo le quali l'intelligenza artificiale non determinerà necessariamente una distruzione generalizzata dell'occupazione, ma produrrà soprattutto una trasformazione delle mansioni e dei lavori. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo aggiornamento del 2025, stima che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trovi in un'occupazione potenzialmente esposta alla GenAI e considera la trasformazione del lavoro, più che la sua completa sostituzione, come l'esito più probabile.
Ma proprio qui nasce una questione che non possiamo eludere. Esposizione non significa automaticamente perdita del posto di lavoro, così come trasformazione non significa necessariamente mantenimento dello stesso numero di lavoratori, dello stesso reddito o della stessa posizione professionale. L'OIL stessa ha recentemente richiamato l'attenzione sui limiti degli indicatori di esposizione, sottolineando che essi non possono essere interpretati, da soli, come previsioni delle future perdite occupazionali o degli esiti effettivi del mercato del lavoro. (Organizzazione Internazionale del Lavoro)
E allora la domanda diventa ancora più concreta: che cosa accade nel periodo che separa la trasformazione di una mansione dalla nascita della nuova opportunità di lavoro?
Perché dire che il lavoratore sarà formato per svolgere una nuova attività presuppone che quella nuova attività esista, che l'impresa abbia convenienza ad assumerlo, che il lavoratore abbia il tempo e le risorse per acquisire le nuove competenze e che il sistema economico sia in grado di assorbire tutti coloro che vengono progressivamente espulsi dalle attività precedenti.
È questa la distanza che dobbiamo osservare tra una previsione e la realtà. Una previsione può descrivere un equilibrio futuro nel quale nuovi lavori compensano quelli trasformati o eliminati; ma per le persone e per le imprese la transizione avviene nel presente, con tempi, costi e conseguenze che non possono essere cancellati semplicemente attraverso la parola «riqualificazione».
Ed è proprio per questo che Visioni di Impresa non vuole contrapporre la scienza alla realtà e neppure sostituire una previsione con un'altra. Vuole mettere le previsioni alla prova dei fatti, osservando ciò che accade realmente nei mercati, nelle aziende e nelle professioni e chiedendo alle istituzioni di prepararsi anche agli scenari meno favorevoli.
Perché se oggi possiamo ancora discutere sulla dimensione futura della sostituzione tecnologica, una cosa è già certa: la velocità con cui l'intelligenza artificiale sta evolvendo rende necessario interrogarsi prima che gli effetti siano diventati irreversibili.
Dalla creatività alla trasformazione del lavoro
Ed è proprio qui che la riflessione sulla musica ci conduce a una questione più generale, che riguarda il futuro del lavoro nel suo complesso.
Quando una tecnologia entra in un processo produttivo, non dobbiamo chiederci soltanto quali nuove professioni nasceranno. Dobbiamo osservare contemporaneamente quali attività vengono ridotte, quali competenze perdono valore economico e quali persone vengono effettivamente sostituite o espulse dai processi produttivi.
È una distinzione importante, perché negli ultimi anni si è affermata una narrazione secondo la quale l'intelligenza artificiale non produrrà una vera distruzione dell'occupazione: eliminerà alcune mansioni, ma creerà nuovi lavori e, attraverso la formazione, consentirà ai lavoratori di ricollocarsi.
È una possibilità.
Ma, allo stato attuale, non è una certezza scientificamente dimostrata per il futuro.
E proprio per questo riteniamo necessario mettere a confronto le previsioni con ciò che sta accadendo nel presente.
Non per negare il progresso tecnologico e nemmeno per sostenere che ogni licenziamento sia provocato dall'intelligenza artificiale, ma per evitare che una previsione sul futuro venga utilizzata per minimizzare fenomeni occupazionali che sono già osservabili.
Il caso di InvestCloud Italy a Marghera è emblematico proprio perché impone prudenza nell'interpretazione.
Nel marzo 2026 l'azienda, appartenente a un gruppo statunitense di tecnologia finanziaria, avviò la procedura di licenziamento collettivo dei 37 dipendenti in vista della chiusura della sede italiana. Nella comunicazione aziendale compariva il passaggio verso un modello organizzativo basato su sistemi integrati con l'intelligenza artificiale. (ANSA.it)
Ma la Regione Veneto ha successivamente precisato che non sarebbe corretto attribuire la vicenda esclusivamente all'AI: dalla documentazione esaminata emergevano anche una riorganizzazione internazionale e una delocalizzazione delle attività, con riferimento in particolare all'India. (Regione del Veneto)
Ed è proprio questa complessità a rendere il caso interessante.
Perché il futuro del lavoro potrebbe non essere caratterizzato semplicemente dalla macchina che sostituisce l'uomo.
Potrebbe essere caratterizzato dalla combinazione di intelligenza artificiale, automazione, riorganizzazione aziendale, delocalizzazione e concentrazione delle attività.
Il risultato, dal punto di vista del lavoratore, può comunque essere la perdita del posto di lavoro.
Nel maggio 2026, infatti, è stato sottoscritto l'accordo per l'uscita incentivata dei 37 lavoratori di InvestCloud Italy, dopo la decisione del gruppo di chiudere la sede di Marghera. (Regione del Veneto)
Non possiamo dunque utilizzare questo episodio per dimostrare che «l'AI distrugge 37 posti di lavoro».
Possiamo però utilizzarlo per porre una domanda molto più seria:
che cosa accadrà quando l'intelligenza artificiale diventerà una delle componenti attraverso le quali le imprese decideranno dove produrre, quante persone impiegare e quali attività mantenere?
Questa è una domanda che non possiamo rinviare al futuro, perché il processo è già iniziato.
E non riguarda soltanto i lavoratori meno qualificati.
Può riguardare anche persone altamente specializzate, proprio come dimostra il caso di Marghera, dove la Regione ha sottolineato l'elevato profilo professionale dei programmatori coinvolti. (Regione del Veneto)
È quindi necessario abbandonare una contrapposizione troppo semplice tra «lavori che spariranno» e «nuovi lavori che nasceranno».
La questione vera è il tempo della transizione.
Se una professione scompare oggi e una nuova professione nasce tra cinque anni, chi sostiene il lavoratore nel frattempo?
Se le nuove competenze richieste sono possedute soltanto da una parte della popolazione, che cosa accade a chi non riesce a riqualificarsi?
E soprattutto: chi garantisce che il nuovo lavoro sarà quantitativamente sufficiente, territorialmente accessibile e economicamente equivalente a quello che viene perduto?
Sono domande alle quali non può rispondere soltanto la tecnologia.
Devono rispondere l'economia, le imprese, le istituzioni e la politica.
Ed è esattamente questo il punto nel quale il confronto con il Prof. Luigi Verolino e con il Consigliere Regionale Franco Picarone assume un significato particolare: mettere in relazione la conoscenza scientifica con ciò che accade nella realtà produttiva e con la responsabilità delle istituzioni.
Perché la scienza deve aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo; la politica deve avere il coraggio di governarne le conseguenze; le imprese devono poter innovare senza perdere di vista la responsabilità sociale della trasformazione.
E il cittadino, il lavoratore e l'imprenditore devono poter conoscere i dati senza che la realtà venga sostituita dalla narrazione.
Il problema delle previsioni sul futuro
Qui emerge una questione metodologica che riteniamo fondamentale.
Esistono studi e analisi autorevoli che prospettano, nel medio e lungo periodo, una trasformazione del mercato del lavoro nella quale alcuni posti di lavoro potranno essere sostituiti, altri trasformati e altri ancora creati, anche attraverso nuovi compiti, nuove competenze e processi di formazione e riqualificazione.
Queste posizioni devono essere ascoltate.
Ma proprio perché devono essere ascoltate, devono anche poter essere sottoposte a verifica.
Una previsione non diventa vera perché proviene da una persona autorevole.
L'autorevolezza dello studioso merita rispetto.
La realtà merita verifica.
E qui ritorna il ruolo di Visioni di Impresa: non scegliere preventivamente una tesi da dimostrare, ma mettere a confronto ricerca, dati, esperienze concrete e capacità di discernimento.
Perché esiste una differenza sostanziale tra dire:
«L'AI creerà nuovi lavori»
e dimostrare che il saldo occupazionale sarà positivo, in quali tempi, per quali categorie professionali, in quali territori e con quale distribuzione del reddito.
La prima è una previsione.
La seconda richiede evidenze.
La ricerca disponibile oggi non consente di trasformare questa previsione in una certezza. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro rileva che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trova in un'occupazione con una qualche esposizione alla GenAI, ma sottolinea che, poiché la maggior parte delle occupazioni comprende attività che continuano a richiedere l'intervento umano, la trasformazione dei lavori è l'esito più probabile rispetto alla loro completa sostituzione. Si tratta però di una valutazione dell'esposizione e della possibile trasformazione delle occupazioni, non di una dimostrazione del futuro saldo netto dell'occupazione. [Fonte primaria: OIL, Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure, 2025.]
Anche le evidenze empiriche già disponibili mostrano effetti differenziati. Uno studio sperimentale sull'utilizzo di un assistente basato sulla GenAI da parte di 5.172 operatori di customer support ha rilevato un aumento medio della produttività del 15%, con effetti particolarmente elevati tra i lavoratori meno esperti, ma non dimostra che un aumento della produttività si traduca automaticamente in un aumento netto dell'occupazione. [Fonte primaria: NBER – Generative AI at Work.] Fonte primaria scientifica: The Quarterly Journal of Economics – Generative AI at Work
E finché queste evidenze non sono sufficientemente solide per stabilire quale sarà il saldo complessivo nel tempo, è legittimo mantenere una posizione di attenzione e di prudenza.
Non è tecnofobia.
È metodo.
Il precedente storico del tabacco e il valore del dubbio
È a questo punto che possiamo richiamare, con le dovute proporzioni, un precedente storico che ci insegna qualcosa sul rapporto tra conoscenza, interessi economici e comunicazione pubblica.
Non è una leggenda né una semplice interpretazione retrospettiva il fatto che, nel Novecento, l'industria del tabacco abbia organizzato iniziative di ricerca e strategie di comunicazione attraverso le quali intervenne nel dibattito pubblico e scientifico sui rischi del fumo.
La documentazione storica e gli archivi resi pubblici attraverso le controversie sul tabacco hanno consentito di ricostruire strategie attraverso le quali l'industria cercò di influenzare il dibattito scientifico e pubblico sui danni del fumo.
Nel gennaio 1954 le principali aziende americane del tabacco pubblicarono sui giornali statunitensi A Frank Statement to Cigarette Smokers. Il documento annunciava la costituzione del Tobacco Industry Research Committee e sosteneva pubblicamente che non fosse stata dimostrata una relazione causale tra il fumo e le malattie. Il documento è conservato nella Truth Tobacco Industry Documents Library dell'Università della California, San Francisco. [Fonte primaria: A Frank Statement to Cigarette Smokers, 4 gennaio 1954, Tobacco Industry Research Committee.]
La documentazione interna dell'industria consente inoltre di ricostruire il ruolo svolto dalla società di pubbliche relazioni Hill & Knowlton nell'organizzazione della risposta dell'industria alla crescente attenzione scientifica e pubblica sul rapporto tra tabacco e salute. [Fonti primarie: documentazione Hill & Knowlton, 1953–1954, Truth Tobacco Industry Documents Library – UCSF.]
Nel 1969, un documento interno della Brown & Williamson, intitolato Smoking and Health Proposal, formulò in termini particolarmente espliciti il valore strategico attribuito al dubbio e alla controversia nel confronto con il corpo di evidenze già presente nell'opinione pubblica. Il documento è conservato negli archivi pubblici dell'industria del tabacco e reca i Bates numbers 690010951–690010959. [Fonte primaria: Brown & Williamson, Smoking and Health Proposal, 1969, Truth Tobacco Industry Documents Library – UCSF.]
Questa documentazione non autorizza a trasferire automaticamente quella vicenda al dibattito contemporaneo sull'intelligenza artificiale.
Non abbiamo alcuna base per sostenere che gli scienziati che oggi esprimono valutazioni positive sull'AI stiano perseguendo una strategia analoga.
Sarebbe scientificamente scorretto affermarlo in assenza di prove.
La lezione del tabacco è un'altra.
Ci insegna che interessi economici rilevanti possono intervenire nel rapporto tra ricerca, comunicazione e opinione pubblica e che, proprio per questo, le affermazioni sostenute da autorevoli esperti devono poter essere sottoposte a trasparenza, verifica e confronto con i dati.
È una differenza essenziale.
Non vogliamo sostituire una narrazione con un'altra.
Vogliamo difendere il diritto al dubbio quando il dubbio è fondato sui fatti.
E oggi il dubbio che poniamo è molto preciso:
se già osserviamo casi nei quali l'introduzione dell'AI si accompagna a riorganizzazioni che riducono il lavoro umano, su quali basi possiamo affermare con certezza che nel futuro questa trasformazione produrrà necessariamente più occupazione di quella che distruggerà? OIL: la fonte parla di trasformazione e non consente di dedurre un saldo netto futuro dell'occupazione.
Non stiamo dicendo che accadrà il contrario.
Stiamo dicendo che non lo sappiamo ancora.
Ed è proprio perché non lo sappiamo che dobbiamo prepararci anche allo scenario peggiore.
Dalla previsione alla responsabilità politica
Questo è il punto nel quale la nostra riflessione diventa una questione istituzionale.
Se l'intelligenza artificiale dovesse realmente produrre, in alcuni settori, una riduzione strutturale del fabbisogno di lavoro umano, non sarebbe sufficiente dire alle persone:
«Dovrete formarvi per il nuovo lavoro».
Dovremmo chiederci quale nuovo lavoro, dove, con quale remunerazione, con quali tempi e con quale sistema di protezione durante la transizione.
Perché la formazione è indispensabile, ma la formazione da sola non crea automaticamente posti di lavoro.
Una persona può acquisire nuove competenze e trovare comunque un mercato incapace di assorbirle.
E questo ci porta a una riflessione ancora più profonda.
Se l'intelligenza artificiale permette a un'impresa di produrre di più con meno persone, la produttività può aumentare.
Ma l'aumento della produttività produce necessariamente maggiore benessere collettivo?
Soltanto se il valore prodotto viene distribuito in modo tale da mantenere equilibrio economico e sociale.
Altrimenti possiamo trovarci davanti a una situazione paradossale: imprese sempre più efficienti, tecnologie sempre più potenti e una parte crescente della popolazione con una minore capacità di partecipare alla creazione e alla distribuzione della ricchezza.
È qui che la questione dell'AI diventa una questione di modello economico e sociale.
E diventa anche una questione di sovranità.
Perché se le tecnologie fondamentali, i dati, le piattaforme, i modelli e le infrastrutture attraverso cui passa una parte crescente della conoscenza mondiale sono concentrati nelle mani di pochissimi grandi operatori privati, il problema non riguarda più soltanto il mercato.
Riguarda chi possiede gli strumenti attraverso i quali viene prodotta, organizzata e distribuita la conoscenza.
Ed è proprio da qui che possiamo comprendere il passaggio successivo della nostra riflessione: dalla tecnologia che modifica il lavoro alla tecnologia che può modificare il rapporto stesso tra conoscenza, potere economico e libertà dell'uomo.
Quando la tecnologia entra nel territorio della decisione
Se il problema fosse soltanto quello di utilizzare una macchina più veloce, più precisa o più efficiente, la questione sarebbe relativamente semplice.
Ma l'intelligenza artificiale sta progressivamente entrando in una dimensione diversa: quella nella quale non si limita a eseguire un compito, ma suggerisce, seleziona, classifica, prevede e orienta.
È qui che la tecnologia incontra il discernimento umano.
Una macchina può confrontare milioni di informazioni in pochi secondi. Può individuare correlazioni che un individuo non riuscirebbe materialmente a vedere. Può costruire scenari probabilistici e fornire risposte estremamente sofisticate.
Ma proprio perché può fare tutto questo, aumenta la tentazione di attribuirle una capacità che non possiede necessariamente: quella di sapere che cosa sia giusto fare.
Conoscere non significa necessariamente comprendere.
Calcolare non significa giudicare.
Prevedere una probabilità non significa assumersi la responsabilità della decisione.
Questa distinzione diventa fondamentale quando l'intelligenza artificiale viene utilizzata in ambiti nei quali una decisione può modificare concretamente la vita di una persona: l'accesso al credito, la selezione del personale, l'istruzione, la sanità, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia.
In questi casi non basta sapere se l'algoritmo è efficiente.
Dobbiamo sapere secondo quali criteri è stato costruito, quali dati ha utilizzato, quali interessi riflette e chi risponde delle conseguenze delle sue decisioni.
Ed è proprio qui che ritorna una domanda che accompagna tutta questa puntata:
chi stabilisce i criteri?
Quando l'AI diventa uno specchio
Esiste poi un altro aspetto, apparentemente più semplice, ma in realtà molto profondo.
L'intelligenza artificiale può adattare le proprie risposte al contesto della conversazione, alle informazioni che riceve e alle preferenze che l'utilizzatore manifesta.
Più una persona interagisce con un sistema, più può costruire un rapporto nel quale il linguaggio, le esigenze e i criteri utilizzati diventano parte del contesto attraverso cui la macchina risponde.
In questo senso l'utilizzatore può arrivare a formare la propria AI.
Ma proprio per questo l'AI può diventare anche uno specchio.
Se la utilizziamo per confrontarci, per cercare obiezioni, per verificare le nostre convinzioni e per scoprire ciò che non conosciamo, quello specchio può aiutarci a vedere meglio.
Se invece cerchiamo soltanto qualcuno disposto a darci ragione, il risultato può essere completamente diverso.
Possiamo finire per utilizzare uno strumento straordinariamente potente non per mettere alla prova il nostro pensiero, ma per rafforzare ciò che già pensiamo.
La domanda allora diventa:
che cosa accade se, invece di cercare qualcuno disposto a correggerci, cerchiamo uno strumento capace soprattutto di confermarci?
È un problema che non riguarda soltanto l'intelligenza artificiale.
Riguarda il rapporto dell'uomo con la conoscenza.
Perché conoscere significa anche accettare la possibilità di scoprire che la propria convinzione era sbagliata.
E una tecnologia veramente utile non dovrebbe soltanto darci risposte.
Dovrebbe aiutarci, quando necessario, a porci domande migliori.
Se la macchina dovesse arrivare a giudicare
Ma la questione diventa ancora più profonda quando immaginiamo gli sviluppi futuri.
Se oggi chiediamo all'intelligenza artificiale di aiutarci a conoscere, confrontare e scegliere, che cosa accadrebbe se domani le affidassimo anche decisioni nelle quali è coinvolta la responsabilità delle persone?
Potremmo arrivare a pensare che una macchina, proprio perché capace di analizzare una quantità di dati enormemente superiore a quella di un singolo individuo, possa essere anche più giusta dell'uomo.
Ma la giustizia non consiste soltanto nell'applicare correttamente una regola.
Una persona non è soltanto un insieme di dati o un comportamento da classificare.
Ha una storia.
Ha responsabilità.
Ha una coscienza.
Può riconoscere il proprio errore, pentirsi, chiedere perdono e cambiare.
La macchina può analizzare il comportamento.
Può calcolare una probabilità.
Può applicare un criterio.
Ma il significato umano del pentimento, del perdono e della possibilità di ricominciare appartiene a una dimensione diversa.
La misericordia non è un errore del sistema. È una dimensione della relazione umana.
Per questo dobbiamo porci una domanda che riguarda direttamente il futuro che stiamo costruendo:
una giustizia affidata alle macchine sarebbe necessariamente una giustizia più umana?
Oppure rischierebbe di diventare una giustizia capace di applicare perfettamente le regole, ma incapace di comprendere fino in fondo la persona che quelle regole si trova a giudicare?
Non è una domanda contro la tecnologia.
È una domanda sulla responsabilità dell'uomo nell'utilizzo della tecnologia.
Chi controlla i criteri controlla una parte del potere
E allora torniamo alla domanda iniziale.
Se affidiamo alle macchine una parte crescente del nostro discernimento, chi decide i criteri con i quali queste macchine vengono progettate, addestrate e orientate?
Chi stabilisce ciò che deve essere considerato corretto o scorretto, rilevante o irrilevante, giusto o ingiusto?
E soprattutto:
chi controlla il potere di chi controlla queste tecnologie?
Perché il problema potrebbe diventare molto più grande della semplice delega di una decisione a un algoritmo.
Potrebbe riguardare la concentrazione nelle mani di pochi soggetti privati della capacità di orientare conoscenza, informazione, tecnologia e capitale.
Ed è qui che possiamo introdurre una riflessione che non vuole essere una previsione apocalittica, ma una domanda politica ed economica.
Se una parte sempre maggiore delle infrastrutture della conoscenza viene controllata da pochi grandi operatori, questi soggetti potrebbero acquisire una capacità di influenza senza precedenti sulle scelte economiche e sociali.
Non sarebbe il feudalesimo del passato.
Non ci sarebbe più soltanto il controllo della terra.
Ci sarebbe il controllo di infrastrutture immateriali dalle quali dipendono conoscenza, informazione, comunicazione, produzione e decisione.
È per questo che possiamo parlare, come ipotesi critica, del rischio di un neo-feudalesimo tecnologico.
Non perché il fenomeno sia già compiuto, ma perché la concentrazione di strumenti essenziali nelle mani di pochi può produrre una concentrazione di potere che supera i confini geografici degli Stati.
E se questo potere non fosse adeguatamente governato dalle istituzioni democratiche, potrebbe incidere sulla sovranità degli Stati, sull'autonomia economica dei cittadini e delle imprese e sulla distribuzione della ricchezza.
Questa non è più soltanto una nostra ipotesi prospettica. Il problema della velocità dello sviluppo dell'intelligenza artificiale e della capacità dell'uomo di governarla è ormai entrato nel confronto istituzionale internazionale. Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha avvertito che l'intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità tale che le società e le istituzioni faticano a tenere il passo, ponendo una domanda che riguarda direttamente il rapporto tra tecnologia e potere: saremo noi a governare questa trasformazione oppure sarà la trasformazione a governare noi?
E il tema non riguarda soltanto l'Occidente. La Cina ha posto a sua volta, nei documenti ufficiali sulla governance globale dell'intelligenza artificiale, la necessità che i sistemi rimangano sotto controllo umano e che i rischi dei modelli più avanzati siano sottoposti a monitoraggio, valutazione e governo.
Il contrasto è evidente anche sul piano politico: mentre una parte crescente della comunità tecnologica e istituzionale chiede di interrogarsi sui rischi di sistemi sempre più autonomi, il presidente Donald Trump ha recentemente definito una "hoax" le preoccupazioni sull'ipotesi di un'intelligenza artificiale fuori controllo.
Non siamo quindi davanti a una previsione già realizzata di un governo del mondo affidato alle macchine. Siamo davanti a una domanda molto più concreta: se una parte crescente delle decisioni economiche, sociali, informative e persino strategiche venisse affidata a sistemi che pochi soggetti progettano, controllano e possono comprendere pienamente, chi governerebbe realmente il potere?
Il rischio più grande, allora, non sarebbe avere macchine sempre più intelligenti.
Potrebbe essere avere uomini progressivamente meno responsabili delle proprie decisioni e centri di potere progressivamente più capaci di orientarle.
Ed è proprio a questo punto che il confronto con Franco Picarone acquista il suo significato istituzionale.
Perché una trasformazione di questa portata non può essere lasciata soltanto al mercato e non può essere affrontata soltanto dagli sviluppatori tecnologici.
Deve entrare nel confronto democratico.
Deve diventare materia di conoscenza, discussione e regolazione.
E deve partire dalla realtà concreta delle persone e delle imprese.
Dalla realtà osservata alle istituzioni
È questo, in fondo, il metodo che vogliamo adottare.
Non pretendere di possedere oggi la risposta definitiva sul futuro dell'intelligenza artificiale.
Ma osservare ciò che sta accadendo, confrontarlo con le previsioni, ascoltare la scienza, verificare i dati e portare le domande nelle sedi nelle quali quelle trasformazioni devono essere governate.
È il ruolo che può assumere il confronto tra mondi diversi rappresentati in questa puntata.
Gianni Scognamiglio porta l'esperienza concreta di chi vive da oltre cinquant'anni la musica e oggi osserva direttamente l'ingresso dell'intelligenza artificiale nella creatività.
Il professor Luigi Verolino porta lo sguardo dello scienziato e dell'accademico, quindi la necessità di comprendere la tecnologia attraverso il metodo della conoscenza.
Franco Picarone rappresenta invece la dimensione istituzionale e politica, alla quale spetta il compito di raccogliere queste istanze e confrontarsi con le conseguenze della trasformazione tecnologica.
E Visioni di Impresa prova a mettere questi mondi in comunicazione.
Non per costruire una verità precostituita.
Ma per cercare di distinguere ciò che sappiamo da ciò che prevediamo, ciò che osserviamo da ciò che immaginiamo e ciò che la tecnologia può fare da ciò che decidiamo di permetterle di fare.
È questa, forse, la forma più importante di alfabetizzazione all'intelligenza artificiale:
non imparare soltanto a utilizzare una macchina,
ma imparare a discernere ciò che la macchina ci propone.
La tecnologia non deve sostituire il discernimento
Questa riflessione ci porta quindi a distinguere due concetti che troppo spesso vengono sovrapposti: innovazione e progresso.
L'innovazione descrive ciò che una tecnologia rende possibile.
Il progresso riguarda invece ciò che quella tecnologia produce nella vita delle persone e nella società.
Non tutto ciò che possiamo fare tecnicamente rappresenta necessariamente un progresso umano, così come non ogni trasformazione tecnologica deve essere respinta perché modifica equilibri consolidati.
Il punto è un altro: chi decide la direzione del cambiamento e sulla base di quali criteri?
L'intelligenza artificiale può certamente aumentare la produttività, aiutare la ricerca, sostenere le imprese, migliorare servizi e aprire nuove possibilità creative. Ma la sua introduzione non può essere valutata soltanto attraverso la velocità, il costo o l'efficienza.
Dobbiamo considerare anche ciò che accade alle persone, alle professioni, alle imprese e alle comunità.
Perché se una tecnologia rende più efficiente un processo, ma contemporaneamente elimina una parte del lavoro senza creare condizioni reali per una nuova occupazione, quella trasformazione produce un problema che non può essere nascosto dietro la parola innovazione.
Allo stesso modo, se una macchina diventa capace di generare musica, immagini, testi o altre forme di espressione, dobbiamo chiederci non soltanto quanto sia straordinaria la sua capacità tecnica, ma quale posto vogliamo continuare ad attribuire all'uomo nella produzione della cultura e della creatività.
La tecnologia deve ampliare le possibilità dell'uomo.
Non dovrebbe diventare il criterio attraverso il quale stabilire quanto l'uomo sia ancora necessario.
Prepararsi anche a ciò che non vorremmo accadesse
È possibile che le previsioni più ottimistiche sul futuro del lavoro si rivelino corrette.
È possibile che l'intelligenza artificiale generi nuove professioni, nuovi mercati e nuove opportunità e che, attraverso la formazione, una parte consistente dei lavoratori riesca a trasferire le proprie competenze nei nuovi settori.
Ma una politica responsabile non può prepararsi soltanto allo scenario migliore.
Deve considerare anche quello peggiore.
Se esiste la possibilità che alcune professioni vengano sostituite più rapidamente di quanto il sistema economico riesca a creare nuove opportunità, dobbiamo prepararci prima che il problema diventi strutturale.
Se esiste il rischio che una parte significativa del valore prodotto dall'intelligenza artificiale venga concentrata presso pochi proprietari delle tecnologie, dobbiamo interrogarci prima che quella concentrazione diventi irreversibile.
Se esiste il rischio che la creatività umana venga progressivamente svalutata dalla produzione artificiale di contenuti, dobbiamo affrontarlo prima che interi comparti professionali perdano la propria sostenibilità economica.
E se esiste il rischio che l'uomo cominci a delegare alle macchine non soltanto il lavoro, ma anche una parte del proprio giudizio, dobbiamo stabilire dove deve rimanere il limite della delega.
Questo non significa avere paura del futuro.
Significa essere abbastanza responsabili da prepararsi anche alle conseguenze che non desideriamo.
Dalla musica a un problema che riguarda tutti
La musica, quindi, non è il punto di arrivo della nostra riflessione.
È il punto di osservazione dal quale possiamo vedere ciò che potrebbe accadere più avanti.
Gianni Scognamiglio rappresenta una professione nella quale la tecnologia è arrivata direttamente dentro il processo creativo.
Il suo percorso ci permette di comprendere una trasformazione che non può essere letta soltanto attraverso le statistiche sull'occupazione.
Perché quando una macchina entra nella creatività, la domanda non riguarda soltanto quanti posti di lavoro saranno sostituiti.
Riguarda anche il significato economico e culturale della competenza umana.
Se un musicista ha dedicato cinquant'anni alla propria formazione, quella esperienza non è semplicemente una quantità di dati che può essere replicata.
È una storia personale.
È sensibilità.
È interpretazione.
È cultura.
È capacità di ascoltare e di scegliere.
È relazione con altre persone.
Ed è proprio questo che ci porta a una considerazione più generale.
Forse il futuro non sarà caratterizzato dalla semplice contrapposizione tra uomo e macchina.
Potrebbe essere caratterizzato dalla distinzione tra ciò che possiamo affidare alle macchine e ciò che dobbiamo continuare ad assumere come responsabilità umana.
E questa distinzione dovrà essere costruita prima che sia il mercato, da solo, a stabilirla.
La responsabilità delle istituzioni
Qui si colloca il significato della presenza di Franco Picarone.
Il confronto con le istituzioni non nasce dalla pretesa di avere già una soluzione.
Nasce dalla necessità di portare nelle sedi istituzionali ciò che emerge dall'osservazione della realtà.
La proposta di legge per l'istituzione dell'Osservatorio Regionale sull'Intelligenza Artificiale della Campania si inserisce proprio in questa esigenza: creare uno spazio nel quale la trasformazione tecnologica possa essere osservata, studiata e valutata anche nelle sue conseguenze economiche e sociali. (ORIAC). (Consiglio Regionale della Campania)
Perché governare l'intelligenza artificiale significa innanzitutto conoscere.
Conoscere significa raccogliere dati.
Confrontare i dati significa individuare ciò che sta realmente accadendo.
E soltanto dopo aver compreso ciò che accade è possibile decidere quali politiche adottare.
È questa la differenza tra governare il cambiamento e subirlo.
La politica non deve sostituirsi alla scienza.
La scienza non deve sostituirsi alla politica.
L'impresa non deve essere considerata soltanto come l'utilizzatore della tecnologia.
Il lavoratore non può essere considerato soltanto come il soggetto che dovrà adattarsi.
Tutti questi mondi devono entrare nello stesso confronto.
Perché l'intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnologica.
È contemporaneamente economica, occupazionale, culturale, giuridica, politica e antropologica.
Conoscere prima di decidere
Ed è probabilmente questa la ragione più profonda per cui abbiamo voluto mettere insieme, nella stessa puntata, musica, scienza, creatività, impresa, lavoro e istituzioni.
Sono prospettive differenti che, osservate separatamente, rischiano di restituire soltanto una parte del problema.
Gianni Scognamiglio ci porta dentro la trasformazione della creatività.
Luigi Verolino ci aiuta a guardare alla tecnologia attraverso il metodo scientifico.
Franco Picarone rappresenta il luogo nel quale le domande della società possono diventare confronto istituzionale e politico.
E noi, attraverso Visioni di Impresa, proviamo a fare ciò che riteniamo più importante:
mettere in relazione queste esperienze senza decidere in anticipo quale debba essere la risposta.
Perché anche il dubbio, quando nasce dall'osservazione dei fatti, è una forma di conoscenza.
E forse il compito più importante davanti a una tecnologia che cambia così rapidamente non è prevedere esattamente il futuro.
È costruire gli strumenti culturali, scientifici e istituzionali che ci permettano di correggere la rotta quando la realtà dimostrerà che una previsione era sbagliata.
✦ RIFLESSIONE FINALE
L'intelligenza artificiale ci sta ponendo davanti a una trasformazione che non possiamo né fermare né semplicemente accettare senza comprenderla. Possiamo però scegliere come governarla.
La musica ci mostra già una parte di ciò che sta accadendo: una tecnologia capace di entrare direttamente nel processo creativo e di produrre contenuti a una velocità e a un costo prima impensabili. Ma dietro questa trasformazione esistono persone, professioni, competenze e patrimoni culturali che non possono essere considerati soltanto variabili economiche.
Per questo non è sufficiente domandarci quanti nuovi lavori nasceranno. Dobbiamo anche osservare quanti lavori stanno cambiando, quali stanno scomparendo, quali competenze stanno perdendo valore e quanto tempo occorrerà perché le nuove opportunità possano realmente assorbire chi viene espulso dai vecchi processi produttivi.
Non sappiamo ancora quale sarà il saldo finale dell'intelligenza artificiale sull'occupazione. Ma proprio perché non lo sappiamo, abbiamo il dovere di osservare la realtà senza pregiudizi, verificare le previsioni e prepararci anche agli scenari più difficili.
La storia del tabacco ci ricorda che interessi economici enormi possono influenzare il modo nel quale una società percepisce un rischio. Non significa trasferire automaticamente quella vicenda nel presente, né accusare genericamente la comunità scientifica. Significa ricordare che nessuna autorevolezza può sostituire la verifica dei fatti e che il dubbio, quando è fondato su evidenze, non deve essere censurato ma studiato.
Lo stesso principio deve valere per l'intelligenza artificiale. Non dobbiamo credere né a chi ci dice che sarà necessariamente la soluzione di ogni problema, né a chi sostiene che sarà inevitabilmente la causa di ogni crisi. Dobbiamo conoscere, verificare, confrontare e decidere.
Perché il vero rischio non è soltanto che le macchine diventino più intelligenti. È che gli uomini rinuncino progressivamente alla responsabilità di decidere come utilizzare quella intelligenza.
La tecnologia può calcolare. L'uomo deve ancora scegliere quale direzione dare al risultato di quel calcolo.
Può generare una musica. Ma siamo noi a dover decidere quale valore attribuire alla creatività.
Può analizzare un lavoratore. Ma siamo noi a dover stabilire quali diritti e quale dignità devono essere tutelati.
Può suggerire una decisione. Ma la responsabilità di quella decisione non può semplicemente scomparire dentro un algoritmo.
E soprattutto, se la conoscenza diventerà la principale infrastruttura del nuovo potere, dobbiamo impedire che il suo controllo venga concentrato nelle mani di pochi soggetti, perché la concentrazione della conoscenza può trasformarsi in concentrazione economica, sociale e politica.
Il futuro dell'intelligenza artificiale, quindi, non sarà deciso soltanto dagli ingegneri che la costruiranno o dalle imprese che la utilizzeranno. Sarà deciso anche dalle istituzioni, dalla cultura, dalla società e dalla capacità dei cittadini di comprendere ciò che sta accadendo.
Forse la vera sfida non è impedire alla macchina di diventare sempre più capace. È fare in modo che l'uomo rimanga capace di governare ciò che la macchina diventa.
Perché il futuro non appartiene alla tecnologia. Appartiene alle persone che sapranno governarla.
🎙 PUNTATA 29 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion
👤 Ospiti della puntata
Franco Picarone
Consigliere Regionale della Campania
Vicepresidente della VIII Commissione Permanente del Consiglio Regionale della Campania
Primo firmatario della proposta di legge per l'istituzione dell'Osservatorio Regionale sull'Intelligenza Artificiale della Campania
Prof. Luigi Verolino
Professore Ordinario di Elettrotecnica
Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell'Informazione – DIETI
Università degli Studi di Napoli Federico II
Gianni Scognamiglio
Musicista · Polistrumentista · Compositore · Arrangiatore
Insegnante di musica e canto
🎬 Regia
Pino Fontana
📍 Registrata presso
Gli studi di Per Sempre News
📺 In onda su
Per Sempre News
https://psntv.it/visioni-dimpresa
📱 Disponibile su Per Sempre News e sui nostri canali social
📺 Tutte le puntate di Visioni di Impresa sono disponibili sul portale del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e di Confimi Industria Campania.
🌐 Visioni di Impresa – Portale ufficiale
https://www.suggestioni.eu/visioni-di-impresa/
Perché comprendere il cambiamento è il primo passo per governarlo.
Perché il futuro non si prevede. Si costruisce.
🔒 NOTA DI PROTEZIONE DEI CONTENUTI, DELLE RIFLESSIONI E DELLE ELABORAZIONI
I contenuti, le riflessioni, le argomentazioni, le analisi prospettiche, le interpretazioni, le elaborazioni concettuali e gli scenari sviluppati nell'ambito di questa puntata di Visioni di Impresa costituiscono parte integrante del lavoro editoriale e culturale del format.
Le considerazioni formulate, comprese quelle relative all'intelligenza artificiale, alla trasformazione tecnologica, alla creatività, al futuro del lavoro, agli effetti economici e occupazionali dell'automazione e alla possibile evoluzione dei rapporti tra tecnologia, società, economia e istituzioni, sono proposte come riflessioni, analisi e ipotesi di studio e non come affermazioni di fatti futuri già determinati.
Le elaborazioni originali, le connessioni concettuali, le impostazioni argomentative, le domande prospettiche e gli scenari interpretativi sviluppati nella puntata sono frutto dell'attività di studio, ricerca, confronto e divulgazione propria di Visioni di Impresa e sono tutelati secondo la normativa vigente in materia di diritto d'autore e di proprietà intellettuale.
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L'obiettivo di Visioni di Impresa non è fornire verità precostituite, ma contribuire alla costruzione di un confronto documentato, libero e responsabile sui cambiamenti che interessano il nostro tempo.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – 30ª PUNTATA
LA CANZONE NAPOLETANA NEL MONDO: DA PATRIMONIO CULTURALE A OPPORTUNITÀ ECONOMICA
Dalla candidatura UNESCO alla tutela del diritto d'autore: come trasformare un patrimonio musicale internazionale in cultura, turismo, impresa e valore per Napoli e l'Italia
TEMA
La canzone napoletana è uno dei patrimoni culturali italiani che più profondamente hanno superato i confini della propria terra d'origine, diventando nel tempo una delle espressioni musicali più riconoscibili dell'identità italiana nel mondo.
Ma proprio questa straordinaria notorietà internazionale pone oggi una questione che va oltre la dimensione artistica e sentimentale: quanto valore culturale, economico e imprenditoriale genera realmente la canzone napoletana e quanto di questo valore rimane a Napoli e in Italia?
La proposta di candidatura della Canzone napoletana classica alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO apre una prospettiva nuova. Un eventuale riconoscimento non dovrebbe essere considerato come un semplice titolo onorifico, ma come l'occasione per costruire una strategia di tutela, valorizzazione e internazionalizzazione di un patrimonio già conosciuto nel mondo.
La sfida, tuttavia, è trasformare la reputazione culturale in una filiera organizzata di valore: dalla musica agli artisti, dagli autori ai diritti, dalla produzione discografica agli eventi, dalla formazione all'audiovisivo, dal turismo culturale alle imprese creative, fino alle nuove piattaforme digitali e alle trasformazioni introdotte dall'Intelligenza Artificiale.
È in questo passaggio che la cultura incontra l'impresa.
E la domanda centrale diventa quindi:
Napoli e l'Italia sono in grado di trasformare la notorietà mondiale della canzone napoletana in un patrimonio economicamente valorizzato, giuridicamente tutelato e capace di generare nuove opportunità per il territorio, per gli artisti e per le imprese?
La 30ª puntata parte da questa domanda e mette a confronto la memoria e la tradizione musicale, la loro continuità nel presente e gli strumenti giuridici necessari per proteggerne il valore, per arrivare a una questione strategica più ampia: come costruire il futuro economico di ciò che Napoli possiede già.
✦ Pensiero guida della puntata
Una cultura conosciuta nel mondo non è ancora, per questo solo fatto, un'economia organizzata.
La canzone napoletana ha già conquistato il mondo con la forza della sua identità; la vera sfida è fare in modo che questa identità possa essere tutelata, valorizzata e trasformata in valore culturale, economico e imprenditoriale per Napoli e per l'Italia.
L'UNESCO può contribuire a dare visibilità e riconoscimento a questo patrimonio; ma il riconoscimento, da solo, non crea sviluppo.
Lo sviluppo nasce dalla capacità di costruire intorno al patrimonio una filiera: artisti, autori, diritti, produzione, formazione, eventi, turismo, innovazione, imprese e internazionalizzazione.
Perché conservare una tradizione significa custodirne la memoria; valorizzarla significa darle un futuro.
👤 OSPITI
🎙 Mario Maglione
Cantante e interprete professionista della canzone napoletana
Protagonista di tournée e recital internazionali in Europa, Asia, Medio Oriente, Australia, Nord America, Sud America e Africa, ha portato la canzone napoletana in Paesi quali Giappone, Australia, Canada, Germania, Inghilterra, Emirati Arabi, Argentina, Corea del Sud e Kenya.
È il primo interlocutore perché rappresenta il patrimonio musicale nella sua dimensione artistica e internazionale. Da lui parte il racconto: che cosa è realmente la canzone napoletana, quale valore conserva, perché continua a parlare al pubblico italiano e internazionale e quale posizione occupa oggi nel mondo.
🎙 Gennaro De Crescenzo
Cantante e interprete professionista della canzone napoletana
È il secondo passaggio logico: dalla tradizione alla continuità contemporanea. La sua presenza consente di interrogarsi su come questo patrimonio possa essere trasmesso, reinterpretato e portato alle nuove generazioni senza perdere la propria identità, trasformandosi anche in una proposta culturale contemporanea e internazionale.
⚖️🎙 Avv. Enrico Mosiello
Avvocato, cantante, chitarrista e cantautore
Il suo ingresso arriva nel momento strategicamente più importante: quando il patrimonio culturale diventa valore da proteggere.
Qui entrano diritto d'autore, diritti connessi, utilizzazione delle opere e delle registrazioni, tutela degli artisti e degli autori, sfruttamento economico, nuove modalità di diffusione digitale e tutte quelle questioni giuridiche che diventano decisive quando una tradizione musicale assume una dimensione economica e internazionale.
LA CANZONE NAPOLETANA NEL MONDO
Un patrimonio che Napoli ha già esportato, ma che deve ancora trasformare pienamente in valore
La canzone napoletana non nasce come semplice genere musicale destinato al consumo locale. Nel corso della sua storia è diventata una delle espressioni culturali italiane maggiormente riconoscibili oltre i confini nazionali, portando con sé la lingua, la musicalità, l'identità e l'immagine di Napoli.
La sua forza risiede proprio nella capacità di essere immediatamente riconoscibile anche fuori dal contesto nel quale è nata. È una forma di cultura che ha attraversato generazioni, continenti e linguaggi, continuando a essere reinterpretata da artisti diversi e a entrare nei circuiti dello spettacolo, del turismo e della promozione dell'immagine italiana.
Il punto di partenza della nostra riflessione, quindi, non può essere quello di chiedersi se la canzone napoletana abbia un valore internazionale.
Quel valore, sotto il profilo culturale e della notorietà, è già una realtà.
La domanda di Visioni di Impresa deve essere un'altra:
Quanto di questo valore internazionale viene oggi trasformato in opportunità economiche, professionali e imprenditoriali per Napoli e per l'Italia?
Dalla tradizione alla contemporaneità
La candidatura della Canzone napoletana classica al patrimonio culturale immateriale UNESCO acquista significato proprio perché la tradizione non viene presentata come qualcosa di semplicemente appartenente al passato.
La documentazione parlamentare del febbraio 2026 sottolinea infatti che la canzone napoletana classica è tuttora viva, attraverso interpreti, associazioni culturali, maestri e appassionati, e ne evidenzia il legame identitario con la comunità partenopea. La stessa risoluzione richiama il possibile valore della canzone napoletana come elemento dell'identità italiana e come strumento di diplomazia culturale.
Questo aspetto è fondamentale per la nostra tesi.
Un patrimonio culturale non produce valore perché viene semplicemente conservato.
Produce valore quando continua a essere conosciuto, praticato, trasmesso, interpretato e utilizzato responsabilmente nel presente.
Ed è proprio qui che la presenza di Mario Maglione e Gennaro De Crescenzo assume un'importanza strategica nella puntata.
Mario Maglione — la memoria vivente della tradizione
Mario Maglione rappresenta nella puntata il rapporto diretto con la canzone classica napoletana e con la sua tradizione interpretativa.
La sua biografia ufficiale sottolinea le sue origini a Mergellina e il profondo legame con la cultura musicale partenopea; il sito dell'artista lo presenta inoltre come interprete della tradizione napoletana e come erede spirituale di Roberto Murolo.
Questo ci consente di porre una prima domanda fondamentale:
Che cosa dobbiamo realmente conservare quando parliamo di patrimonio musicale?
Non soltanto spartiti, registrazioni e testi.
Dobbiamo conservare la capacità di interpretarlo e trasmetterlo.
La presenza di un artista professionista come Maglione permette quindi di affrontare il patrimonio non come una fotografia del passato, ma come una tradizione viva, nella quale la competenza dell'interprete diventa essa stessa parte del valore culturale.
Gennaro De Crescenzo — la continuità di una tradizione nel presente
Il secondo passaggio è rappresentato da Gennaro De Crescenzo.
La sua storia familiare è profondamente legata alla musica napoletana: il padre Luigi, in arte Gino Deck, ha fatto parte negli anni Settanta del complesso Eduardino e i Casanova; lo zio Vincenzo De Crescenzo è autore, tra le altre, di Luna Rossa; nella stessa famiglia musicale viene ricordato anche Eduardo De Crescenzo.
Ma ciò che interessa maggiormente alla nostra analisi è il passaggio dall'eredità familiare all'attività artistica contemporanea.
De Crescenzo si avvicina direttamente al mondo musicale nel 2016 e sviluppa successivamente un percorso discografico e concertistico documentato anche in contesti internazionali. Tra gli elementi più significativi figurano la partecipazione a Casa Sanremo nel 2018, la presentazione di Luna Rossa alla Camera dei Deputati nel 2024, la presentazione dello stesso brano a Madrid e, nel 2025, le attività artistiche in Romania.
Questo percorso ci permette di introdurre un concetto essenziale:
un patrimonio rimane vivo quando riesce a passare dalla memoria alla nuova produzione culturale.
Non basta quindi chiedersi come preservare le grandi canzoni del passato.
Dobbiamo chiederci come creare le condizioni affinché la cultura musicale napoletana continui a produrre nuovi interpreti, nuove opere, nuovi spettacoli, nuovi mercati e nuove occasioni di incontro con il pubblico internazionale.
Il vero problema: la notorietà non coincide con la valorizzazione
Ed è qui che la puntata deve compiere il salto da cultura a impresa.
Possiamo avere:
un patrimonio conosciuto → senza una filiera economica organizzata.
Possiamo avere:
artisti → senza una strategia internazionale strutturata.
Possiamo avere:
un'identità culturale fortissima → senza riuscire a trasformarne correttamente la forza culturale in valore economico.
Possiamo avere:
un pubblico internazionale → senza costruire intorno a quel pubblico prodotti, servizi, eventi e percorsi turistici.
E possiamo perfino avere:
un riconoscimento UNESCO → senza una strategia successiva capace di trasformare quella maggiore visibilità in sviluppo.
Questo è il punto sul quale dobbiamo essere molto rigorosi.
L'UNESCO non è un modello di business e l'iscrizione non equivale automaticamente a finanziamenti, ricavi o incremento turistico.
Il riconoscimento può però aumentare visibilità, consapevolezza e capacità di valorizzazione del patrimonio; la Convenzione UNESCO del 2003 individua proprio nella maggiore visibilità e nella sensibilizzazione uno degli obiettivi della Lista Rappresentativa.
Pertanto, il possibile riconoscimento deve essere visto come un acceleratore reputazionale, non come il risultato economico finale.
LA SFIDA UNESCO
Dalla candidatura al patrimonio dell'umanità: che cosa significa realmente?
La proposta di portare la Canzone napoletana classica verso il riconoscimento UNESCO rappresenta oggi un passaggio di particolare interesse non soltanto sul piano culturale, ma anche sotto il profilo della strategia territoriale.
È però necessario partire dai fatti.
Il 24 febbraio 2026, la VII Commissione della Camera dei deputati ha approvato la risoluzione 7-00307 Cangiano, dedicata alla Valorizzazione della canzone napoletana classica. Il testo riconosce la canzone napoletana classica come uno dei patrimoni musicali più conosciuti e apprezzati al mondo e impegna il Governo ad approfondire, nell'ambito della più ampia Musica classica napoletana, la possibilità di una futura candidatura nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO.
Questo significa che dobbiamo parlare correttamente di candidatura e percorso verso l'UNESCO, non di riconoscimento già ottenuto.
La distinzione è fondamentale.
Che cosa riconoscerebbe realmente l'UNESCO?
L'obiettivo non sarebbe ottenere semplicemente un marchio internazionale da applicare alla parola "Napoli".
La Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità ha, secondo la Convenzione UNESCO del 2003, una finalità precisa: aumentare la visibilità del patrimonio culturale immateriale, accrescere la consapevolezza della sua importanza e favorire il dialogo nel rispetto della diversità culturale.
E questo cambia completamente la prospettiva.
L'UNESCO non direbbe:
"Questa è la musica migliore."
Né attribuirebbe a Napoli un'esclusiva sulla canzone napoletana.
L'iscrizione nella Lista Rappresentativa non stabilisce un diritto di proprietà intellettuale, non attribuisce un'esclusiva e non certifica che un patrimonio sia superiore ad altri. UNESCO lo chiarisce espressamente.
Quindi dobbiamo evitare una semplificazione pericolosa:
UNESCO ≠ copyright.
UNESCO ≠ proprietà economica.
UNESCO ≠ monopolio culturale.
UNESCO ≠ finanziamento automatico.
Il suo valore sta soprattutto nella visibilità internazionale, nella consapevolezza, nella salvaguardia e nella capacità di mettere in relazione comunità, istituzioni e patrimonio.
La candidatura richiede però qualcosa di più della notorietà
Ed è proprio questo l'aspetto che rende la questione interessante per Visioni di Impresa.
Per arrivare all'iscrizione nella Lista Rappresentativa, UNESCO richiede che la candidatura dimostri, tra gli altri elementi, che il patrimonio:
- sia effettivamente un elemento del patrimonio culturale immateriale;
- possa contribuire, attraverso l'iscrizione, alla sua visibilità e alla consapevolezza della sua importanza;
- disponga di misure concrete di salvaguardia;
- sia stato candidato con la più ampia partecipazione possibile della comunità interessata e con il suo consenso libero, previo e informato;
- sia presente nell'inventario del patrimonio culturale immateriale dello Stato proponente.
Questa impostazione contiene già una lezione strategica.
Non basta dimostrare che il mondo conosce la canzone napoletana.
Bisogna dimostrare di sapere come mantenerla viva, trasmetterla e salvaguardarla.
Ed è proprio qui che il discorso culturale incontra quello economico.
Il riconoscimento non deve diventare la fine del percorso
Immaginiamo che la candidatura arrivi, dopo il necessario iter, all'iscrizione.
Che cosa avremmo ottenuto?
Avremmo ottenuto un'importante leva internazionale di visibilità e valorizzazione.
Ma subito dopo nascerebbe la vera responsabilità:
Che cosa facciamo di questa nuova visibilità?
Perché un riconoscimento internazionale può essere valorizzato attraverso una strategia capace di collegare patrimonio e territorio.
Può contribuire a rafforzare:
la promozione culturale
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l'attrattività turistica
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gli eventi e i festival
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la produzione musicale
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la formazione
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gli archivi e la ricerca
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l'audiovisivo
↓
le imprese culturali e creative
↓
l'internazionalizzazione.
Ma attenzione: questa è una prospettiva strategica, non un automatismo prodotto dall'UNESCO.
E proprio UNESCO mette in guardia dai rischi di una valorizzazione esclusivamente commerciale: tra le possibili conseguenze negative dell'iscrizione cita infatti la commercializzazione eccessiva, il turismo insostenibile, la perdita di significato per le comunità e l'appropriazione ingiusta dei benefici.
Questa precisazione è preziosa per il nostro format.
Il problema non è commercializzare la cultura.
È come farlo.
Una cultura che rimane viva può naturalmente generare attività economiche.
Il problema nasce quando il valore economico diventa l'unico criterio, cancellando il significato culturale dal quale quel valore proviene.
Per questo la nostra prospettiva deve essere diversa:
non trasformare la canzone napoletana in una merce, ma costruire intorno alla canzone napoletana una filiera capace di distribuire correttamente il valore che essa genera.
E qui arriviamo al punto decisivo della 30ª puntata.
Perché quando parliamo di valore, dobbiamo necessariamente parlare di diritti.
Una canzone può essere patrimonio culturale.
Ma un'opera musicale può avere autori, compositori, interpreti, produttori, editori, titolari di diritti e utilizzatori.
E nell'economia digitale una stessa opera può essere ascoltata, riprodotta, sincronizzata, trasformata, distribuita e utilizzata commercialmente in moltissimi modi diversi.
La domanda diventa allora:
Chi tutela il valore economico prodotto dalla musica napoletana quando quella musica attraversa piattaforme, mercati e confini?
Ed è esattamente il punto nel quale la figura dell'Avv. Enrico Mosiello, contemporaneamente professionista del diritto e artista, assume nella puntata una funzione strategica.
LA TUTELA DEL VALORE: DIRITTO D'AUTORE, DIRITTI CONNESSI E NUOVA ECONOMIA DELLA MUSICA
Quando un patrimonio culturale diventa anche un valore economico, la prima domanda è: chi ne tutela i diritti?
La canzone napoletana ha attraversato generazioni e confini, ma oggi attraversa anche piattaforme digitali, mercati internazionali e nuovi sistemi di produzione e distribuzione dei contenuti.
Questo cambia profondamente il problema.
Un brano musicale non è soltanto un'espressione artistica che viene ascoltata. Intorno a quella musica possono esistere diritti d'autore, diritti degli interpreti ed esecutori, diritti dei produttori, diritti editoriali e differenti forme di utilizzazione economica.
E quando la musica viene diffusa attraverso radio, televisione, cinema, piattaforme digitali, streaming, social network, pubblicità, eventi e produzioni audiovisive, il valore dell'opera può moltiplicarsi attraverso utilizzi differenti.
Per questo la valorizzazione della canzone napoletana non può fermarsi alla sua promozione.
Deve comprendere anche la capacità di conoscere, tutelare e governare i diritti attraverso i quali quel patrimonio genera valore.
La cultura non è priva di proprietari soltanto perché è patrimonio
Qui occorre fare una distinzione essenziale.
La possibile iscrizione della canzone napoletana nella Lista Rappresentativa UNESCO riguarderebbe il patrimonio culturale immateriale e la sua salvaguardia.
Il diritto d'autore, invece, riguarda le opere dell'ingegno e i diritti riconosciuti ai loro titolari.
Sono dunque due piani diversi.
L'eventuale riconoscimento UNESCO non sostituirebbe il diritto d'autore e non creerebbe una nuova forma di proprietà sulle canzoni.
Al contrario, proprio perché il patrimonio potrebbe acquisire maggiore visibilità internazionale, diventerebbe ancora più importante comprendere quali siano i diritti ancora esistenti, chi ne sia titolare e secondo quali modalità possano essere utilizzati.
Questo diventa particolarmente importante quando si parla di repertori storici.
La canzone napoletana comprende infatti opere appartenenti a epoche differenti: alcune possono essere ancora protette, mentre per altre possono essere intervenute condizioni giuridiche diverse.
Non possiamo quindi parlare genericamente della "canzone napoletana" come se tutti i brani avessero lo stesso regime giuridico.
Ed è proprio questa complessità a rendere indispensabile una corretta gestione dei diritti.
La figura dell'Avv. Enrico Mosiello
In questo punto della puntata entra il terzo ospite.
Enrico Mosiello porta nella discussione una doppia prospettiva: quella dell'artista e quella del professionista del diritto.
La sua esperienza musicale permette di conoscere dall'interno il rapporto fra interprete, repertorio e pubblico; la sua formazione giuridica consente invece di affrontare la questione dal punto di vista della tutela e della corretta utilizzazione delle opere musicali.
Il suo contributo diventa quindi fondamentale per porre una domanda che spesso rimane sullo sfondo:
Quando una canzone diventa famosa nel mondo, chi beneficia realmente del valore economico che quella notorietà produce?
La risposta non può essere semplicemente "l'artista".
Dietro una canzone esiste una filiera di soggetti e diritti.
Autore.
Compositore.
Interprete.
Esecutore.
Editore.
Produttore.
Distributore.
Utilizzatore.
Piattaforma.
E, in determinati casi, anche il territorio che quella produzione culturale identifica e promuove.
Dalla tutela individuale alla strategia di sistema
Ed è qui che il nostro ragionamento deve compiere un ulteriore salto.
Se parlassimo soltanto di tutela del singolo diritto, avremmo una puntata sul diritto d'autore.
Ma Visioni di Impresa vuole porre una questione più ampia.
Possiamo costruire un sistema nel quale la tutela dei singoli diritti diventi parte di una strategia complessiva di valorizzazione del patrimonio?
Immaginiamo, per esempio, un grande progetto internazionale dedicato alla canzone napoletana.
Potrebbe coinvolgere:
- concerti e festival;
- produzioni discografiche;
- archivi digitali;
- documentari;
- cinema e televisione;
- piattaforme streaming;
- percorsi turistici;
- musei e luoghi della memoria musicale;
- formazione;
- scuole e conservatori;
- ricerca;
- editoria;
- eventi internazionali;
- nuove produzioni artistiche;
- strumenti digitali;
- imprese culturali e creative.
In ciascuno di questi settori possono nascere attività economiche e professionali.
Ma ciascuna attività deve essere costruita rispettando la titolarità dei diritti e assicurando che il valore prodotto venga correttamente riconosciuto ai soggetti che contribuiscono alla filiera.
Il digitale ha cambiato la dimensione del problema
Un tempo la diffusione internazionale di una canzone richiedeva prevalentemente strumenti fisici, reti distributive, editoria, radio, televisione e organizzazione di spettacoli.
Oggi un brano può raggiungere un pubblico mondiale attraverso una piattaforma digitale in tempi rapidissimi.
Questo rappresenta una straordinaria opportunità.
Ma significa anche che la capacità di controllare e monitorare gli utilizzi diventa più complessa.
Una registrazione può essere utilizzata in un video.
Un brano può essere inserito in una produzione audiovisiva.
Un contenuto può essere distribuito attraverso più piattaforme.
Un'opera può essere reinterpretata.
Un archivio può essere digitalizzato.
Un contenuto può essere utilizzato per finalità commerciali.
E l'intelligenza artificiale introduce ulteriori interrogativi sulla riproduzione, trasformazione e utilizzazione dei contenuti musicali.
Per questo la tutela giuridica non è un elemento accessorio della valorizzazione.
È una delle infrastrutture della valorizzazione.
UNESCO e diritto d'autore: due strumenti diversi, una stessa responsabilità
A questo punto possiamo mettere in relazione i due piani senza confonderli.
UNESCO
→ riconoscimento e valorizzazione del patrimonio immateriale
→ maggiore visibilità
→ salvaguardia e trasmissione
→ consapevolezza internazionale.
Diritto d'autore e diritti connessi
→ tutela delle opere e delle prestazioni
→ regolazione delle utilizzazioni
→ riconoscimento economico dei titolari
→ possibilità di autorizzare e remunerare gli utilizzi.
Sono strumenti differenti.
Ma possono concorrere a una stessa strategia:
fare in modo che la crescita della notorietà della canzone napoletana non produca soltanto maggiore consumo culturale, ma anche maggiore capacità di tutela e valorizzazione per chi quella cultura la crea, la interpreta, la conserva e la trasmette.
La domanda diventa allora economica
Se un eventuale riconoscimento UNESCO dovesse aumentare l'attenzione internazionale verso la canzone napoletana, chi sarebbe pronto a trasformare quella attenzione in una filiera economica?
Chi organizzerà i grandi eventi?
Chi produrrà i contenuti?
Chi formerà i nuovi interpreti?
Chi gestirà gli archivi?
Chi costruirà i percorsi turistici?
Chi svilupperà prodotti audiovisivi?
Chi porterà il repertorio nei mercati internazionali?
Chi tutelerà i diritti?
E soprattutto:
chi coordinerà tutto questo affinché non si proceda per iniziative isolate, ma attraverso una vera strategia di sistema?
Questa è la domanda che ci conduce naturalmente al prossimo passaggio.
DALLA CANZONE ALLA FILIERA ECONOMICA
Il vero patrimonio non è soltanto ciò che abbiamo ereditato, ma ciò che siamo capaci di costruire intorno a ciò che abbiamo ereditato
A questo punto della nostra analisi emerge una questione decisiva.
La canzone napoletana possiede già alcuni degli elementi fondamentali sui quali normalmente si costruisce un'economia culturale: identità, riconoscibilità internazionale, repertorio, artisti, pubblico, storia, luoghi, tradizione e capacità di evocare immediatamente Napoli e l'Italia.
Il problema, quindi, non è creare da zero un prodotto culturale.
Il problema è organizzare e mettere in relazione ciò che già esiste.
È questa la differenza tra una tradizione culturalmente importante e una vera filiera culturale ed economica.
Dal patrimonio all'ecosistema
Se osserviamo la canzone napoletana attraverso una prospettiva imprenditoriale, scopriamo che intorno a un brano musicale possono svilupparsi molteplici attività.
Un interprete genera un'esibizione.
Un autore genera un'opera.
Un produttore realizza una registrazione.
Un editore gestisce un catalogo.
Un'organizzazione produce un concerto.
Un'emittente trasmette un contenuto.
Una piattaforma digitale lo distribuisce.
Un regista lo trasforma in un prodotto audiovisivo.
Un operatore turistico può costruire un'esperienza intorno ai luoghi e alla storia della musica.
Un istituto di formazione trasmette competenze.
Un'impresa tecnologica può digitalizzare archivi e repertori.
Un evento internazionale può utilizzare la musica come strumento di promozione territoriale.
Ogni passaggio può generare lavoro, professionalità, servizi e valore economico.
Ed è proprio questa la prospettiva che vogliamo portare all'interno di Visioni di Impresa.
La canzone napoletana come infrastruttura immateriale di Napoli
Siamo abituati a considerare infrastrutture soltanto le strade, i porti, gli aeroporti, le ferrovie, le metropolitane e le reti digitali.
Ma una città possiede anche infrastrutture immateriali.
La reputazione.
La conoscenza.
La cultura.
La lingua.
La creatività.
Le relazioni internazionali.
La capacità di attrarre persone e investimenti.
In questo senso, la canzone napoletana può essere considerata una delle più potenti infrastrutture culturali immateriali costruite nel corso della storia della città.
Non ha bisogno di essere spiegata ogni volta.
Basta ascoltare poche note perché, in moltissimi casi, emerga immediatamente un'associazione con Napoli.
Ed è proprio questa capacità di riconoscimento che può diventare una leva strategica.
Dalla notorietà al turismo culturale
Qui si collega direttamente quanto abbiamo affrontato nella 27ª puntata, dedicata a Napoli, all'America's Cup e al futuro delle città, e in particolare il tema della capacità di trasformare l'attrattività territoriale in sviluppo economico organizzato.
Un visitatore non sceglie una destinazione soltanto sulla base di un monumento.
Sceglie anche sulla base di una narrazione.
E Napoli possiede una narrazione musicale che il mondo conosce già.
Questo significa che la canzone napoletana potrebbe diventare parte di una proposta turistica più ampia:
luoghi → musica → storia → gastronomia → spettacolo → esperienza → territorio.
Non soltanto visitare Napoli.
Vivere Napoli attraverso la sua cultura.
E questo apre un mercato diverso dal semplice turismo balneare o dalla visita occasionale al centro storico.
Parliamo di turismo culturale ed esperienziale, nel quale la musica può diventare un elemento capace di prolungare la permanenza, diversificare l'offerta e creare nuove occasioni di consumo culturale.
Ma attenzione: non dobbiamo costruire un parco a tema
Questo è un punto che ritengo importante inserire nel testo.
La valorizzazione della canzone napoletana non può significare trasformare Napoli in una rappresentazione stereotipata di se stessa.
Se la cultura viene ridotta a un'immagine costruita esclusivamente per il turista, rischia di perdere proprio quella autenticità che costituisce la sua forza.
La sfida è l'opposto:
portare il visitatore dentro una cultura realmente viva, invece di costruire una cultura artificiale per il visitatore.
E quindi il valore economico deve essere una conseguenza della vitalità culturale, non la sua sostituzione.
Un mercato internazionale già esistente
C'è poi un'altra considerazione strategica.
La canzone napoletana non deve necessariamente aspettare il riconoscimento UNESCO per essere portata all'estero.
Gli artisti lo fanno già.
Le registrazioni lo hanno già fatto.
La radio e la televisione lo hanno già fatto.
Il cinema lo ha già fatto.
La diaspora italiana lo ha già fatto.
Il turismo lo ha già fatto.
La vera opportunità consiste quindi nel passare da una diffusione spontanea e frammentata a una strategia più strutturata di internazionalizzazione.
E qui possiamo immaginare un modello:
NAPOLI → REPERTORIO → PRODUZIONE → EVENTI → MERCATI INTERNAZIONALI
con una regia capace di collegare operatori culturali, imprese, istituzioni e professionisti.
Il valore non deve rimanere soltanto a valle
C'è però un problema economico che non possiamo eludere.
Quando una cultura diventa famosa, il valore economico può essere generato molto lontano dal luogo nel quale quella cultura è nata.
La domanda, quindi, non è soltanto:
"Quanto è conosciuta la canzone napoletana?"
Ma:
"Dove viene prodotto il valore economico derivante dalla sua notorietà?"
Se una canzone nata a Napoli viene utilizzata in un prodotto internazionale, se un contenuto musicale genera milioni di visualizzazioni, se un evento costruisce valore turistico, se un catalogo musicale viene sfruttato commercialmente, bisogna comprendere quale parte di quel valore ritorna agli autori, agli artisti, agli operatori della filiera e al territorio.
È questa la differenza tra avere un patrimonio e saperlo valorizzare economicamente.
L'eventuale riconoscimento UNESCO come acceleratore
È in questo contesto che possiamo comprendere il possibile valore strategico dell'UNESCO.
Se la candidatura dovesse concludersi positivamente, la canzone napoletana potrebbe beneficiare di una maggiore visibilità internazionale e consapevolezza del suo valore culturale.
Ma il riconoscimento dovrebbe essere utilizzato come punto di partenza per una strategia più ampia.
Non:
UNESCO → più turisti → più soldi.
Questa sarebbe una semplificazione.
Ma:
UNESCO → maggiore visibilità → maggiore attenzione internazionale → strategia di valorizzazione → nuovi prodotti culturali → nuove attività → nuovi mercati → possibile maggiore valore economico.
La differenza è fondamentale.
Il ritorno economico non è automatico.
Dipende dalla capacità di costruire una politica industriale e culturale intorno al patrimonio.
E qui nasce la vera proposta di Visioni di Impresa
Se la candidatura UNESCO dovesse procedere, perché non accompagnarla con un vero progetto di sistema per la canzone napoletana nel mondo?
Un progetto che non abbia come unico obiettivo la celebrazione del passato, ma che costruisca una piattaforma contemporanea capace di mettere insieme:
CULTURA
conservazione, ricerca, archivi, memoria;
ARTISTI
interpreti, autori, musicisti, nuove generazioni;
DIRITTI
diritto d'autore, diritti connessi, licenze e tutela;
IMPRESA
produzione, editoria, discografia, eventi, servizi;
TURISMO
percorsi, esperienze, luoghi, festival;
FORMAZIONE
scuole, conservatori, master, nuove professionalità;
TECNOLOGIA
digitalizzazione, archivi, piattaforme, audiovisivo e nuovi strumenti;
INTERNAZIONALIZZAZIONE
mercati esteri, comunità italiane nel mondo, eventi e partnership;
BRAND TERRITORIALE
Napoli e Campania come luogo di origine e contemporanea produzione culturale.
La questione diventa quindi politica industriale della cultura
E qui il discorso si fa ancora più ampio.
L'Italia possiede una straordinaria quantità di patrimonio culturale.
Ma possedere patrimonio non significa automaticamente possedere una strategia industriale per valorizzarlo.
La nostra proposta non è dunque quella di mettere un prezzo alla cultura.
È esattamente il contrario:
dare alla cultura gli strumenti economici, organizzativi e giuridici necessari affinché il suo valore non venga disperso.
La canzone napoletana può diventare un caso emblematico.
Una tradizione nata localmente.
Diventata internazionale.
Riconoscibile nel mondo.
Potenzialmente candidata al patrimonio immateriale UNESCO.
E quindi capace di porre una domanda che riguarda non soltanto Napoli, ma l'intero Paese:
Siamo capaci di trasformare il nostro patrimonio culturale in una risorsa strategica senza perdere il controllo del suo valore?
LA CANZONE NAPOLETANA COME STRUMENTO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE
Se la canzone napoletana è già nel mondo, la vera sfida è costruire il sistema capace di intercettare quel mondo
Arrivati a questo punto, la domanda non è più soltanto culturale.
Abbiamo stabilito che la canzone napoletana possiede una riconoscibilità internazionale costruita nel corso di generazioni. Abbiamo visto che esiste oggi un percorso istituzionale verso la candidatura UNESCO. Abbiamo evidenziato che la valorizzazione deve essere accompagnata dalla tutela dei diritti e dalla capacità di organizzare una filiera economica.
Ora dobbiamo affrontare il passaggio successivo:
Dove si trova il mercato della canzone napoletana e come possiamo raggiungerlo in maniera organizzata?
Perché una cosa è avere una cultura conosciuta nel mondo.
Un'altra è avere una strategia per il mondo.
Dalla diffusione spontanea alla strategia internazionale
La storia della canzone napoletana dimostra una capacità di diffusione che precede di molto l'epoca dei social network e delle piattaforme digitali.
La musica è stata portata oltre i confini attraverso gli emigranti italiani, i teatri, i concerti, la discografia, la radio, la televisione e il cinema.
Oggi, però, il sistema è completamente cambiato.
Un artista può raggiungere direttamente un pubblico internazionale.
Una registrazione può essere ascoltata contemporaneamente in Paesi diversi.
Un video può diventare un contenuto globale.
Un brano storico può essere riscoperto da una nuova generazione attraverso una piattaforma digitale.
Questo significa che il confine geografico non rappresenta più necessariamente il limite alla diffusione della cultura.
Ma proprio per questo diventa ancora più importante conoscere il pubblico.
Non dobbiamo cercare genericamente "turisti" o "stranieri"
Qui ritroviamo una logica che abbiamo già affrontato nella puntata precedente sul turismo.
Non basta dire:
"Portiamo la canzone napoletana all'estero."
La domanda deve diventare:
A quale pubblico vogliamo parlare?
Ci sono pubblici differenti.
Gli italiani residenti all'estero.
Le comunità di origine italiana.
Gli appassionati di musica.
I visitatori interessati alla cultura.
Gli studiosi.
I giovani che scoprono il repertorio attraverso il digitale.
Gli spettatori internazionali degli eventi.
Gli operatori culturali.
Le istituzioni.
Il settore audiovisivo.
Le imprese turistiche.
Gli organizzatori di festival.
Le piattaforme digitali.
Ognuno di questi pubblici richiede un linguaggio, un prodotto e una strategia differente.
La canzone può diventare una porta d'ingresso a Napoli
Ed è qui che la musica può assumere una funzione che va oltre l'intrattenimento.
Una persona può conoscere Napoli attraverso una canzone.
Può ascoltare 'O sole mio, Torna a Surriento, Funiculì Funiculà, Luna Rossa o un altro grande brano del repertorio e sviluppare una relazione emotiva con un luogo che magari non ha mai visitato.
Quella relazione può diventare curiosità.
La curiosità può diventare ricerca.
La ricerca può diventare viaggio.
Il viaggio può diventare esperienza.
E l'esperienza può diventare un rapporto economico e culturale con il territorio.
Naturalmente non dobbiamo presentare questa sequenza come un automatismo statistico.
È una possibile catena di valorizzazione.
Ed è proprio questa catena che una strategia territoriale dovrebbe essere capace di organizzare.
Dalla canzone al turismo delle esperienze
Immaginiamo allora un visitatore che non venga a Napoli soltanto per vedere un monumento, ma per conoscere la Napoli musicale.
Potrebbe incontrare:
- i luoghi nei quali sono nate o sono state ambientate determinate canzoni;
- archivi e collezioni;
- strumenti musicali tradizionali;
- spettacoli dal vivo;
- laboratori musicali;
- incontri con artisti;
- percorsi dedicati agli autori;
- teatri storici;
- esperienze legate alla lingua napoletana;
- produzioni audiovisive;
- festival e rassegne.
La musica diventerebbe così un elemento di connessione tra patrimonio materiale e immateriale.
E questo è particolarmente importante perché Napoli possiede contemporaneamente luoghi, storia, gastronomia, arte, teatro, musica e identità.
La canzone napoletana può diventare una delle chiavi attraverso cui mettere questi elementi in relazione.
Ma il mercato internazionale non è soltanto turismo
Questo è un altro punto che dobbiamo mantenere centrale.
Se riducessimo la canzone napoletana a uno strumento per attirare turisti, perderemmo gran parte del suo potenziale.
Esiste infatti una vera economia internazionale della cultura.
Possiamo parlare di:
concerti internazionali
festival
produzioni discografiche
licensing
editoria musicale
cinema e audiovisivo
documentari
formazione musicale
scambi culturali
produzioni teatrali
format televisivi
contenuti digitali
archivi e ricerca
merchandising culturale
partnership internazionali
La musica diventa quindi una porta d'accesso a molteplici settori.
La diaspora italiana come rete internazionale
Esiste inoltre un elemento che Napoli e l'Italia possiedono in modo particolare: la presenza delle comunità italiane e di origine italiana nel mondo.
Questa rete non deve essere considerata soltanto come un pubblico nostalgico.
Può diventare un ponte culturale ed economico.
La prima generazione può conoscere i brani attraverso la memoria familiare.
Le generazioni successive possono riscoprirli attraverso nuove interpretazioni.
Le nuove generazioni possono incontrare la cultura napoletana attraverso il digitale.
E il rapporto può evolversi:
memoria → identità → curiosità → cultura → viaggio → relazione → mercato.
La sfida è quindi trasformare una presenza culturale già esistente in una rete internazionale contemporanea.
Il digitale cambia anche il concetto di pubblico
Qui ritroviamo ancora una volta il filo con la 29ª puntata.
Nell'era digitale, il pubblico non è più soltanto colui che compra un biglietto o acquista un disco.
È anche colui che:
ascolta,
condivide,
commenta,
ripubblica,
crea contenuti,
partecipa,
scopre,
ricerca,
acquista,
viaggia.
Questo significa che il valore di un contenuto culturale può svilupparsi lungo una pluralità di percorsi.
E l'intelligenza artificiale aggiunge una nuova dimensione: oggi la capacità tecnologica di elaborare, riprodurre e trasformare contenuti musicali rende ancora più importante la conoscenza dei diritti e delle regole che disciplinano il loro utilizzo.
Ed è qui che il tema affrontato con l'Avv. Mosiello torna ad essere centrale.
Internazionalizzare significa anche proteggere
Portare la canzone napoletana nel mondo significa anche portare nel mondo:
opere, registrazioni, interpretazioni, marchi, immagini, produzioni e contenuti.
Per questo una strategia internazionale seria deve prevedere contemporaneamente:
promozione + distribuzione + tutela + remunerazione.
Non possiamo pensare soltanto a come far ascoltare una canzone.
Dobbiamo pensare anche a come garantire che l'utilizzazione della canzone avvenga correttamente e che il valore generato venga riconosciuto ai legittimi titolari.
Questo è particolarmente importante in un mercato nel quale la circolazione dei contenuti è diventata globale mentre i diritti continuano ad avere regole, titolarità e modalità di gestione che devono essere attentamente individuate.
Da Napoli al mondo e dal mondo a Napoli
Ed è qui che possiamo arrivare a una visione ancora più ambiziosa.
La strategia non dovrebbe essere soltanto:
Napoli esporta la propria cultura.
Dovrebbe essere:
Napoli costruisce una rete internazionale attraverso la propria cultura e utilizza quella rete per riportare valore, persone, conoscenza, investimenti e nuove opportunità verso il territorio.
È un modello circolare:
NAPOLI
crea e custodisce il patrimonio
↓
MONDO
lo conosce, lo ascolta e lo vive
↓
RETE INTERNAZIONALE
genera relazioni e opportunità
↓
NAPOLI
riceve nuovi flussi culturali, turistici ed economici
↓
FILIERA LOCALE
artisti, imprese, professionisti e territorio generano nuovo valore
↓
MONDO
riceve nuove produzioni contemporanee.
Questo è il salto che ci interessa.
Il possibile ruolo dell'UNESCO in questa strategia
A questo punto possiamo comprendere meglio perché la candidatura UNESCO abbia una rilevanza che va oltre il riconoscimento simbolico.
Se il percorso arrivasse all'iscrizione, Napoli e l'Italia avrebbero una nuova opportunità per raccontare e valorizzare internazionalmente un patrimonio già conosciuto.
Ma l'UNESCO non deve diventare il soggetto che "fa marketing" al posto nostro.
Deve essere considerato, nella nostra prospettiva, uno degli elementi di una strategia più ampia.
Il riconoscimento può aumentare la visibilità.
La cultura produce contenuti.
Gli artisti producono interpretazioni.
Le imprese organizzano.
Il territorio accoglie.
La tecnologia distribuisce.
Il diritto tutela.
Le istituzioni coordinano.
E il mercato internazionale può generare domanda.
È l'insieme di questi elementi che può produrre valore.
LA CANZONE NAPOLETANA NELL'ERA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Quando la tecnologia può riprodurre la musica, la vera sfida diventa proteggere l'identità e il valore di chi l'ha creata
Il collegamento con la 29ª puntata deve essere diretto.
Nella puntata precedente abbiamo affrontato l'Intelligenza Artificiale come tecnologia capace di modificare profondamente creatività, conoscenza, lavoro e produzione dei contenuti.
Con la 30ª puntata possiamo applicare quella riflessione a un caso concreto: la canzone napoletana.
Perché se una tecnologia è oggi in grado di analizzare, elaborare e generare contenuti musicali, la domanda non riguarda più soltanto il futuro della musica.
Riguarda anche il destino del patrimonio musicale che abbiamo ereditato.
La tecnologia può amplificare la cultura
L'Intelligenza Artificiale non deve essere necessariamente interpretata soltanto come una minaccia.
Può diventare uno strumento straordinario di conservazione, ricerca, digitalizzazione e diffusione.
Pensiamo alla possibilità di:
- digitalizzare archivi sonori;
- catalogare repertori storici;
- rendere ricercabili collezioni musicali;
- recuperare materiali deteriorati;
- creare strumenti didattici;
- tradurre e contestualizzare contenuti;
- rendere accessibili patrimoni musicali a un pubblico internazionale;
- costruire nuovi strumenti di ricerca musicologica;
- favorire la conoscenza della lingua e della cultura napoletana.
In questa prospettiva, la tecnologia può diventare un moltiplicatore della memoria.
Ma proprio perché può moltiplicare e distribuire il contenuto, deve essere accompagnata da regole e responsabilità.
Il problema nasce quando la riproduzione supera la tutela
Una cosa è utilizzare la tecnologia per conservare e diffondere un patrimonio.
Un'altra è utilizzare opere, registrazioni, interpretazioni o elementi riconducibili a determinati artisti senza una corretta verifica dei diritti e delle autorizzazioni necessarie.
Ed è qui che il tema affrontato con Enrico Mosiello acquista una nuova dimensione.
La domanda non è più soltanto:
"Chi possiede il diritto sulla canzone?"
Ma anche:
"Come cambiano i diritti quando una tecnologia può elaborare e generare nuovi contenuti a partire da contenuti preesistenti?"
È una questione che riguarda l'intera industria musicale contemporanea.
E per un patrimonio come quello napoletano può diventare ancora più delicata, proprio perché esiste un repertorio vastissimo, una lunga storia interpretativa e una circolazione internazionale delle opere.
Patrimonio culturale e Intelligenza Artificiale non devono essere messi in contrapposizione
La nostra posizione deve essere equilibrata.
Non dobbiamo dire:
tradizione contro tecnologia.
Dobbiamo dire:
tradizione + tecnologia + tutela.
La tecnologia può aiutare la tradizione a raggiungere nuovi pubblici.
La tradizione può dare alla tecnologia contenuti, conoscenza e identità.
Il diritto deve stabilire le condizioni affinché questa relazione non si trasformi in appropriazione o sfruttamento illegittimo.
E l'impresa deve trovare il modo di trasformare questa innovazione in nuovi prodotti e nuovi servizi, mantenendo il rapporto con gli autori, gli artisti e le comunità che costituiscono il patrimonio.
La domanda più delicata: possiamo innovare senza perdere l'identità?
Immaginiamo una nuova generazione che scopra la canzone napoletana non attraverso un vecchio disco, ma attraverso una piattaforma digitale.
Oppure attraverso un documentario.
Un videogioco.
Un'esperienza immersiva.
Una produzione audiovisiva.
Un concerto internazionale.
Un sistema educativo basato sull'AI.
La tecnologia può cambiare il modo nel quale il pubblico incontra la tradizione.
Ma non dovrebbe cancellare l'autenticità culturale dalla quale quella tradizione trae il proprio significato.
Questo è un punto centrale anche rispetto alla prospettiva UNESCO: la salvaguardia del patrimonio immateriale non consiste nel congelarlo, ma nel garantire che continui a essere trasmesso e praticato dalle comunità interessate.
Il rischio della trasformazione senza controllo
Esiste però anche il problema opposto.
Se la tecnologia permette di generare infinite reinterpretazioni di un patrimonio culturale, possiamo arrivare a una situazione nella quale:
la quantità di contenuti aumenta → ma diminuisce la capacità di distinguere l'originale dalla trasformazione.
E questo può produrre conseguenze culturali ed economiche.
Chi ha realizzato l'interpretazione originale?
Chi ha scritto la musica?
Chi ha scritto il testo?
Chi possiede la registrazione?
Chi autorizza l'utilizzazione?
Chi riceve la remunerazione?
Che cosa è realmente una nuova opera?
Che cosa è una trasformazione?
Che cosa è un'elaborazione tecnologica?
Sono domande che non possiamo risolvere semplicemente con la tecnologia.
Richiedono competenza giuridica, consapevolezza culturale e capacità imprenditoriale.
La vera opportunità: digitalizzare prima di perdere
Da questa riflessione nasce una proposta concreta.
Se la canzone napoletana deve essere considerata un patrimonio da salvaguardare, una delle priorità dovrebbe essere la costruzione di una grande infrastruttura digitale della memoria musicale napoletana.
Un sistema nel quale possano essere raccolti, catalogati e studiati:
spartiti
testi
registrazioni
fotografie
manifesti
documenti
archivi
biografie
testimonianze
strumenti
materiali audiovisivi
storie degli interpreti
storie degli autori
naturalmente nel rispetto dei diritti applicabili e delle diverse condizioni giuridiche dei materiali.
Questa infrastruttura non sarebbe soltanto un archivio.
Potrebbe diventare una base per ricerca, formazione, produzione culturale e innovazione.
E qui nasce una nuova economia
Una volta digitalizzato e organizzato il patrimonio, possono nascere nuove attività.
Ricerca musicologica.
Produzione audiovisiva.
Documentari.
Podcast.
Piattaforme educative.
Mostre digitali.
Esperienze immersive.
Festival.
Applicazioni turistiche.
Prodotti editoriali.
Nuove produzioni artistiche.
Servizi per università e istituzioni culturali.
Progetti internazionali.
E, dove consentito dai diritti e dalle finalità di utilizzo, nuovi modelli di distribuzione e valorizzazione commerciale.
Quindi:
digitalizzare la memoria non significa soltanto conservarla; significa creare le condizioni per produrre nuova conoscenza e nuove opportunità economiche.
Ma chi deve governare questo ecosistema?
Ed eccoci nuovamente alla domanda che accompagna tutta la 30ª puntata.
Non basta avere gli artisti.
Non basta avere il patrimonio.
Non basta avere l'UNESCO.
Non basta avere la tecnologia.
Non basta avere il turismo.
Non basta avere le imprese.
Serve una strategia che metta in relazione tutti questi elementi.
Ed è qui che Visioni di Impresa torna alla propria domanda originaria:
Come trasformare una risorsa già esistente in una capacità competitiva del territorio?
La vera sfida non è soltanto conservare la canzone napoletana
È renderla contemporanea senza snaturarla.
È proteggerne i diritti senza impedirne la diffusione.
È utilizzare la tecnologia senza cancellare gli autori e gli interpreti.
È internazionalizzarla senza perdere la sua identità.
È attrarre turismo senza trasformarla in uno stereotipo.
È creare valore economico senza impoverirne il significato culturale.
È ottenere un eventuale riconoscimento UNESCO senza considerarlo il punto finale.
È costruire un ecosistema nel quale cultura, diritto, tecnologia e impresa lavorino insieme.
LA PROPOSTA: COSTRUIRE LA FILIERA DELLA CANZONE NAPOLETANA NEL MONDO
Non basta riconoscere un patrimonio: bisogna costruire il sistema capace di valorizzarlo
Siamo arrivati al punto nel quale la riflessione deve trasformarsi in proposta.
Se la canzone napoletana possiede una dimensione culturale internazionale, se esiste un percorso verso l'eventuale riconoscimento UNESCO, se intorno alla musica esistono diritti da tutelare e se il digitale offre nuove possibilità di diffusione, allora la domanda non può più essere soltanto quanto sia importante questo patrimonio.
La domanda deve diventare:
Quale sistema possiamo costruire per fare in modo che il valore della canzone napoletana venga conservato, prodotto, tutelato e redistribuito attraverso una filiera capace di competere nel mondo?
È qui che Visioni di Impresa passa dalla fotografia del presente alla visione strategica.
Una filiera, non una somma di iniziative
Il primo errore da evitare sarebbe quello di procedere attraverso singole iniziative scollegate:
un concerto oggi,
un festival domani,
una mostra dopodomani,
una campagna promozionale in un altro momento.
Tutte iniziative potenzialmente utili, ma che rischiano di non produrre una vera strategia se non vengono inserite in un progetto comune.
La nostra proposta è invece quella di concepire la canzone napoletana come un ecosistema culturale ed economico permanente.
Un sistema nel quale ogni componente alimenti le altre.
MEMORIA
archivi, repertori, documentazione, ricerca
↓
FORMAZIONE
scuole, conservatori, laboratori, nuove competenze
↓
CREAZIONE
autori, compositori, musicisti, interpreti
↓
PRODUZIONE
discografia, editoria, audiovisivo, spettacolo
↓
DIRITTI
tutela, gestione, licenze, remunerazione
↓
PROMOZIONE
comunicazione, marketing territoriale, piattaforme digitali
↓
TURISMO
esperienze, itinerari, luoghi, eventi
↓
INTERNAZIONALIZZAZIONE
festival, concerti, partnership, mercati esteri
↓
IMPRESA
investimenti, occupazione, servizi, nuove attività
↓
VALORE PER IL TERRITORIO
E il ciclo ricomincia.
Un possibile "Sistema Canzone Napoletana"
La proposta potrebbe quindi essere quella di sviluppare, attorno al percorso UNESCO, un sistema coordinato della canzone napoletana, capace di mettere in rete soggetti che oggi operano spesso separatamente.
Non necessariamente una nuova struttura burocratica.
Piuttosto, una piattaforma di coordinamento.
Potrebbero dialogare:
- istituzioni pubbliche;
- artisti;
- autori;
- musicisti;
- editori;
- produttori;
- operatori culturali;
- imprese creative;
- università;
- conservatori;
- fondazioni;
- archivi;
- operatori turistici;
- organizzatori di eventi;
- imprese tecnologiche;
- professionisti del diritto;
- operatori internazionali.
L'obiettivo sarebbe creare una rete permanente, nella quale il patrimonio musicale possa essere conosciuto, protetto e trasformato in nuove opportunità.
Un grande archivio digitale della canzone napoletana
Uno dei primi strumenti potrebbe essere un archivio digitale strutturato, costruito secondo criteri scientifici e giuridici.
Non un semplice sito internet.
Una vera infrastruttura della conoscenza.
Potrebbe raccogliere, laddove legalmente possibile e con le necessarie autorizzazioni:
opere e repertori
spartiti
registrazioni storiche
fotografie
manifesti
documenti
testimonianze
biografie
storie degli interpreti
storie degli autori
luoghi della musica
materiali audiovisivi
ricerca musicologica
Questo archivio potrebbe diventare contemporaneamente:
strumento di conservazione
strumento di ricerca
strumento didattico
strumento turistico
strumento di promozione internazionale
base per nuove produzioni culturali
infrastruttura per l'innovazione digitale.
Naturalmente, proprio perché parliamo di patrimonio e diritti, la digitalizzazione non può essere confusa con la libera disponibilità dei contenuti.
La gestione dovrebbe partire dalla ricognizione della titolarità e dei diritti applicabili a ciascun materiale.
Il secondo pilastro: formazione
Una tradizione musicale sopravvive se esistono persone capaci di conoscerla e interpretarla.
Per questo la filiera non può essere costruita soltanto sul consumo.
Deve investire nella produzione di competenze.
La canzone napoletana potrebbe diventare materia di:
- percorsi formativi;
- laboratori;
- master;
- attività nei conservatori;
- ricerca universitaria;
- corsi di interpretazione;
- studi sulla lingua napoletana;
- musicologia;
- produzione musicale;
- tecnologie applicate alla conservazione del patrimonio.
In questo modo il patrimonio culturale potrebbe diventare anche un generatore di capitale umano.
E il capitale umano è una delle condizioni fondamentali perché un ecosistema economico possa durare nel tempo.
Il terzo pilastro: produzione contemporanea
Non possiamo pensare di valorizzare la canzone napoletana producendo soltanto nuove interpretazioni dei grandi classici.
La tradizione deve poter generare anche nuova creatività.
Nuovi autori.
Nuove composizioni.
Nuovi arrangiamenti.
Nuovi spettacoli.
Nuove contaminazioni.
Nuovi linguaggi.
Nuove produzioni audiovisive.
Nuove collaborazioni internazionali.
È qui che la presenza di Gennaro De Crescenzo assume un significato particolare.
La continuità della tradizione non deve essere intesa come ripetizione.
Deve essere intesa come trasmissione capace di produrre futuro.
Il quarto pilastro: gli artisti come ambasciatori culturali
Mario Maglione rappresenta nella nostra costruzione un'altra componente essenziale.
L'artista non è soltanto colui che esegue una canzone.
Può diventare ambasciatore di una cultura.
Quando un interprete porta il repertorio napoletano all'estero, non esporta soltanto musica.
Esporta:
lingua
storia
emozione
identità
immagine di Napoli
immagine dell'Italia.
Da questa prospettiva, gli artisti possono diventare una vera rete internazionale di diplomazia culturale.
E questo permette di superare la tradizionale distinzione tra promozione culturale e promozione economica.
La cultura crea relazione.
La relazione crea reputazione.
La reputazione può creare opportunità.
Il quinto pilastro: turismo culturale
Una filiera organizzata dovrebbe poi trasformare la musica in esperienza territoriale.
Non soltanto concerti.
Ma percorsi.
Luoghi.
Musei.
Teatri.
Archivi.
Laboratori.
Festival.
Esperienze musicali.
Itinerari dedicati agli autori.
Incontri con gli artisti.
Eventi internazionali.
Una persona potrebbe arrivare a Napoli perché conosce una canzone e, attraverso quella canzone, scoprire la città che l'ha generata.
Questa è una forma di marketing territoriale particolarmente potente perché parte da un elemento culturale già riconoscibile.
Il sesto pilastro: internazionalizzazione delle imprese
Qui il discorso diventa pienamente imprenditoriale.
Se costruissimo un sistema coordinato, potrebbero trovare spazio anche imprese specializzate in:
- produzione musicale;
- eventi;
- comunicazione;
- audiovisivo;
- turismo;
- tecnologia;
- formazione;
- editoria;
- servizi culturali;
- digitalizzazione;
- organizzazione internazionale.
La canzone napoletana diventerebbe quindi un mercato trasversale, capace di coinvolgere diverse categorie di imprese.
E questo è importante perché il ritorno economico di un patrimonio culturale non deve essere misurato esclusivamente attraverso la vendita dei dischi o dei biglietti.
Il valore può propagarsi lungo tutta la filiera.
Il settimo pilastro: una governance del valore
E arriviamo al punto forse più importante.
Una filiera senza governance rischia di trasformarsi nuovamente in una somma di iniziative.
Per questo sarebbe necessario definire una strategia con:
obiettivi
responsabilità
indicatori
mercati prioritari
strumenti di promozione
modalità di tutela
partnership
programmazione pluriennale
misurazione dei risultati.
Esattamente la logica che abbiamo sviluppato nella 27ª puntata parlando della capacità di Napoli di trasformare un grande evento in un'eredità permanente.
La stessa domanda può essere applicata alla canzone napoletana:
Che cosa rimane dopo l'evento?
E ancora:
Che cosa rimane dopo il riconoscimento?
Se la risposta è soltanto "una targa", abbiamo perso l'opportunità.
Se rimangono competenze, imprese, archivi, relazioni internazionali, produzioni, occupazione, turismo e capacità organizzativa, allora abbiamo costruito un'eredità.
Il possibile modello economico
La logica potrebbe essere rappresentata così:
PATRIMONIO
→ genera CONTENUTI
CONTENUTI
→ generano PUBBLICO
PUBBLICO
→ genera DOMANDA
DOMANDA
→ genera ATTIVITÀ ECONOMICHE
ATTIVITÀ ECONOMICHE
→ generano OCCUPAZIONE E INVESTIMENTI
INVESTIMENTI
→ alimentano NUOVA PRODUZIONE CULTURALE
E così il patrimonio non viene consumato.
Si rigenera.
Questa è la differenza tra sfruttamento occasionale e valorizzazione sostenibile.
E qui ritorna la questione UNESCO
L'eventuale riconoscimento potrebbe rappresentare un elemento di accelerazione di questo processo, aumentando la visibilità internazionale e rafforzando la consapevolezza del valore del patrimonio.
Ma la responsabilità successiva sarebbe tutta nostra.
Perché nessuna organizzazione internazionale può sostituire la capacità di un territorio di:
programmare
investire
coordinare
proteggere
formare
innovare
internazionalizzare
misurare.
L'UNESCO potrebbe riconoscere un patrimonio.
Sta a Napoli dimostrare di saperlo trasformare in futuro.
LA TESI FINALE: DALL'IDENTITÀ AL VALORE
La vera sfida non è far conoscere Napoli al mondo. È fare in modo che Napoli sappia trasformare ciò che il mondo già conosce in valore
Arrivati alla conclusione del nostro percorso, possiamo tornare al punto dal quale siamo partiti.
La canzone napoletana non ha bisogno di essere inventata come prodotto internazionale.
Il mondo la conosce già.
Ha attraversato generazioni, continenti e culture. È entrata nella memoria collettiva di intere generazioni ed è diventata una delle espressioni più riconoscibili dell'identità musicale italiana.
La candidatura UNESCO rappresenta quindi un'opportunità importante, ma non perché debba essere utilizzata per dimostrare al mondo che la canzone napoletana esiste.
Il mondo lo sa già.
La vera questione è se noi sappiamo ancora riconoscere il valore strategico di ciò che possediamo.
Dal patrimonio alla sovranità del valore
Ed è qui che la 30ª puntata assume una dimensione più ampia.
Quando parliamo di patrimonio culturale, non stiamo parlando soltanto di memoria.
Stiamo parlando di conoscenza.
Quando parliamo di conoscenza, parliamo di creatività.
Quando parliamo di creatività, parliamo di diritti.
Quando parliamo di diritti, parliamo di valore economico.
E quando parliamo di valore economico, dobbiamo chiederci dove quel valore viene prodotto, da chi viene controllato e a chi ritorna.
Questa è la logica che collega la 29ª alla 30ª puntata.
Nella 29ª abbiamo guardato all'Intelligenza Artificiale e alla trasformazione della conoscenza e della creatività.
Nella 30ª guardiamo invece a un patrimonio concreto e poniamo la stessa domanda:
Come possiamo evitare che il valore della nostra creatività e della nostra identità venga disperso mentre il mondo continua a utilizzarlo, reinterpretarlo e trasformarlo?
Tre uomini, tre prospettive, un'unica strategia
È proprio in questa conclusione che i tre ospiti assumono il loro significato complessivo.
Mario Maglione — LA MEMORIA
Rappresenta l'artista che ha fatto della canzone napoletana una professione e una testimonianza vivente della tradizione.
La sua esperienza ci ricorda che un patrimonio non può essere conservato soltanto nei documenti.
Deve essere cantato.
Deve essere interpretato.
Deve essere trasmesso.
Deve continuare a emozionare.
Gennaro De Crescenzo — LA CONTINUITÀ
Rappresenta il passaggio della tradizione nel presente e verso il futuro.
La sua storia familiare e il suo percorso artistico ci consentono di porre una domanda fondamentale:
Come facciamo a impedire che una grande tradizione diventi soltanto memoria?
La risposta è nella capacità di generare nuove generazioni di interpreti, nuovi linguaggi e nuova produzione culturale.
La tradizione non deve essere congelata.
Deve continuare a vivere.
Avv. Enrico Mosiello — LA TUTELA
Rappresenta il passaggio dalla cultura al diritto.
Perché quando una creazione produce valore, quel valore deve essere riconosciuto e tutelato.
La sua doppia esperienza di avvocato e artista consente di affrontare una questione decisiva per il futuro della musica:
Come possiamo valorizzare e diffondere la nostra cultura senza perdere il controllo dei diritti che ne regolano l'utilizzazione?
Nell'epoca delle piattaforme digitali e dell'Intelligenza Artificiale, questa domanda diventa ancora più importante.
UNESCO: il riconoscimento non è il traguardo
Ed eccoci al punto centrale.
Se la candidatura della Canzone napoletana classica dovesse arrivare all'iscrizione nella Lista Rappresentativa UNESCO, sarebbe certamente un risultato di grande rilievo culturale.
Ma non sarebbe la conclusione del percorso.
Sarebbe l'inizio di una responsabilità più grande.
Perché da quel momento Napoli e l'Italia dovrebbero dimostrare di saper utilizzare quella maggiore visibilità per:
salvaguardare
trasmettere
studiare
innovare
internazionalizzare
tutelare
valorizzare
il patrimonio.
Il riconoscimento non dovrebbe quindi diventare una medaglia da esibire.
Dovrebbe diventare uno strumento di programmazione.
Il ritorno economico non è una promessa: è una possibilità da costruire
Qui dobbiamo essere estremamente corretti.
Non possiamo affermare che un eventuale riconoscimento UNESCO produrrebbe automaticamente una determinata cifra di fatturato, un certo numero di turisti o specifici posti di lavoro.
Non esiste un automatismo di questo tipo.
Possiamo però individuare le aree nelle quali potrebbe svilupparsi valore:
Turismo
nuovi itinerari, esperienze e soggiorni culturali.
Spettacolo
concerti, festival, produzioni e circuiti internazionali.
Industria musicale
discografia, editoria, produzione e distribuzione.
Audiovisivo
cinema, documentari, televisione e nuovi contenuti digitali.
Formazione
scuole, conservatori, ricerca e nuove professionalità.
Tecnologia
digitalizzazione, archivi, piattaforme e strumenti innovativi.
Imprese creative
comunicazione, design, eventi, servizi culturali.
Internazionalizzazione
partnership, mercati esteri e reti culturali.
Diritti
gestione, tutela e corretta remunerazione delle utilizzazioni.
Il ritorno economico, dunque, non sarebbe generato dall'UNESCO in quanto tale.
Sarebbe generato dalla capacità di costruire una filiera intorno al patrimonio.
Ecco la vera proposta di Visioni di Impresa
La nostra proposta non è semplicemente:
"Facciamo riconoscere la canzone napoletana dall'UNESCO."
È molto più ambiziosa:
"Utilizziamo il percorso UNESCO come occasione per costruire una strategia permanente di tutela, valorizzazione e internazionalizzazione della canzone napoletana."
Una strategia nella quale il patrimonio non sia soltanto celebrato, ma:
conosciuto → tutelato → prodotto → distribuito → promosso → internazionalizzato → trasformato in valore → reinvestito nella cultura.
Questo sarebbe il vero ritorno.
Una questione che riguarda tutta l'Italia
La canzone napoletana è il nostro caso concreto.
Ma la questione è nazionale.
L'Italia possiede una quantità straordinaria di patrimonio culturale materiale e immateriale.
La domanda che ci pone Napoli è quindi più grande:
Siamo ancora capaci di trasformare il patrimonio culturale italiano in una risorsa strategica senza svenderne l'identità e senza disperderne il valore?
Perché il patrimonio non deve essere contrapposto all'impresa.
La cultura ha bisogno dell'impresa.
E l'impresa, quando è orientata alla creazione di valore duraturo, può avere bisogno della cultura.
La vera sfida è costruire un equilibrio nel quale il valore economico sostenga la conservazione e la diffusione della cultura, e la cultura generi nuove opportunità economiche senza perdere la propria autenticità.
La conclusione della 30ª puntata
La canzone napoletana ha già compiuto il viaggio più difficile.
È nata a Napoli.
Ha conquistato l'Italia.
Ha attraversato gli oceani.
È entrata nella memoria di popoli lontani.
Ora la sfida è diversa.
Non dobbiamo più chiederci come portarla nel mondo.
Dobbiamo chiederci come portare il mondo dentro un sistema capace di valorizzarla.
Un sistema nel quale gli artisti siano protagonisti, gli autori siano tutelati, i diritti siano rispettati, le imprese possano investire, il turismo possa creare esperienze, la tecnologia possa conservare e diffondere, le nuove generazioni possano continuare a creare e Napoli possa beneficiare della propria forza culturale.
Perché una città non è veramente competitiva soltanto quando possiede qualcosa che il mondo desidera.
È competitiva quando sa trasformare ciò che il mondo desidera in futuro per la propria comunità.
✦ RIFLESSIONE FINALE
La canzone napoletana ha già conquistato il mondo.
Ora tocca a Napoli e all'Italia dimostrare di saper conquistare il futuro attraverso ciò che hanno saputo creare.
Perché il patrimonio che non sappiamo valorizzare rischia di diventare soltanto memoria.
Il patrimonio che sappiamo proteggere, innovare e internazionalizzare può invece diventare futuro.
E forse è proprio questa la vera sfida della candidatura UNESCO:
non ottenere soltanto un riconoscimento per ciò che siamo stati, ma costruire una strategia per ciò che possiamo ancora diventare.
Perché la cultura conserva l'identità.L'impresa crea valore.La strategia costruisce il futuro.
🎙 PUNTATA 30 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion
👤 Ospiti della puntata
Mario Maglione
Cantante e interprete professionista della canzone napoletana
Gennaro De Crescenzo
Cantante e interprete professionista della canzone napoletana
Avv. Enrico Mosiello
Avvocato, cantante, chitarrista e cantautore
🎬 Regia
Pino Fontana
📍 Registrata presso
Gli studi di Per Sempre News
📺 In onda su
Per Sempre News
https://psntv.it/visioni-dimpresa
📱 Disponibile sui nostri canali social
🌐 Tutte le puntate di Visioni di Impresa sono disponibili sul portale del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e di Confimi Industria Campania.
Visioni di Impresa – Portale ufficiale:
https://www.suggestioni.eu/visioni-di-impresa/
⚠️ UNA PRECISAZIONE IMPORTANTE SULLA CANZONE NAPOLETANA E L'UNESCO
Il riferimento al percorso UNESCO riguarda la canzone napoletana classica e la sua valorizzazione come patrimonio culturale immateriale.
La Regione Campania, attraverso il Catalogo IPIC, indica il 7 settembre 1839, con la presentazione di Te voglio bene assaje alla Festa di Piedigrotta, come data che può essere considerata ufficiale per l'inizio della canzone classica napoletana. La stessa fonte individua nel 1970, con la crisi del Festival di Napoli, una significativa cesura rispetto a quella stagione storica, segnalando successivamente l'affermazione di altri generi musicali, tra cui la canzone neomelodica.
Il riferimento 1839–1970 va quindi inteso come una periodizzazione storico-culturale indicata dalla Regione Campania, e non come un limite cronologico formalmente stabilito dalla futura candidatura UNESCO.
Sul piano istituzionale, la VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati ha esaminato la Risoluzione 7-00307 Cangiano, dedicata alla valorizzazione della canzone napoletana classica.
Nel corso dell'istruttoria parlamentare sono stati ascoltati diversi esperti e rappresentanti del mondo culturale e musicale.
Il 17 dicembre 2025 sono stati auditi Leandro Ventura, direttore dell'Istituto centrale per il patrimonio immateriale del Ministero della Cultura; Ferdinando Bideri, presidente della Fondazione Bideri; Gaetano Panariello, direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli; Mario Maglione, cantante e musicista; e Luigi Rispoli, presidente dell'Associazione Informazione Giovani Europa.
Il 21 gennaio 2026 sono stati ascoltati Vincenzo De Luca, esperto della materia; Gino Aveta, fondatore dell'Archivio storico della Canzone Napoletana della RAI; e Bruno Tabacchini, direttore artistico del Festival delle Ville Vesuviane.
Il 18 febbraio 2026 la Commissione ha ascoltato Pier Luigi Petrillo, professore ordinario di diritto comparato dei patrimoni culturali e direttore della Cattedra UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale presso l'Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza; Carlo Morelli, direttore di That's Napoli – Coro della città di Napoli; Federico Vacalebre, giornalista e critico musicale de Il Mattino; e Pasquale Scialò, docente di Musicologia e Storia della musica presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Particolarmente significativo è il contributo del Conservatorio San Pietro a Majella. Nella memoria depositata dal direttore M° Gaetano Panariello, il Conservatorio esprime il proprio sostegno alla candidatura UNESCO e richiama, accanto a 'O Sole mio, Torna a Surriento e Funiculì Funiculà, anche brani più moderni come ** Napule è e Malafemmena**. Il documento sottolinea inoltre la continuità e la trasmissione del patrimonio musicale di generazione in generazione e la necessità di coinvolgere l'intera comunità portatrice del patrimonio.
Questo elemento è particolarmente significativo perché mostra che, nel dibattito istituzionale sulla possibile candidatura UNESCO, il perimetro cronologico 1839–1970 non risulta formalmente fissato come limite della futura candidatura.
La VII Commissione, nella seduta del 24 febbraio 2026, ha quindi approvato la Risoluzione 7-00307, come riformulata, assumendo il numero 8-00098, impegnando il Governo ad attività di valorizzazione anche al fine di valutare una possibile, futura candidatura UNESCO.
Quindi è importante distinguere:
1839–1970: periodizzazione storico-culturale indicata dalla Regione Campania per la canzone classica napoletana.
Percorso UNESCO: iter istituzionale ancora in corso, il cui perimetro della futura candidatura non risulta, allo stato degli atti esaminati, formalmente delimitato al periodo 1839–1970.
Pertanto, il riferimento al 1839–1970 resta corretto se attribuito alla periodizzazione storica della Regione Campania, mentre non sarebbe corretto presentarlo come un limite cronologico già formalmente stabilito per la candidatura UNESCO.
Allo stato attuale, inoltre, non esiste ancora un riconoscimento UNESCO della canzone napoletana: siamo davanti a un percorso istituzionale verso la valutazione di una possibile futura candidatura.
Fonti primarie
Regione Campania – Catalogo IPIC, "Canzone classica napoletana"
https://cultura.regione.campania.it/documents/20124/792738/Catalogo%2BIPIC%2B-%2Baggiornamento%2B2024.pdf/7b036f09-d09d-2633-6874-b1168434e74d?t=1732527477339
Camera dei deputati – VII Commissione, audizione del 17 dicembre 2025
https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2025/12/17/leg.19.bol0604.data20251217.com07.pdf
Camera dei deputati – Memoria del Conservatorio San Pietro a Majella – M° Gaetano Panariello
https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM07/Audizioni/leg19.com07.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.78198.16-12-2025-15-40-41.839.pdf
Camera dei deputati – Audizioni del 21 gennaio 2026
https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?anno=2026&giorno=21&idCommissione=07&idLegislatura=19&mese=01&sezione=bollettini&shadow_organo_parlamentare=2812&tipoDoc=comunicato
Camera dei deputati – Audizioni del 18 febbraio 2026
https://www.camera.it/leg19/824?anno=2026&commissione=07&giorno=18&mese=02&tipo=C
Camera dei deputati – Risoluzione approvata il 24 febbraio 2026
https://documenti.camera.it/apps/emendamenti/getDocumento.aspx?commissioni=07&dataDocumento=20260224&idLegislatura=19&tipoDocumento=bollettino
https://cultura.regione.campania.it/documents/20124/792738/Catalogo%2BIPIC%2B-%2Baggiornamento%2B2024.pdf/7b036f09-d09d-2633-6874-b1168434e74d?t=1732527477339
https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2025/12/17/leg.19.bol0604.data20251217.com07.pdf
https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM07/Audizioni/leg19.com07.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.78198.16-12-2025-15-40-41.839.pdf
https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?anno=2026&giorno=21&idCommissione=07&idLegislatura=19&mese=01&sezione=bollettini&shadow_organo_parlamentare=2812&tipoDoc=comunicato
https://www.camera.it/leg19/824?anno=2026&commissione=07&giorno=18&mese=02&tipo=C
https://documenti.camera.it/apps/emendamenti/getDocumento.aspx?commissioni=07&dataDocumento=20260224&idLegislatura=19&tipoDocumento=bollettino
✦ Nota di responsabilità editoriale
Le opinioni, le valutazioni e le prospettive espresse nel corso della puntata appartengono agli interlocutori e sono proposte nell'ambito del confronto editoriale di Visioni di Impresa. I riferimenti a possibili scenari economici, culturali, turistici e imprenditoriali hanno carattere di analisi e prospettiva e non costituiscono garanzia di risultati futuri.
I riferimenti alla candidatura della Canzone napoletana classica all'UNESCO sono da intendersi esclusivamente in relazione al percorso istituzionale e alla candidatura in corso, senza implicare l'avvenuto riconoscimento da parte dell'UNESCO.
Perché comprendere il cambiamento è il primo passo per governarlo.
Perché il futuro non si prevede. Si costruisce.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – 31ª PUNTATA
L'ARTE DELL'INTERPRETAZIONE: TRA TRADIZIONE, TECNOLOGIA E NUOVE OPPORTUNITÀ
Dalla musica classica alla canzone napoletana, fino al fenomeno delle cover: come talento, formazione, innovazione e intelligenza artificiale possono trasformare l'interpretazione musicale in cultura, professione, internazionalizzazione e valore per il territorio.
IL TEMA
Dopo aver affrontato, nella 29ª puntata, la trasformazione prodotta dall'intelligenza artificiale sulla creatività, sulla conoscenza e sul lavoro, e dopo aver dedicato la 30ª puntata alla canzone napoletana, al suo patrimonio culturale, alla candidatura UNESCO, alla tutela, ai diritti, alla valorizzazione e alle opportunità di internazionalizzazione, questa 31ª puntata compie un ulteriore passo.
Se nella 29ª puntata abbiamo osservato ciò che la tecnologia può fare e nella 30ª abbiamo osservato ciò che il patrimonio rappresenta, oggi vogliamo comprendere chi si colloca tra questi due mondi: l'uomo che conosce, studia, interpreta e trasforma il patrimonio in esperienza contemporanea.
La domanda diventa:
CHI È L'UOMO CHE STA TRA IL PATRIMONIO E LA TECNOLOGIA?
È l'interprete.
Colui che riceve qualcosa dalla storia, lo studia, lo comprende, lo fa proprio, lo trasforma attraverso la propria sensibilità e lo restituisce a un pubblico.
L'interprete, quindi, non è soltanto colui che esegue una musica.
È il punto nel quale una conoscenza diventa esperienza.
Per interpretare, però, non basta eseguire. Occorre conoscere ciò che si interpreta, comprenderne il significato e possedere gli strumenti tecnici per restituirlo.
È il punto nel quale una tradizione torna a parlare al presente.
È il punto nel quale la competenza umana incontra la tecnologia.
Ed è proprio da qui che nasce il tema economico della puntata.
Perché una performance non è soltanto il momento nel quale un artista sale su un palcoscenico.
Dietro quella performance esistono formazione, studio, prove, organizzazione, produzione, comunicazione, tecnologia, diritti, pubblico, eventi, relazioni e, sempre più spesso, mercati internazionali.
E quando queste componenti vengono organizzate, la cultura può generare lavoro, impresa e valore.
La questione, dunque, non è soltanto quanto vale un interprete.
La questione è capire quanto valore può generare un sistema capace di formare, sostenere, produrre, internazionalizzare e mettere in relazione gli interpreti con il territorio e con il mondo.
✦IL PENSIERO GUIDA
La cultura non vive soltanto nel patrimonio che abbiamo ricevuto.
Vive nella capacità di conoscerlo, studiarlo, interpretarlo e trasmetterlo.
La tecnologia non deve necessariamente entrare in competizione con questa capacità.
Può ampliarla.
Può aiutare l'artista nello studio, nella produzione, nell'analisi, nella comunicazione e nella distribuzione.
Ma proprio perché gli strumenti diventano sempre più potenti, cresce l'importanza della competenza di chi li utilizza.
Da qui nasce il principio che attraverserà tutta la puntata:
PRIMA LA COMPETENZA, POI LA TECNOLOGIA.
Non perché la tecnologia sia meno importante.
Al contrario.
Perché più potente è lo strumento, maggiore deve essere la capacità di governarlo.
E questo principio non riguarda soltanto la musica.
Riguarda il lavoro, l'impresa, la formazione e la società nel suo complesso.
I TRE OSPITI
Per affrontare questo tema abbiamo scelto tre esperienze profondamente diverse, ma capaci di costruire insieme un percorso coerente.
Tre interpreti che rappresentano tre momenti differenti della stessa evoluzione:
la formazione e la competenza;
la memoria e la continuità;
la contemporaneità, lo spettacolo e l'impresa.
MAESTRO LEONARDO QUADRINI
Il primo ospite ci porta direttamente al cuore della formazione musicale, della direzione d'orchestra e della competenza professionale.
Il Maestro Leonardo Quadrini è direttore d'orchestra e docente titolare di cattedra di Esercitazioni orchestrali presso il Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli.
La sua esperienza attraversa la direzione d'orchestra, la formazione musicale, la direzione artistica e una lunga attività concertistica in Italia e all'estero.
Il suo percorso accademico e professionale si è sviluppato attraverso la direzione d'orchestra, la formazione nei Conservatori italiani e un'intensa attività internazionale, con concerti, produzioni liriche e collaborazioni con importanti orchestre e istituzioni musicali.
La sua attività non si è limitata alla direzione d'orchestra.
Il suo percorso comprende infatti la formazione musicale, la direzione di orchestre e produzioni liriche, la direzione artistica e la costruzione di progetti musicali capaci di mettere in relazione competenze, istituzioni e territori.
È stato protagonista di una lunga attività internazionale, dirigendo orchestre e produzioni in numerosi Paesi e collaborando con importanti interpreti e istituzioni musicali. È inoltre ideatore e fondatore dell'Orchestra Internazionale della Campania, nata con una precisa vocazione all'internazionalizzazione della musica e alla valorizzazione delle competenze musicali presenti sul territorio campano.
MAESTRO ESPEDITO DE MARINO
Il secondo ospite ci conduce invece nella dimensione della memoria, della trasmissione e della continuità della canzone napoletana.
Il Maestro Espedito De Marino è chitarrista, cantante, interprete e docente.
La sua esperienza artistica è legata in maniera particolarmente significativa alla figura di Roberto Murolo, con il quale ha avuto un lungo rapporto professionale e umano.
Un rapporto iniziato nel 1982 e divenuto successivamente una collaborazione artistica che si è protratta dal 1987 al 2003.
L'incontro con Murolo non rappresenta soltanto un episodio biografico, ma uno dei passaggi attraverso i quali una tradizione musicale può essere trasmessa da una generazione all'altra.
De Marino arriva a questo rapporto attraverso una formazione musicale precisa, fondata sulla chitarra classica, sulla pratica concertistica e sullo studio. Da quel momento la collaborazione con Murolo diventa una parte fondamentale del suo percorso artistico e professionale.
Ma il passaggio più importante è ciò che avviene dopo: l'esperienza acquisita accanto a un grande interprete non rimane patrimonio personale. Diventa insegnamento, attività artistica, divulgazione e trasmissione.
La fondazione della Scuola della Canzone Napoletana Roberto Murolo – Città di Scafati rappresenta proprio questo passaggio: dalla memoria individuale alla costruzione di uno spazio nel quale il patrimonio può essere studiato e trasmesso.
La sua esperienza internazionale permette inoltre di collegare direttamente la continuità della tradizione alla sua capacità di raggiungere nuovi pubblici e nuovi contesti.
Nella 30ª puntata abbiamo parlato della candidatura della Canzone napoletana classica alla Lista rappresentativa UNESCO e della necessità di trasformare la notorietà e il patrimonio in tutela, valorizzazione e sviluppo.
Oggi facciamo un passo ulteriore.
CHI MANTIENE VIVO QUEL PATRIMONIO?
Chi lo studia.
Chi lo insegna.
Chi lo interpreta.
Chi lo trasmette.
Chi lo porta davanti a nuove generazioni e a nuovi pubblici.
E in questo passaggio la storia di Murolo, l'esperienza di De Marino e il futuro della canzone napoletana si incontrano.
La candidatura, infatti, può rappresentare un momento istituzionale importante; ma il patrimonio vive concretamente soltanto se esistono persone capaci di conoscerlo, interpretarlo, insegnarlo e portarlo nel futuro.
Murolo → De Marino → nuove generazioni → nuove interpretazioni → futuro.
FRANCO VORIA – FRANCO'S ZERO
Il terzo ospite ci porta invece in una dimensione completamente contemporanea.
Franco Voria, conosciuto artisticamente come Franco's Zero, rappresenta il fenomeno dell'interprete che costruisce la propria identità artistica attraverso la reinterpretazione di un grande protagonista della musica italiana.
Il suo percorso nel mondo dello spettacolo lo ha portato a sviluppare un tributo dedicato a Renato Zero, nel quale la dimensione vocale e quella scenica diventano parte integrante della performance.
Ma ciò che rende particolarmente interessante la sua presenza in questa puntata è che la sua esperienza non si esaurisce sul palcoscenico.
La sua esperienza permette infatti di osservare il rapporto tra spettacolo e impresa non in termini teorici, ma attraverso una vicenda professionale concreta. Da una parte l'attività artistica, costruita attraverso l'interpretazione e la performance; dall'altra l'attività imprenditoriale, nella quale entrano organizzazione, investimento, gestione, relazione con il mercato e rapporto con il territorio.
È proprio questa doppia esperienza a rendere Franco Voria particolarmente coerente con la filosofia di Visioni di Impresa: l'artista non viene osservato soltanto per ciò che accade sul palco, ma anche per tutto ciò che deve essere costruito affinché quella performance possa diventare un'attività professionale sostenibile.
Franco Voria è infatti anche imprenditore e titolare di Franco's Pizza, realtà di Battipaglia conosciuta per la sua attività nel settore della pizza e del panuozzo.
È proprio questo doppio percorso a rendere particolarmente significativo il suo contributo alla puntata: da una parte l'imprenditore legato a un'attività conosciuta sul territorio, dall'altra l'artista che, attraverso Franco's Zero, ha trasformato la propria passione musicale in un progetto di spettacolo e performance.
È iscritto a Confimi Industria Campania attraverso la propria attività imprenditoriale e rappresenta quindi, concretamente, quel punto d'incontro tra cultura, spettacolo, impresa e territorio che questa puntata vuole analizzare.
La sua esperienza è inoltre direttamente collegata alla storia di Visioni di Impresa.
Franco's Zero è stato protagonista delle nostre cene di fine anno presso l'Hotel Sakura nel 2023, nel 2024 e nel 2025.
Questa continuità ci permette di partire da un'esperienza reale.
Un artista che interpreta.
Un pubblico che partecipa.
Un evento che viene organizzato.
Un'impresa che lo rende possibile.
Una relazione che si consolida.
E da quella relazione possono nascere nuove occasioni.
È esattamente questo il passaggio che vogliamo sviluppare.
QUANDO L'INTERPRETAZIONE DIVENTA ESPERIENZA, E QUANDO L'ESPERIENZA DIVENTA IMPRESA.
L'INTERPRETE: QUANDO LA MUSICA DIVENTA ESPERIENZA
Che cosa significa davvero interpretare?
La domanda sembra semplice.
Ma se la osserviamo con attenzione, contiene tutto il percorso della puntata.
Un cantante può conoscere una canzone.
Ma conoscere una canzone non significa necessariamente saperla interpretare.
L'interprete deve comprendere il testo, la musica, il contesto, lo stile, la storia dell'opera e il rapporto che quell'opera ha costruito con il pubblico.
Poi deve trasformare questa conoscenza in una propria lettura.
Ed è qui che compare la differenza tra esecuzione e interpretazione.
L'esecuzione può riprodurre.
L'interpretazione deve comprendere e scegliere.
Ogni interprete compie delle scelte.
Come utilizzare la voce.
Come affrontare una frase musicale.
Come costruire il rapporto con il pubblico.
Quale emozione comunicare.
Quale significato mettere in evidenza.
Quale rapporto costruire tra ciò che è stato scritto e ciò che il pubblico ascolta oggi.
L'interprete diventa quindi il luogo nel quale passato e presente si incontrano.
Ed è proprio per questo che l'interprete è così importante anche nell'economia della cultura.
Perché senza qualcuno capace di trasformare il patrimonio in esperienza, il patrimonio rischia di rimanere distante dal pubblico.
DAL TALENTO ALLA COMPETENZA
Il talento è importante.
Ma il talento da solo non costruisce una professionalità.
Dietro una performance di pochi minuti possono esserci anni di studio.
Ore di esercizio.
Prove.
Errori.
Correzioni.
Insegnanti.
Disciplina.
Esperienza.
Aggiornamento continuo.
Questa è la parte invisibile della performance.
Il pubblico vede il risultato.
Non vede necessariamente il percorso che lo ha prodotto.
E proprio qui emerge il ruolo della formazione.
La formazione non serve soltanto a migliorare una tecnica.
Costruisce la capacità di comprendere ciò che si sta facendo.
Un interprete formato conosce il proprio strumento.
Conosce i propri limiti.
Sa riconoscere un errore.
Sa correggerlo.
Sa confrontarsi con un maestro.
Sa ascoltare.
Sa adattarsi.
Sa sviluppare una propria identità.
La competenza, quindi, non è il contrario della creatività.
È ciò che permette alla creatività di diventare professionalità.
LA TECNOLOGIA COME STRUMENTO DELL'ARTISTA
E qui entra la tecnologia.
La tecnologia ha trasformato profondamente la produzione musicale.
Registrazione digitale.
Editing.
Mixing.
Mastering.
Software di composizione.
Strumenti di analisi.
Produzione audiovisiva.
Distribuzione digitale.
Piattaforme.
Sistemi di comunicazione.
E oggi, sempre più, strumenti basati su machine learning e intelligenza artificiale.
La domanda non è più se utilizzare la tecnologia.
La tecnologia è ormai parte dell'ecosistema nel quale l'artista opera.
La domanda è:
COME UTILIZZARLA PROFESSIONALMENTE?
La questione non è più contrapporre artista e tecnologia, ma comprendere quale rapporto professionale costruire tra competenza umana e strumenti tecnologici.
Perché la tecnologia può assistere l'artista nello studio.
Può consentire di analizzare una performance.
Può aiutare nella produzione.
Può facilitare la distribuzione.
Può rendere più accessibili strumenti che un tempo richiedevano strutture e risorse molto maggiori.
Può ampliare la capacità di comunicare.
Può permettere a un piccolo operatore di raggiungere pubblici che prima erano difficilmente accessibili.
Questa è una grande opportunità.
Ma ogni opportunità tecnologica porta con sé una responsabilità.
Quella di non confondere lo strumento con la competenza.
L'AUTO-TUNE: CORREGGERE NON SIGNIFICA SOSTITUIRE
Un esempio particolarmente interessante è quello dell'Auto-Tune.
L'Auto-Tune non nasce come intelligenza artificiale.
L'Auto-Tune nasce nel 1997 come tecnologia digitale di correzione dell'intonazione. Nel tempo l'ecosistema della produzione vocale e musicale si è evoluto incorporando tecniche algoritmiche sempre più sofisticate, compreso il machine learning in alcuni strumenti contemporanei.
Il problema, quindi, non è la correzione dell'errore. Il problema nasce quando la possibilità tecnica di correggere l'errore viene confusa con la necessità di non imparare più a evitarlo.
Se uno strumento corregge una piccola imperfezione all'interno di una performance costruita su anni di studio, può essere un supporto.
Se invece la disponibilità di strumenti di correzione induce a ritenere che la formazione non sia più necessaria, allora nasce un problema diverso.
E possiamo porre una domanda:
Se la tecnologia rende più facile correggere un errore, saremo ancora disposti a investire anni per imparare a non commetterlo?
Non è una condanna della tecnologia.
È una domanda sulla formazione.
IL CONFINE: PRIMA LA COMPETENZA, POI LA TECNOLOGIA
Il punto di equilibrio è qui.
La tecnologia può migliorare.
Può assistere.
Può accelerare.
Può ampliare.
Ma dovrebbe partire da una persona capace di comprenderne l'utilità, i limiti e le conseguenze.
Per questo possiamo formulare il principio centrale della puntata:
**PRIMA LA COMPETENZA.
POI LA TECNOLOGIA.**
La tecnologia non rende inutile la competenza.
Può renderla ancora più preziosa.
Più lo strumento è potente, più diventa importante sapere quando usarlo, come usarlo e soprattutto quando non usarlo.
Perché quando gli strumenti diventano accessibili a tutti, la differenza può spostarsi dalla disponibilità dello strumento alla capacità di utilizzarlo meglio.
E qui entra in gioco la cultura.
Perché uno strumento può offrire molte possibilità.
Ma qualcuno deve scegliere quale utilizzare.
L'ARTISTA AUMENTATO
Possiamo allora parlare di artista aumentato.
Non un artista sostituito.
Non un artista al quale la macchina sottrae progressivamente capacità.
Ma un artista che dispone di strumenti capaci di ampliare le proprie possibilità.
La tecnologia può aiutare nello studio.
Nell'analisi.
Nella creatività.
Nella produzione.
Nella comunicazione.
Nella distribuzione.
Può ridurre alcuni costi.
Può velocizzare alcune attività.
Può rendere accessibili strumenti sofisticati.
Può permettere a piccoli operatori di competere, almeno su alcuni segmenti, in un mercato sempre più internazionale.
La differenza fondamentale è quindi questa:
tecnologia come potenziamento della competenza
oppure
tecnologia come sostituzione della competenza.
La prima costruisce un artista più forte.
La seconda rischia di costruire una dipendenza dallo strumento.
DALLA COMPETENZA ALLA MEMORIA
Ma la competenza non riguarda soltanto il presente.
Riguarda anche ciò che abbiamo ricevuto.
Perché ogni interprete riceve un repertorio.
Riceve una tecnica.
Riceve una tradizione.
Riceve una cultura.
E deve decidere che cosa farne.
È qui che la memoria diventa materia viva.
Una tradizione non esiste soltanto perché è stata conservata.
Esiste perché qualcuno continua a interpretarla.
E questo ci riporta direttamente all'esperienza del Maestro Espedito De Marino.
Il rapporto con Roberto Murolo rappresenta proprio questo passaggio.
Una generazione trasmette.
Una seconda generazione apprende.
Poi interpreta.
E una nuova generazione può a sua volta ricevere quel patrimonio.
La tradizione diventa quindi una catena.
Memoria → conoscenza → formazione → interpretazione → trasmissione.
LA TRADIZIONE NON È IMMOBILITÀ
Tradizione non significa ripetere sempre la stessa forma.
Significa mantenere riconoscibile un'identità mentre cambiano le forme attraverso le quali quell'identità viene espressa.
Una canzone può essere antica.
L'interpretazione può essere contemporanea.
Il pubblico può essere nuovo.
La tecnologia può essere nuova.
Il mercato può essere internazionale.
E tuttavia l'identità dell'opera può rimanere riconoscibile.
È questa la funzione dell'interprete.
Il futuro della tradizione non consiste nel ripetere il passato. Consiste nel renderlo ancora capace di parlare al presente.
DALLA TRADIZIONE AL MONDO
Ed è qui che la memoria incontra l'internazionalizzazione.
Una tradizione conosciuta nel mondo può possedere una forte capacità di attrazione.
Ma la notorietà, da sola, non è ancora internazionalizzazione.
Internazionalizzare significa costruire presenza.
Creare relazioni.
Organizzare tournée.
Entrare in contatto con teatri, festival, organizzatori, operatori, istituzioni, scuole, università, media e partner.
Significa costruire un pubblico.
Ma anche imparare da quel pubblico.
Una tournée internazionale non è quindi soltanto una serie di concerti.
Può diventare:
promozione culturale + esperienza professionale + relazione internazionale + comunicazione + mercato.
Un concerto può generare un contatto. Un contatto può, in determinate condizioni, diventare una relazione; una relazione può trasformarsi in collaborazione; una collaborazione può aprire una partnership e, in alcuni casi, un nuovo mercato.
TOURNÉE → RELAZIONE → PARTNERSHIP → MERCATO.
Ed è qui che l'internazionalizzazione assume un significato economico.
LA COVER: INTERPRETARE UN'IDENTITÀ
Il percorso di Franco Voria ci permette di osservare lo stesso principio da una prospettiva contemporanea.
Che cosa significa interpretare un artista conosciuto?
Non significa semplicemente riprodurlo.
Un tribute artist deve confrontarsi con un'identità artistica già costruita.
La difficoltà non consiste quindi soltanto nel riprodurre caratteristiche riconoscibili, ma nel costruire una performance capace di restituire al pubblico un'esperienza coerente con l'immaginario al quale quella musica è associata.
Deve conoscerne la musica.
Deve comprenderne il linguaggio.
Deve costruire una presenza scenica coerente.
Deve instaurare un rapporto con un pubblico che arriva all'evento anche attraverso la memoria dell'artista originale.
La cover, quindi, è un fenomeno interessante proprio perché dimostra che il pubblico non acquista soltanto una successione di brani.
Acquista un'esperienza.
E questa esperienza deve essere costruita.
FRANCO VORIA: QUANDO L'INTERPRETAZIONE DIVENTA ESPERIENZA
Qui la vicenda di Franco Voria assume un significato ancora più ampio.
Abbiamo conosciuto Franco's Zero attraverso lo spettacolo.
Ma conosciamo Franco Voria anche attraverso l'impresa.
Ed è proprio questo doppio percorso a permetterci di osservare concretamente il rapporto tra artista e imprenditore.
L'artista costruisce la performance.
L'imprenditore costruisce l'organizzazione.
L'evento mette insieme le due dimensioni.
E il pubblico vive l'esperienza.
Le nostre cene di fine anno all'Hotel Sakura, con la presenza di Franco's Zero nel 2023, 2024 e 2025, sono un esempio concreto di questa dinamica.
Non esiste soltanto l'artista.
Esiste un luogo.
Esiste un'organizzazione.
Esiste un pubblico.
Esiste una comunicazione.
Esistono servizi.
Esiste un'attività economica.
Ed è proprio questo insieme che possiamo chiamare economia dell'esperienza.
L'ECONOMIA DELL'ESPERIENZA
Il pubblico non vive soltanto l'esecuzione di una canzone: vive un'esperienza composta da più elementi.
Nel concerto entrano:
luogo + artista + pubblico + atmosfera + tecnologia + racconto + relazione + memoria.
Questi elementi trasformano una prestazione in qualcosa che può essere ricordato.
E ciò che viene ricordato può generare una relazione più lunga con l'artista, con l'evento e con il territorio.
Da qui nasce un principio importante:
il valore economico della cultura non risiede soltanto nel contenuto, ma anche nell'esperienza costruita intorno al contenuto.
E questa esperienza coinvolge una filiera.
Organizzazione.
Accoglienza.
Comunicazione.
Produzione.
Tecnologia.
Audiovisivo.
Turismo.
Ospitalità.
Servizi.
Professionisti.
Imprese.
L'EVENTO NON FINISCE QUANDO SI CHIUDE IL SIPARIO
Un evento contemporaneo può iniziare molto prima della performance.
Inizia con la comunicazione.
Con la presentazione dell'artista.
Con la costruzione dell'attesa.
Con i contenuti digitali.
Con il racconto.
E può continuare dopo.
Con fotografie.
Video.
Interviste.
Registrazioni.
Podcast.
Recensioni.
Condivisioni.
Nuove date.
Nuove collaborazioni.
Una performance può essere trasformata in una pluralità di contenuti e materiali, se esistono competenze, diritti, organizzazione e strumenti adeguati.
Spettacolo → registrazione → video → fotografie → interviste → contenuti digitali → archivio → nuovi pubblici.
E per produrre tutto questo servono nuove professionalità.
Persone che sappiano registrare.
Montare.
Comunicare.
Tradurre.
Distribuire.
Indicizzare.
Promuovere.
Gestire i diritti.
E tutto questo deve avvenire nel rispetto dei diritti d'autore, dei diritti connessi e degli eventuali diritti relativi alle registrazioni e alle immagini utilizzate.
Analizzare il pubblico.
La tecnologia non elimina necessariamente la filiera.
Può renderla più articolata.
DALL'EVENTO AL CONTENUTO
Un concerto può diventare un prodotto audiovisivo.
Una tournée può diventare un documentario.
Un maestro può realizzare una masterclass.
Un archivio può diventare una produzione editoriale.
Una scuola può realizzare formazione digitale.
Una tradizione può diventare un archivio accessibile anche a un pubblico internazionale.
Qui musica, audiovisivo, digitale, formazione, turismo e impresa entrano in relazione.
Ed è proprio nella relazione tra questi settori che possono nascere nuove opportunità.
IL LINGUAGGIO INTERNAZIONALE
Anche la tecnologia può contribuire ad abbattere alcune barriere.
Un contenuto può essere sottotitolato.
Un'intervista può essere tradotta.
Un archivio può essere catalogato in più lingue.
Una piattaforma può raggiungere utenti stranieri.
Una tournée può essere accompagnata da una strategia digitale internazionale.
La tecnologia può quindi diventare un ponte tra identità locale e pubblico globale.
Ma esiste una distinzione fondamentale:
la tecnologia può facilitare la traduzione delle parole e l'accessibilità dei contenuti; la competenza culturale resta essenziale per interpretare correttamente significati, riferimenti, contesti e valori.
Una parola napoletana può avere un significato letterale.
Ma può anche evocare una storia, un luogo, una mentalità, una memoria.
Per questo l'intelligenza artificiale può contribuire a rendere la cultura più accessibile.
Ma la conoscenza del significato culturale continua a richiedere persone capaci di comprenderlo.
LA MUSICA COME STRUMENTO DI FORMAZIONE
La musica, inoltre, può diventare una porta d'ingresso verso altre conoscenze.
Una canzone può permettere di studiare:
- lingua;
- storia;
- letteratura;
- composizione;
- interpretazione;
- teatro;
- comunicazione;
- tecnologia;
- produzione;
- economia della cultura.
Questo significa che la musica non è soltanto una disciplina artistica.
Può diventare un ambiente interdisciplinare.
Ed è proprio questa interdisciplinarità che apre nuove possibilità professionali.
DAL CONSERVATORIO AL MONDO PROFESSIONALE
Qui il ruolo dei Conservatori e delle istituzioni formative diventa strategico.
Il Conservatorio rimane innanzitutto luogo di formazione artistica.
Ma può anche essere uno spazio nel quale incontrare:
arte + tecnologia + ricerca + innovazione + internazionalizzazione.
Questo non significa trasformare il Conservatorio in una scuola d'impresa.
Il giovane musicista deve naturalmente imparare a eseguire un'opera.
Ma può essere utile che conosca anche l'ecosistema professionale nel quale quella competenza dovrà essere utilizzata.
Diritti.
Comunicazione.
Produzione.
Tecnologia.
Organizzazione.
Mercati.
Relazioni internazionali.
Significa creare ponti tra formazione e mondo professionale.
LA FORMAZIONE COME INFRASTRUTTURA DELLO SVILUPPO
Quando parliamo di infrastrutture pensiamo normalmente a strade, porti, aeroporti, reti fisiche e digitali.
Ma esiste anche un'infrastruttura immateriale:
conoscenza + competenze + cultura + relazioni + capitale umano.
Un territorio che possiede questa infrastruttura può affrontare meglio le trasformazioni.
Per questo investire nella formazione musicale non significa investire soltanto nella musica.
Significa investire in capitale umano.
DALLO SPETTACOLO ALLA FILIERA
A questo punto possiamo fare un ulteriore passaggio.
Una performance non è isolata.
Intorno all'artista possono lavorare:
- manager;
- organizzatori;
- tecnici;
- produttori audiovisivi;
- professionisti della comunicazione;
- consulenti legali;
- professionisti dei diritti;
- traduttori;
- esperti di marketing;
- operatori logistici;
- professionisti dei rapporti internazionali;
- amministrativi;
- tecnologi.
Non è più il lavoro di una sola persona.
È una rete professionale.
E ogni elemento di questa rete può rappresentare un'opportunità imprenditoriale.
CULTURA E LAVORO
Questa riflessione ci porta direttamente a un tema spesso sottovalutato.
Formare un artista non significa automaticamente creare un professionista.
Formare un professionista significa anche prepararlo a lavorare.
A organizzarsi.
A rispettare tempi e responsabilità.
A conoscere i propri diritti.
A utilizzare gli strumenti digitali.
A comunicare.
A lavorare in squadra.
A comprendere il mercato.
A conoscere l'economia del proprio settore.
La passione è fondamentale.
Ma la passione non può essere l'unica forma di remunerazione.
Se una persona deve lavorare continuamente soltanto "per passione", il rischio è che la cultura diventi accessibile professionalmente soltanto a chi dispone di altre risorse.
La professionalizzazione, quindi, non impoverisce la cultura.
Può contribuire a renderla sostenibile.
Non si tratta soltanto di una riflessione teorica: le statistiche ufficiali considerano cultura, spettacolo, occupazione e imprese come componenti misurabili del sistema economico.
ISTAT: https://www.istat.it/tavole-di-dati/statistiche-culturali-anno-2024/
DALL'EVENTO ALLA PROFESSIONE
Un evento genera una prestazione.
Una serie di eventi genera esperienza.
Un'organizzazione stabile genera professionalità.
Una professionalità può generare una carriera.
Una carriera genera reddito.
Il reddito genera autonomia.
L'autonomia permette nuovi investimenti.
E così la cultura può diventare un lavoro vero e proprio.
Non soltanto una passione.
Questo è il passaggio che consente al talento di trasformarsi in valore economico.
IL MERCATO NON È IL NEMICO DELLA CULTURA
Esiste spesso una contrapposizione tra cultura e mercato.
Ma il problema non è il mercato in sé.
Il mercato può creare opportunità, ma può anche produrre incentivi alla standardizzazione o alla ricerca di ciò che è immediatamente vendibile.
Ma può anche rendere sostenibile un'attività.
Può finanziare nuove produzioni.
Può creare occupazione.
Può consentire a un artista di vivere del proprio lavoro.
Può permettere a un'impresa di investire.
Può rendere possibile la continuità di un progetto.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere:
mercato sì o mercato no?
Dovrebbe essere:
QUALE MERCATO VOGLIAMO COSTRUIRE INTORNO ALLA CULTURA?
Un mercato che consuma rapidamente l'identità?
Oppure un mercato capace di valorizzarla e sostenerne la continuità?
COMMERCIALIZZARE E VALORIZZARE NON SONO LA STESSA COSA
Questa distinzione è importante anche rispetto alla 30ª puntata.
Commercializzare significa destinare un bene o un servizio al mercato.
Valorizzare significa accrescerne il valore mantenendone il significato e la funzione culturale.
Le due cose possono coincidere.
Ma non necessariamente.
Per questo l'utilizzo economico del patrimonio deve essere accompagnato da:
regole + competenza + responsabilità + qualità + tutela.
La cultura non deve essere privata della propria identità per diventare economicamente sostenibile.
Al contrario.
È proprio la sua identità a poter costituire una parte del suo valore distintivo.
IDENTITÀ COME VANTAGGIO COMPETITIVO
In un'economia globale molte tecnologie possono essere acquistate.
Molte informazioni possono essere replicate.
Molti processi possono essere copiati.
Una tradizione profondamente radicata in un territorio può costituire un elemento distintivo difficilmente replicabile integralmente altrove.
Per questo l'identità può diventare un vantaggio competitivo.
La musica napoletana possiede una riconoscibilità che non nasce da una strategia di marketing recente.
Nasce dalla storia.
Il compito contemporaneo è trasformare questa identità in capacità produttiva senza svuotarla del suo significato.
L'identità non è un ostacolo all'innovazione. Può esserne il punto di partenza.
QUANDO L'ABBONDANZA CREA SCARSITÀ
L'epoca digitale ha prodotto un'enorme quantità di contenuti.
Ma proprio questa abbondanza genera una nuova scarsità:
l'attenzione.
E quando l'offerta di contenuti cresce, diventa ancora più importante la capacità di distinguere competenza, autenticità, qualità e identità.
Il pubblico ha un tempo limitato.
I contenuti aumentano.
Le possibilità aumentano.
La concorrenza aumenta.
Diventa quindi più difficile distinguere ciò che possiede realmente valore.
E qui tornano qualità, reputazione e fiducia.
Il pubblico deve poter riconoscere:
chi è l'artista;
quale competenza possiede;
quale storia rappresenta;
chi produce;
chi garantisce la qualità.
La reputazione costruita nel tempo può quindi diventare un capitale immateriale.
Per l'artista.
Per l'impresa.
Per un evento.
Per una scuola.
Per un territorio.
DALLE IDENTITÀ AL BRAND TERRITORIALE
Anche un territorio costruisce reputazione.
Napoli possiede già una fortissima riconoscibilità internazionale.
La questione strategica non è semplicemente raccontare ancora una volta Napoli.
È trasformare la notorietà in relazioni.
E le relazioni in opportunità.
Cultura.
Turismo.
Formazione.
Ricerca.
Innovazione.
Eventi.
Tecnologia.
Imprese.
Internazionalizzazione.
Questi elementi possono dialogare tra loro.
E quando dialogano, la reputazione culturale può diventare una componente della competitività territoriale.
NON SERVE CREARE DA ZERO: SERVE COLLEGARE CIÒ CHE ESISTE
Questa è una delle conclusioni operative più importanti della puntata.
Napoli e la Campania non devono necessariamente inventare un patrimonio che già possiedono.
Non devono inventare gli artisti.
Non devono inventare la musica.
Non devono inventare i Conservatori.
Non devono inventare i teatri.
Non devono inventare il turismo.
Non devono inventare le imprese.
Non devono inventare la creatività.
Devono collegare meglio ciò che già esiste.
Perché molte eccellenze possono convivere nello stesso territorio senza diventare automaticamente un sistema.
Un Conservatorio forma.
Un artista interpreta.
Un teatro ospita.
Un'impresa organizza.
Un operatore turistico costruisce un'esperienza.
Un'azienda tecnologica sviluppa uno strumento.
Un professionista tutela i diritti.
Un'organizzazione comunica.
Un partner estero può aprire una relazione.
Ma se ciascuno opera separatamente, una parte del valore rimane frammentata.
La vera innovazione organizzativa consiste allora nel creare connessioni.
DALLE ECCELLENZE ISOLATE ALL'ECCELLENZA DI SISTEMA
Possiamo immaginare due modelli.
Primo modello: eccellenze isolate
Un grande artista.
Una buona scuola.
Un evento.
Una produzione.
Una tournée.
Una singola impresa.
Risultati importanti, ma separati.
Secondo modello: eccellenza di sistema
Artisti + formazione + imprese + tecnologia + istituzioni + turismo + comunicazione + internazionalizzazione.
Qui il risultato non dipende soltanto dall'eccellenza del singolo.
Dipende dalla qualità delle relazioni tra gli elementi.
Ed è questa la differenza tra possedere risorse e saperle trasformare in un sistema.
LA RETE COME INFRASTRUTTURA
Possiamo considerare la rete anche come una forma di infrastruttura relazionale e cognitiva.
Una rete nella quale un giovane talento possa trovare:
formazione;
un maestro;
un'opportunità;
un'organizzazione;
una produzione;
un pubblico;
un mercato;
un percorso internazionale.
In questo modello il talento non viene semplicemente scoperto.
Viene accompagnato lungo una filiera.
DAL TALENTO ALLA CARRIERA
Un possibile percorso di trasformazione del talento in professionalità può essere rappresentato così:
TALENTO
↓
FORMAZIONE
↓
PERFEZIONAMENTO
↓
ESPERIENZA
↓
PRODUZIONE
↓
PERFORMANCE
↓
PUBBLICO
↓
PROFESSIONE
↓
MERCATO
↓
INTERNAZIONALIZZAZIONE
↓
CARRIERA
La differenza è sostanziale.
Non ci fermiamo al diploma.
Arriviamo alla capacità di lavorare.
IL MODELLO "ANDATA E RITORNO"
Questo non significa trattenere fisicamente tutti i talenti sul territorio.
Un giovane deve poter partire.
Deve poter studiare fuori.
Deve poter lavorare all'estero.
Deve poter conoscere altre realtà.
Deve poter acquisire esperienza internazionale.
La vera questione è fare in modo che il territorio continui a essere parte della sua rete professionale.
Così:
NAPOLI → MONDO → ESPERIENZA → RELAZIONI → NAPOLI → NUOVI PROGETTI → MONDO.
Non chiusura locale.
Non perdita definitiva.
Ma circolazione di competenze.
Questo può diventare una forma virtuosa di internazionalizzazione: non immobilità del talento, ma circolazione di competenze, esperienze e relazioni.
IL MERCATO ESTERO È UN ECOSISTEMA
Un mercato estero non coincide soltanto con il pubblico finale: comprende un ecosistema di soggetti professionali, organizzativi, istituzionali e commerciali.
Comprende:
organizzatori;
teatri;
festival;
imprese;
media;
piattaforme;
istituzioni;
professionisti;
sponsor;
distributori;
scuole;
università.
Entrare in un mercato significa costruire rapporti con questo ecosistema.
E qui l'impresa torna centrale.
LA PICCOLA IMPRESA PUÒ ESSERE INTERNAZIONALE
L'internazionalizzazione non appartiene soltanto ai grandi gruppi.
Una piccola realtà può sviluppare un format culturale.
Un'organizzazione può esportare un evento.
Un professionista può lavorare con clienti stranieri.
Una scuola può attrarre studenti dall'estero.
Un'orchestra può mettere in relazione musicisti, docenti e competenze provenienti da Paesi diversi.
Un'impresa tecnologica può fornire servizi internazionali.
Una produzione musicale può essere distribuita globalmente.
La dimensione ridotta non impedisce necessariamente l'internazionalizzazione.
Può essere compensata da:
specializzazione + rete + tecnologia.
IL FORMAT COME PRODOTTO CULTURALE
Quando un format viene documentato, standardizzato nelle sue componenti organizzative e reso replicabile, può diventare un vero prodotto culturale esportabile.
Immaginiamo un evento che nasce a Napoli.
Funziona.
Il pubblico risponde.
L'organizzazione acquisisce esperienza.
Il format viene documentato.
Si costruisce un'identità.
Si crea un modello organizzativo.
Si individuano partner.
Poi può essere portato in altre città.
E successivamente all'estero.
A quel punto non stiamo esportando soltanto un concerto.
Stiamo esportando un modello culturale e imprenditoriale.
Un format può contenere:
artisti + repertorio + scenografia + racconto + tecnologia + comunicazione + identità territoriale.
E può diventare un vero prodotto culturale.
LE RELAZIONI SONO CAPITALE
L'internazionalizzazione produce anche capitale relazionale.
Un artista conosce un direttore.
Un direttore conosce un'organizzazione.
Un'organizzazione conosce un festival.
Un festival conosce un pubblico.
Un'impresa conosce un partner.
Un'università conosce un'altra università.
Una relazione può diventare un progetto.
Un progetto può diventare un'attività.
Un'attività può diventare un'impresa.
Un'impresa può creare lavoro.
Per questo le relazioni internazionali non sono un elemento accessorio.
Sono parte del capitale di un territorio.
L'ARTISTA COME AMBASCIATORE CULTURALE
Quando un artista si esibisce all'estero porta con sé:
lingua; musica; storia; immaginario; identità.
Può svolgere anche una funzione di ambasciatore culturale.
E questa funzione può produrre anche conseguenze economiche.
Non perché l'artista debba vendere prodotti durante un concerto.
Ma perché contribuisce a costruire un'immagine riconoscibile e credibile del territorio.
Una buona reputazione può facilitare nuove relazioni.
Una relazione può aprire una collaborazione.
Una collaborazione può aprire un mercato.
La cultura può quindi diventare una porta d'ingresso.
Non sostituisce il prodotto.
Crea attenzione, reputazione e relazione attorno ad esso.
LA CULTURA COME MOLTIPLICATORE DEL MADE IN ITALY
La riflessione parte da Napoli e dalla Campania, ma non deve necessariamente fermarsi a Napoli.
Ogni territorio italiano possiede identità, patrimonio, tradizioni, artisti, imprese e competenze.
La sfida nazionale è trasformare questa straordinaria varietà in una rete competitiva internazionale senza uniformarla.
Napoli non deve diventare Firenze.
Firenze non deve diventare Milano.
Milano non deve diventare Roma.
La forza italiana può essere proprio la diversità.
DIVERSITÀ + CONNESSIONE = UN POTENZIALE VANTAGGIO COMPETITIVO
Una rete culturale italiana nel mondo potrebbe valorizzare le specificità dei diversi territori mantenendole riconoscibili.
La cultura può diventare così anche una piattaforma relazionale per l'internazionalizzazione delle imprese.
CULTURA, IMPRESA E GOVERNANCE
Se la filiera coinvolge soggetti diversi, emerge inevitabilmente un problema di coordinamento.
A questo punto emerge una parola decisiva:
GOVERNANCE.
Non necessariamente una struttura burocratica.
Piuttosto la capacità di mettere in relazione soggetti diversi:
artisti;
imprese;
istituzioni;
scuole;
Conservatori;
università;
operatori turistici;
tecnologi;
professionisti dei diritti;
organizzatori;
operatori internazionali.
Le istituzioni possono creare condizioni favorevoli:
formazione;
infrastrutture;
regole;
accesso;
promozione;
internazionalizzazione;
coordinamento;
tutela;
semplificazione.
Le imprese, invece, possono investire, organizzare, produrre, sviluppare tecnologie, creare servizi, esportare format e costruire mercati.
La cultura mette a disposizione identità, creatività, patrimonio, reputazione e contenuti.
La formazione mette a disposizione competenze e capitale umano.
L'internazionalizzazione mette a disposizione nuovi pubblici e nuovi mercati.
E il territorio può ricevere lavoro, reddito, investimenti e nuova capacità competitiva.
IL PATTO TRA CULTURA E IMPRESA
Possiamo chiamarlo:
UN NUOVO PATTO TRA CULTURA E IMPRESA.
Non significa subordinare la cultura all'impresa.
Significa riconoscere che cultura e impresa possono avere funzioni complementari.
La cultura produce contenuti e identità.
La formazione costruisce competenza.
La tecnologia amplia le possibilità.
L'impresa organizza risorse e investimenti.
L'internazionalizzazione apre relazioni e mercati.
Le istituzioni possono creare condizioni.
Il territorio deve poter beneficiare del valore generato.
Questa è la logica del sistema.
LA QUALITÀ HA UN COSTO
In un mercato internazionale la qualità diventa ancora più importante.
Ma la qualità non è gratuita.
Richiede:
formazione;
prove;
professionisti;
tecnologia;
produzione;
organizzazione;
comunicazione;
diritti;
logistica;
internazionalizzazione.
Ed è qui che entra la sostenibilità economica.
Il prezzo non coincide necessariamente con il valore.
Il valore comprende qualità, esperienza, reputazione, professionalità, patrimonio, relazione e innovazione.
Comprendere questa differenza è indispensabile per costruire un'economia culturale seria.
LA CULTURA CHE SI AUTORIGENERA
Una produzione culturale economicamente sostenibile dispone di condizioni migliori per garantire continuità professionale e progettuale.
Un artista che può vivere professionalmente del proprio lavoro può continuare a studiare e produrre.
Un'impresa che trova un mercato può investire.
Un evento sostenibile può essere ripetuto.
Una scuola che costruisce domanda può formare nuove generazioni.
E una parte del valore prodotto può essere reinvestita in:
- formazione;
- giovani artisti;
- archivi;
- nuove produzioni;
- ricerca;
- innovazione;
- internazionalizzazione.
In questo modo l'economia può diventare strumento di rigenerazione culturale.
SOSTENIBILITÀ ECONOMICA → CONTINUITÀ PROFESSIONALE → CONTINUITÀ CULTURALE.
LA NUOVA GENERAZIONE
Tutto questo, alla fine, deve produrre opportunità per i giovani.
Il giovane non deve essere considerato soltanto come futuro spettatore.
Può essere:
futuro artista;
futuro tecnico;
futuro imprenditore;
futuro ricercatore;
futuro manager;
futuro sviluppatore;
futuro docente.
Un giovane musicista può conoscere la tecnologia.
Un giovane tecnico può comprendere la cultura.
Un giovane imprenditore può investire nello spettacolo.
Un giovane ricercatore può lavorare sull'AI applicata alla musica.
Un giovane professionista può occuparsi di internazionalizzazione.
È nella contaminazione tra queste competenze che possono nascere professioni nuove.
LA CULTURA COME COMPONENTE DI UNA POLITICA INDUSTRIALE DEL FUTURO
A questo punto il ragionamento supera la singola performance.
Se cultura, formazione, tecnologia, interpretazione, impresa e internazionalizzazione possono appartenere alla stessa filiera, allora il modo nel quale questa filiera viene organizzata diventa esso stesso un fattore di competitività.
Non basta avere risorse.
Non basta avere persone capaci.
Non basta avere tecnologia.
Non basta avere un mercato.
Occorre costruire connessioni.
E quindi la domanda strategica diventa:
NON "CHE COSA ABBIAMO?", MA "QUANTO SIAMO CAPACI DI COLLEGARE CIÒ CHE ABBIAMO?"
LA MUSICA COME MODELLO DI IMPRESA
C'è una metafora particolarmente efficace.
Un'orchestra è composta da professionisti differenti.
Ognuno possiede una competenza specifica.
Ma il risultato nasce dalla capacità di lavorare insieme.
È ciò che accade in un'impresa.
Tecnici.
Amministrativi.
Commerciali.
Creativi.
Manager.
Specialisti.
La competenza individuale è necessaria.
Ma serve anche coordinamento.
L'orchestra ci mostra quindi un principio imprenditoriale:
il valore collettivo può essere superiore alla semplice somma delle competenze individuali quando esiste una visione comune.
E questo ci riporta alla direzione artistica.
Ed è proprio qui che l'esperienza del Maestro Quadrini torna al centro della puntata: dirigere un'orchestra significa coordinare competenze diverse dentro una visione comune.
Dirigere significa avere una visione.
Decidere.
Mettere insieme persone diverse.
Costruire un equilibrio.
Interpretare.
Stabilire una direzione.
Anche nell'epoca dell'intelligenza artificiale, la tecnologia può fornire strumenti.
La direzione stabilisce dove andare.
VERSO UN'ECONOMIA SEMPRE PIÙ IBRIDA
I confini tra settori diventano progressivamente meno rigidi.
La musica incontra il digitale.
Il digitale incontra l'AI.
L'AI incontra la creatività.
La creatività incontra l'impresa.
L'impresa incontra il turismo.
Il turismo incontra il territorio.
Il territorio incontra l'internazionalizzazione.
È proprio questa contaminazione a creare nuove possibilità.
E per le nuove generazioni significa che non sarà necessariamente necessario scegliere tra:
arte oppure tecnologia;
cultura oppure impresa;
territorio oppure mondo.
Sarà possibile costruire competenze capaci di attraversare più dimensioni.
IL SALTO DI QUALITÀ
Il salto di qualità consiste nel passare:
dal singolo progetto al sistema;
dall'evento alla filiera;
dalla notorietà alla strategia;
dal talento alla professione;
dalla tradizione all'innovazione;
dalla presenza internazionale all'internazionalizzazione;
dal patrimonio alla capacità produttiva.
È questo il passaggio che può trasformare la cultura in un fattore di competitività territoriale.
LA GRANDE FILIERA DEL VALORE
A questo punto possiamo finalmente mettere in ordine tutti gli elementi della puntata in un'unica sequenza, senza doverla ripetere.
IDENTITÀ → PATRIMONIO → CONOSCENZA → FORMAZIONE → COMPETENZA → INTERPRETAZIONE → TECNOLOGIA → INNOVAZIONE → PRODUZIONE → ESPERIENZA → PUBBLICO → INTERNAZIONALIZZAZIONE → MERCATO → IMPRESA → OCCUPAZIONE → RICCHEZZA → REINVESTIMENTO → NUOVA FORMAZIONE → NUOVA CULTURA
E il ciclo ricomincia.
Perché il vero sviluppo non è una linea retta.
È un processo capace di rigenerare valore.
INTERPRETARE SIGNIFICA GOVERNARE
A questo punto possiamo tornare alla parola dalla quale siamo partiti.
Interpretare non significa soltanto eseguire.
Significa:
COMPRENDERE → SCEGLIERE → TRASFORMARE → COMUNICARE → ASSUMERSI UNA RESPONSABILITÀ.
È ciò che fa l'artista.
È ciò che fa il maestro.
È ciò che fa il direttore.
È ciò che fa l'imprenditore.
È ciò che deve fare un territorio.
Ed è ciò che deve fare la società nei confronti della tecnologia.
Perché governare uno strumento significa conoscerne le possibilità, ma anche i limiti.
LE DOMANDE FINALI AI TRE OSPITI
Al Maestro Leonardo Quadrini
Lei rappresenta contemporaneamente il musicista, il docente e il direttore d'orchestra. In un'epoca nella quale la tecnologia può assistere, analizzare e trasformare sempre più aspetti della produzione musicale, quale ruolo deve continuare ad avere la formazione?
E come si costruisce oggi una professionalità musicale capace di governare, anziché subire, la tecnologia?
Al Maestro Espedito De Marino
Lei ha vissuto direttamente il rapporto con Roberto Murolo e ha trasformato quell'esperienza in attività artistica, didattica e di trasmissione. Che cosa deve accadere perché una tradizione non rimanga soltanto memoria, ma continui a essere studiata, interpretata e portata nel mondo dalle nuove generazioni?
A Franco Voria – Franco's Zero
Lei vive contemporaneamente la dimensione dell'artista e quella dell'imprenditore. Che cosa cambia quando la performance non viene più considerata soltanto uno spettacolo, ma diventa parte di un'organizzazione economica capace di creare esperienza, relazioni e nuove opportunità?
LA DOMANDA COMUNE
«Se la tecnologia continuerà a cambiare il modo di creare, produrre e interpretare la musica, quale sarà la competenza umana che non possiamo permetterci di perdere?»
CHI INTERPRETERÀ IL FUTURO?
E qui il titolo della puntata assume il suo significato più ampio.
Il Maestro interpreta la musica.
Il docente interpreta le esigenze formative.
L'imprenditore interpreta il mercato.
Il tecnologo interpreta le possibilità della macchina.
L'istituzione interpreta i bisogni del territorio.
E tutti devono confrontarsi con una domanda comune:
COME TRASFORMARE IL CAMBIAMENTO IN OPPORTUNITÀ?
La risposta non può appartenere a una sola categoria.
Deve essere costruita attraverso la relazione tra competenze differenti.
IL COLLEGAMENTO CON LE PUNTATE 29 E 30
La 29ª puntata ci ha posto davanti alla trasformazione generata dall'intelligenza artificiale.
La 30ª ci ha mostrato un patrimonio concreto: la canzone napoletana, la sua tutela, la candidatura UNESCO, i diritti, la valorizzazione e l'internazionalizzazione.
La 31ª pone ora l'uomo al centro di questo processo.
Perché tra il patrimonio e la tecnologia c'è qualcuno che deve:
conoscere,
comprendere,
interpretare,
scegliere,
governare,
creare.
È l'uomo.
E il percorso delle tre puntate diventa così:
CONOSCERE → FORMARE → INTERPRETARE → INNOVARE → INTERNAZIONALIZZARE → IMPRENDERE → CREARE LAVORO → GENERARE RICCHEZZA.
✦ RIFLESSIONE FINALE
La musica ci ha mostrato che il patrimonio non vive soltanto nella memoria.
Vive nella capacità di essere studiato, interpretato, trasmesso e rinnovato.
L'interprete è il punto nel quale una tradizione torna a parlare al presente. La formazione costruisce la competenza necessaria per farlo; la tecnologia può ampliare le possibilità dell'artista; l'innovazione può aprire nuove forme di produzione e di fruizione.
Ma perché tutto questo diventi sviluppo, occorre andare oltre la singola performance.
Occorre costruire professioni, imprese, filiere, relazioni internazionali e nuove opportunità di lavoro.
È qui che la cultura incontra l'economia.
Ed è qui che un patrimonio come quello musicale napoletano può diventare non soltanto memoria da conservare, ma risorsa da valorizzare, internazionalizzare e trasformare in nuovo valore per il territorio.
La vera sfida non è scegliere tra tradizione e innovazione, né tra uomo e tecnologia.
È costruire un equilibrio nel quale la competenza umana governi la tecnologia, l'identità orienti l'innovazione e l'impresa trasformi le opportunità in sviluppo.
Perché ciò che abbiamo ricevuto dalla storia non è soltanto qualcosa da custodire.
È una responsabilità: decidere che cosa saremo capaci di costruire a partire da ciò che abbiamo ereditato.
**Perché la cultura conserva l'identità.
La formazione costruisce la competenza.
L'interpretazione mantiene vivo il patrimonio.
La tecnologia amplia le possibilità.
L'impresa trasforma il valore in opportunità.
E il lavoro trasforma le opportunità in futuro.**
**Perché il futuro non si prevede.
Si interpreta.
Si governa.
Si costruisce.**
⚠️ UNA PRECISAZIONE IMPORTANTE SULLA CANZONE NAPOLETANA E L'UNESCO
Il riferimento al percorso UNESCO riguarda la canzone napoletana classica e la sua valorizzazione come patrimonio culturale immateriale.
La Regione Campania, attraverso il Catalogo IPIC, indica il 7 settembre 1839, con la presentazione di Te voglio bene assaje alla Festa di Piedigrotta, come data che può essere considerata ufficiale per l'inizio della canzone classica napoletana. La stessa fonte individua nel 1970, con la crisi del Festival di Napoli, una significativa cesura rispetto a quella stagione storica, segnalando successivamente l'affermazione di altri generi musicali, tra cui la canzone neomelodica.
Il riferimento 1839–1970 va quindi inteso come una periodizzazione storico-culturale indicata dalla Regione Campania, e non come un limite cronologico formalmente stabilito dalla futura candidatura UNESCO.
Sul piano istituzionale, la VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati ha esaminato la Risoluzione 7-00307 Cangiano, dedicata alla valorizzazione della canzone napoletana classica.
Nel corso dell'istruttoria parlamentare sono stati ascoltati diversi esperti e rappresentanti del mondo culturale e musicale.
Il 17 dicembre 2025 sono stati auditi Leandro Ventura, direttore dell'Istituto centrale per il patrimonio immateriale del Ministero della Cultura; Ferdinando Bideri, presidente della Fondazione Bideri; Gaetano Panariello, direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli; Mario Maglione, cantante e musicista; e Luigi Rispoli, presidente dell'Associazione Informazione Giovani Europa.
Il 21 gennaio 2026 sono stati ascoltati Vincenzo De Luca, esperto della materia; Gino Aveta, fondatore dell'Archivio storico della Canzone Napoletana della RAI; e Bruno Tabacchini, direttore artistico del Festival delle Ville Vesuviane.
Il 18 febbraio 2026 la Commissione ha ascoltato Pier Luigi Petrillo, professore ordinario di diritto comparato dei patrimoni culturali e direttore della Cattedra UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale presso l'Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza; Carlo Morelli, direttore di That's Napoli – Coro della città di Napoli; Federico Vacalebre, giornalista e critico musicale de Il Mattino; e Pasquale Scialò, docente di Musicologia e Storia della musica presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Particolarmente significativo è il contributo del Conservatorio San Pietro a Majella. Nella memoria depositata dal direttore M° Gaetano Panariello, il Conservatorio esprime il proprio sostegno alla candidatura UNESCO e richiama, accanto a 'O Sole mio, Torna a Surriento e Funiculì Funiculà, anche brani più moderni come ** Napule è e Malafemmena**. Il documento sottolinea inoltre la continuità e la trasmissione del patrimonio musicale di generazione in generazione e la necessità di coinvolgere l'intera comunità portatrice del patrimonio.
Questo elemento è particolarmente significativo perché mostra che, nel dibattito istituzionale sulla possibile candidatura UNESCO, il perimetro cronologico 1839–1970 non risulta formalmente fissato come limite della futura candidatura.
La VII Commissione, nella seduta del 24 febbraio 2026, ha quindi approvato la Risoluzione 7-00307, come riformulata, assumendo il numero 8-00098, impegnando il Governo ad attività di valorizzazione anche al fine di valutare una possibile, futura candidatura UNESCO.
Quindi è importante distinguere:
1839–1970: periodizzazione storico-culturale indicata dalla Regione Campania per la canzone classica napoletana.
Percorso UNESCO: iter istituzionale ancora in corso, il cui perimetro della futura candidatura non risulta, allo stato degli atti esaminati, formalmente delimitato al periodo 1839–1970.
Pertanto, il riferimento al 1839–1970 resta corretto se attribuito alla periodizzazione storica della Regione Campania, mentre non sarebbe corretto presentarlo come un limite cronologico già formalmente stabilito per la candidatura UNESCO.
Allo stato attuale, inoltre, non esiste ancora un riconoscimento UNESCO della canzone napoletana: siamo davanti a un percorso istituzionale verso la valutazione di una possibile futura candidatura.
Fonti primarie
Regione Campania – Catalogo IPIC, "Canzone classica napoletana"
https://cultura.regione.campania.it/documents/20124/792738/Catalogo%2BIPIC%2B-%2Baggiornamento%2B2024.pdf/7b036f09-d09d-2633-6874-b1168434e74d?t=1732527477339
Camera dei deputati – VII Commissione, audizione del 17 dicembre 2025
https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2025/12/17/leg.19.bol0604.data20251217.com07.pdf
Camera dei deputati – Memoria del Conservatorio San Pietro a Majella – M° Gaetano Panariello
https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM07/Audizioni/leg19.com07.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.78198.16-12-2025-15-40-41.839.pdf
Camera dei deputati – Audizioni del 21 gennaio 2026
https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?anno=2026&giorno=21&idCommissione=07&idLegislatura=19&mese=01&sezione=bollettini&shadow_organo_parlamentare=2812&tipoDoc=comunicato
Camera dei deputati – Audizioni del 18 febbraio 2026
https://www.camera.it/leg19/824?anno=2026&commissione=07&giorno=18&mese=02&tipo=C
Camera dei deputati – Risoluzione approvata il 24 febbraio 2026
https://documenti.camera.it/apps/emendamenti/getDocumento.aspx?commissioni=07&dataDocumento=20260224&idLegislatura=19&tipoDocumento=bollettino
https://cultura.regione.campania.it/documents/20124/792738/Catalogo%2BIPIC%2B-%2Baggiornamento%2B2024.pdf/7b036f09-d09d-2633-6874-b1168434e74d?t=1732527477339
https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2025/12/17/leg.19.bol0604.data20251217.com07.pdf
https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM07/Audizioni/leg19.com07.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.78198.16-12-2025-15-40-41.839.pdf
https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?anno=2026&giorno=21&idCommissione=07&idLegislatura=19&mese=01&sezione=bollettini&shadow_organo_parlamentare=2812&tipoDoc=comunicato
https://www.camera.it/leg19/824?anno=2026&commissione=07&giorno=18&mese=02&tipo=C
https://documenti.camera.it/apps/emendamenti/getDocumento.aspx?commissioni=07&dataDocumento=20260224&idLegislatura=19&tipoDocumento=bollettino
✦ NOTA DI RESPONSABILITÀ EDITORIALE
Le opinioni, le valutazioni e le prospettive espresse nel corso della puntata appartengono agli interlocutori e sono proposte nell'ambito del confronto editoriale di Visioni di Impresa. I riferimenti a possibili scenari culturali, tecnologici, professionali, economici e imprenditoriali hanno carattere di analisi e prospettiva e non costituiscono garanzia di risultati futuri.
🎙 PUNTATA 31 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion
👤 Ospiti della puntata
Maestro Leonardo Quadrini
Direttore d'orchestra e docente di Esercitazioni orchestrali presso il Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli; direttore artistico dell'Orchestra Internazionale della Campania
Maestro Espedito De Marino
Chitarrista, cantante, interprete e docente; storico collaboratore artistico di Roberto Murolo e fondatore della Scuola della Canzone Napoletana Roberto Murolo – Città di Scafati
Franco Voria – Franco's Zero
Imprenditore e titolare di Franco's Pizza; interprete e performer, ideatore e protagonista del progetto artistico Franco's Zero
🎬 Regia
Pino Fontana
📍 Registrata presso
Gli studi di Per Sempre News
📺 In onda su
Per Sempre News
https://psntv.it/visioni-dimpresa
📱 Disponibile sui nostri canali social
🌐 Tutte le puntate di Visioni di Impresa sono disponibili sul portale del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e di Confimi Industria Campania.
Visioni di Impresa – Portale ufficiale:
🎥 VISIONI DI IMPRESA – 32ª PUNTATA | CICLO 2026
LA MOBILITÀ COME INFRASTRUTTURA DELLO SVILUPPO
EAV, trasporto pubblico, imprese, lavoro, turismo e la nuova sfida della mobilità campana.
TEMA
La mobilità è
una delle condizioni attraverso cui un territorio rende concretamente
accessibili le proprie opportunità. Ogni giorno persone, competenze, attività
economiche e flussi turistici devono potersi muovere tra città, aree produttive,
luoghi di formazione, servizi e destinazioni. Per questo il trasporto pubblico
non riguarda soltanto chi sale su un treno o su un autobus: riguarda il modo in
cui un territorio riesce a funzionare e a mettere in relazione le sue diverse
componenti.
In Campania
questa relazione assume un significato particolare. La presenza di grandi aree
urbane, territori produttivi, importanti destinazioni turistiche e una domanda
crescente di mobilità rende necessario interrogarsi sulla capacità del sistema
di collegare realmente persone e opportunità. Quando spostarsi è semplice,
prevedibile e accessibile, si amplia la possibilità di lavorare, studiare,
visitare, consumare, investire e fare impresa; quando invece la mobilità
presenta discontinuità o difficoltà, queste possibilità possono diventare più
difficili da raggiungere.
È da questa
prospettiva che la puntata incontra l'Ing. Pietro Diamantini, alla guida di
EAV, mettendo al centro non soltanto il presente del trasporto pubblico
campano, ma la sua capacità di accompagnare lo sviluppo del territorio. La sua
esperienza maturata nel sistema ferroviario, dalla dimensione regionale a
quella dell'Alta Velocità, consente di affrontare il tema partendo dalla
conoscenza diretta di quanto programmazione, organizzazione e qualità del
servizio incidano sulla vita quotidiana e sulla capacità di un sistema di
mobilità di rispondere alle esigenze di chi lo utilizza.
✦ Pensiero guida della puntata
Un
territorio non è realmente connesso quando esistono soltanto infrastrutture e
collegamenti, ma quando le persone possono utilizzarli per raggiungere
concretamente ciò di cui hanno bisogno e ciò che il territorio offre.
La domanda
di fondo di questa puntata è quindi capire se e come la mobilità possa
diventare una componente sempre più integrata dello sviluppo della Campania:
non soltanto un servizio da organizzare, ma una rete capace di mettere in
relazione persone, imprese, lavoro, formazione, turismo e territori.
Introduzione
La 32ª puntata di Visioni di Impresa parte da una domanda che riguarda direttamente la vita quotidiana delle persone e, allo stesso tempo, il funzionamento dell'economia: quanto può incidere la qualità della mobilità sulla capacità di un territorio di crescere?
È una domanda che riguarda direttamente anche la prospettiva dalla quale Luigi Carfora conduce il format: quella della rappresentanza del mondo delle imprese attraverso Confimi Industria Campania e quella della promozione del territorio e delle sue potenzialità attraverso il Consorzio Suggestioni Campane Promotion. Due dimensioni diverse ma profondamente collegate, perché il funzionamento delle imprese, la disponibilità di lavoratori e competenze e la capacità di attrarre e distribuire i flussi turistici dipendono anche dalla possibilità di muovere persone in modo efficiente, sicuro e prevedibile.
Il tema del trasporto pubblico viene spesso affrontato prevalentemente dal punto di vista dell'utente. Ma dietro ogni spostamento esiste un sistema molto più ampio: c'è un lavoratore che deve raggiungere la propria impresa, uno studente che deve arrivare all'università, un professionista che deve muoversi tra diverse città, un'impresa che deve poter contare sulla disponibilità della propria forza lavoro, un turista che deve poter raggiungere una destinazione e muoversi all'interno del territorio.
Per questo il trasporto pubblico può essere considerato una vera infrastruttura economica.
La sua efficienza non riguarda soltanto la qualità del viaggio, ma la possibilità stessa di mettere in relazione persone, attività produttive, servizi, luoghi della formazione e destinazioni turistiche. Per il sistema produttivo questo significa qualcosa di molto concreto: un territorio è realmente competitivo quando le persone possono raggiungere con certezza i luoghi nei quali lavorano, studiano, producono, acquistano e trascorrono il proprio tempo libero. La mobilità, quindi, non è un elemento esterno all'economia: è una delle condizioni che ne rendono possibile il funzionamento.
In questo contesto si inserisce l'arrivo alla guida di EAV dell'ing. Pietro Diamantini, nominato Amministratore Unico il 14 luglio 2026, dopo una lunga esperienza nel settore ferroviario, maturata anche nella gestione del trasporto regionale in Campania e successivamente nella Direzione Business Alta Velocità di Trenitalia. Una storia professionale che gli ha consentito di conoscere dall'interno due dimensioni diverse ma complementari della mobilità: quella quotidiana del trasporto regionale, nella quale puntualità, regolarità e continuità sono essenziali, e quella dei grandi collegamenti, nella quale programmazione, organizzazione, infrastrutture e qualità del servizio assumono un valore strategico. È proprio questa esperienza a rendere particolarmente significativo il confronto sulla nuova fase di EAV e sulla capacità di trasformare competenze, organizzazione e investimenti in un servizio pubblico realmente funzionale alle esigenze del territorio.
Quale EAV sta nascendo? Quali sono le priorità del nuovo management? Quali cambiamenti sono già stati avviati e quali dovranno essere realizzati? E soprattutto, come può il rilancio del trasporto pubblico diventare un elemento concreto di sostegno al lavoro, alle imprese e al turismo?
La nuova EAV e la sfida della regolarità
Uno degli elementi centrali del nuovo corso indicati dallo stesso Diamantini è la necessità di partire dalla stabilizzazione del servizio e dal raggiungimento di standard di regolarità, insieme all'ottimizzazione delle risorse e alla valorizzazione del capitale umano.
È una priorità che assume un significato particolare in una regione nella quale il trasporto pubblico rappresenta ogni giorno una componente essenziale della mobilità di cittadini, studenti, lavoratori e visitatori e nella quale le difficoltà del servizio possono produrre conseguenze che vanno ben oltre il semplice disagio del passeggero.
La puntualità, la frequenza, la certezza degli orari e la continuità del servizio diventano infatti condizioni necessarie per programmare una giornata di lavoro, raggiungere un'attività produttiva, rispettare un appuntamento, frequentare un'università o organizzare una giornata turistica. La mobilità, in altre parole, diventa parte della capacità del territorio di funzionare.
Da qui nasce una delle domande centrali della puntata: come si costruisce concretamente un sistema di trasporto affidabile? Quanto dipende dai nuovi treni e quanto, invece, dalla manutenzione, dalle infrastrutture, dalla programmazione, dall'organizzazione e dalle persone che lavorano quotidianamente all'interno dell'azienda?
Dall'esperienza dell'Alta Velocità alla guida di EAV
La storia professionale di Diamantini consente inoltre di mettere a confronto due dimensioni della mobilità ferroviaria profondamente diverse. L'Alta Velocità ha modificato profondamente le modalità di collegamento tra le principali città italiane, mentre il trasporto regionale vive soprattutto nella dimensione quotidiana.
La sua funzione vive soprattutto nella quotidianità: nella puntualità del treno che deve portare un lavoratore al proprio posto di lavoro, nella frequenza necessaria a garantire la mobilità degli studenti, nella possibilità per un turista di raggiungere una destinazione e nella certezza che un collegamento possa essere utilizzato senza dover ricorrere necessariamente all'automobile.
La domanda diventa quindi quale esperienza manageriale maturata nel sistema ferroviario nazionale possa essere trasferita alla realtà di EAV e, allo stesso tempo, quali specificità della Campania richiedano un modello organizzativo costruito sulle caratteristiche del nostro territorio.
Il passeggero al centro
La nuova fase delle Linee Vesuviane rappresenta già un primo esempio concreto del cambiamento avviato. L'introduzione di nuovi treni, l'aumento delle corse e il nuovo modello di frequenza sono accompagnati da una diversa attenzione alla programmazione del servizio e alla sua comprensibilità per l'utente.
Il concetto di "cliente al centro", richiamato da Diamantini, assume in questo contesto un significato preciso: il servizio deve essere progettato anche a partire dalle esigenze reali di chi lo utilizza. Lavoratori, studenti, cittadini e turisti hanno esigenze differenti, ma tutti hanno bisogno di una mobilità che sia comprensibile, accessibile e soprattutto affidabile.
La vera misura del cambiamento, quindi, non sarà soltanto rappresentata dal numero dei nuovi treni o delle nuove corse, ma dalla capacità di trasformare questi investimenti in una diversa esperienza quotidiana per chi utilizza il servizio.
Mobilità, imprese e lavoro
Per Visioni di Impresa questo è il punto nel quale il trasporto pubblico incontra direttamente il mondo produttivo.
Un'impresa non vive soltanto dei propri macchinari, dei propri investimenti o delle proprie competenze. Ha bisogno di persone che possano raggiungere il luogo di lavoro. La disponibilità di una rete di trasporto efficiente può quindi ampliare il bacino territoriale dal quale un'impresa può intercettare lavoratori e competenze, mentre una mobilità fragile può rendere più difficili gli spostamenti e accentuare le disuguaglianze tra territori.
In una fase nella quale il costo della mobilità privata continua a rappresentare un elemento di attenzione per famiglie, lavoratori e imprese, il trasporto pubblico può assumere anche una funzione economica: offrire un'alternativa concreta all'utilizzo quotidiano dell'automobile e ridurre il peso degli spostamenti sulla vita delle persone.
La continuità territoriale e le fasce orarie del servizio
"Ma il problema della mobilità non riguarda soltanto la qualità del servizio quando il collegamento esiste. Esiste anche un problema più strutturale: quello dei territori nei quali i collegamenti sono insufficienti, discontinui o non garantiscono una reale possibilità di spostamento durante l'intera giornata. La stessa azienda comunica inoltre modifiche e soppressioni di corse e segnala che, a causa dell'impossibilità di eseguire integralmente il programma di esercizio con il parco autobus disponibile, il servizio può subire modifiche o soppressioni. Questo significa che la questione della mobilità non può essere affrontata soltanto attraverso il numero dei treni o degli autobus, ma deve riguardare anche la continuità territoriale e l'affidabilità effettiva del servizio."
"Per un lavoratore, questo può significare che un orario di servizio non compatibile con i turni di lavoro renda più difficile utilizzare il trasporto pubblico per raggiungere o lasciare la propria sede." Per un'impresa, può significare avere maggiori difficoltà nel reperire personale disposto a raggiungere quotidianamente una determinata sede. Per uno studente, può voler dire dipendere necessariamente dall'automobile o da una soluzione familiare.
Per un turista, soprattutto quando la destinazione richiede più collegamenti, la possibilità di raggiungere un luogo non è sufficiente se non esiste anche un collegamento di ritorno compatibile con gli orari della visita. Lo stesso vale per un lavoratore che termina il proprio turno in una fascia nella quale il servizio pubblico è ridotto o non più disponibile.
"Quando il servizio pubblico si interrompe troppo presto o non garantisce adeguati collegamenti tra territori, la rete di mobilità rischia di perdere continuità e di non rispondere pienamente alle esigenze di chi deve spostarsi."
"È proprio su questo terreno che la nuova fase di EAV pone una domanda particolarmente importante: non soltanto come rendere più regolari le linee esistenti, ma come garantire una mobilità realmente utile anche a chi vive e lavora fuori dai principali assi di collegamento. La puntualità è fondamentale, ma lo è altrettanto la disponibilità del servizio quando cittadini, lavoratori e turisti ne hanno effettivamente bisogno."
Mobilità e turismo
"Da qui una domanda diretta all'ing. Diamantini: in questi primi mesi alla guida di EAV sono già state individuate le situazioni nelle quali alcuni territori risultano meno collegati o nelle quali le fasce orarie del servizio non sono sufficienti a rispondere alle esigenze di lavoratori, studenti e turisti? E, soprattutto, quali di queste criticità sono già state affrontate e quali interventi sono invece ancora da programmare?"
La stessa relazione esiste con il turismo. È una prospettiva particolarmente rilevante anche per chi, come Luigi Carfora attraverso il Consorzio Suggestioni Campane Promotion, lavora sulla promozione delle potenzialità turistiche e produttive del territorio. La Campania dispone di un patrimonio straordinario e di una domanda turistica crescente, ma attrarre visitatori non significa automaticamente riuscire a distribuirli sul territorio e trasformare i flussi in valore per le imprese locali.
La mobilità è parte integrante di questo processo. Un turista che arriva a Napoli deve poter raggiungere facilmente Pompei, Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina e le altre destinazioni; ma deve anche poter comprendere il sistema, conoscere gli orari, effettuare i cambi e programmare gli spostamenti.
Per questo il trasporto pubblico può diventare uno strumento di politica economica e turistica: non soltanto trasportare persone, ma contribuire a collegare destinazioni, attività commerciali, ristorazione, ospitalità, cultura e servizi.
Infrastrutture, tecnologia e capitale umano
La trasformazione di EAV non può naturalmente essere separata dalle infrastrutture. Nuovi treni, manutenzione, sistemi di sicurezza, segnalamento, stazioni, parcheggi di interscambio e tecnologie devono procedere all'interno di una strategia complessiva.
Ma accanto alla tecnologia rimane centrale il capitale umano. Un'azienda ferroviaria è fatta di persone, competenze tecniche, manutentori, macchinisti, personale di bordo, personale delle stazioni, ingegneri, tecnici e professionalità amministrative. La modernizzazione del sistema richiede quindi anche formazione, responsabilizzazione e valorizzazione delle competenze.
La domanda che emerge è quale organizzazione del lavoro sarà necessaria per sostenere la nuova EAV e quali competenze serviranno per accompagnare la trasformazione tecnologica e organizzativa dell'azienda.
L'intermodalità e il sistema territoriale
Un altro elemento decisivo sarà la capacità di superare una visione frammentata della mobilità. Il passeggero non ragiona necessariamente per singoli operatori: ha bisogno di arrivare da un punto a un altro nel modo più semplice possibile.
Ferrovia, autobus, metropolitane, porti, aeroporti, parcheggi di interscambio e mobilità turistica devono quindi dialogare. L'intermodalità non dovrebbe essere soltanto la somma di servizi differenti, ma la costruzione di una rete nella quale i diversi sistemi siano realmente collegati.
Da questa prospettiva EAV può essere considerata non soltanto come un'azienda di trasporto, ma come una componente di una più ampia infrastruttura territoriale.
EAV, Circumvesuviana e il rapporto con le pagine social
Nel corso della registrazione, il confronto con l'ing. Pietro Diamantini ha affrontato anche il tema delle pagine social che da anni pubblicano contenuti critici, ironici e satirici su EAV e, in particolare, sulla Circumvesuviana. Luigi Carfora ha richiamato direttamente l'attenzione dell'Amministratore Unico su alcuni di questi contenuti, evidenziando come il fenomeno fosse già presente da tempo nel dibattito pubblico e nella comunicazione online.
La vicenda ha assunto ulteriore rilievo in seguito all'iniziativa legale intrapresa da EAV nei confronti di alcune pagine, riportata anche dalla stampa. L'episodio apre una riflessione sul rapporto tra un'azienda che gestisce un servizio pubblico, il diritto di critica, la comunicazione digitale e le modalità con cui si costruisce il dialogo con gli utenti.
Il tema si inserisce nel più ampio confronto sulla qualità del servizio e sulla fiducia dei cittadini. La comunicazione e l'ascolto rappresentano infatti dimensioni importanti del rapporto tra un gestore del trasporto pubblico e le comunità che ogni giorno utilizzano i suoi servizi.
Approfondimento: Il Mattino
https://www.ilmattino.it/napoli/area_metropolitana/eav_diffida_pagine_social_vietato_usare_nome_circumvesuviana-9797151.html
La domanda di Visioni di Impresa
Come in ogni puntata del nostro format, il confronto non vuole limitarsi alla descrizione della situazione attuale, ma cercare di comprendere il cambiamento e le prospettive future.
Quali risultati dovremo osservare tra alcuni anni per poter dire che la trasformazione di EAV è realmente avvenuta? Ma un indicatore altrettanto importante sarà capire se, nel nuovo modello di mobilità, ci saranno ancora territori nei quali un lavoratore non può contare sul trasporto pubblico per raggiungere o lasciare il proprio posto di lavoro, oppure un turista non può programmare un ritorno perché l'ultimo collegamento termina troppo presto. Sarà sufficiente avere più treni? Oppure dovremo misurare il cambiamento attraverso la puntualità, la regolarità, la frequenza, la qualità dell'informazione, la soddisfazione del passeggero e la capacità di collegare meglio i territori?
E ancora: quale rapporto potrà costruire EAV con il sistema delle imprese, con il turismo, con le università e con gli altri soggetti che concorrono alla competitività della Campania?
Sono queste le domande attraverso le quali Visioni di Impresa vuole guardare alla nuova EAV: non soltanto come azienda di trasporto, ma come infrastruttura capace di incidere sulla vita economica e sociale della regione.
✦ Riflessione finale
La mobilità è una delle condizioni attraverso le quali un territorio può trasformare le proprie potenzialità in opportunità concrete. Un lavoratore che raggiunge il proprio posto di lavoro, uno studente che raggiunge la propria università, un'impresa che può contare sulla disponibilità della propria forza lavoro, un turista che può attraversare il territorio e conoscere più destinazioni fanno parte dello stesso sistema.
Per questo il cambiamento di EAV non riguarda soltanto i treni. Riguarda la capacità della Campania di accorciare le distanze tra persone e opportunità, tra imprese e lavoratori, tra turismo e territorio.
La sfida dell'ing. Diamantini sarà trasformare esperienza, investimenti, organizzazione, tecnologia e capitale umano in un servizio capace di restituire al passeggero una cosa essenziale: la fiducia di poter contare sul proprio sistema di mobilità.
Perché un territorio che vuole crescere deve essere capace di muovere le proprie persone, le proprie imprese e le proprie opportunità.
E quando la mobilità funziona, non si muovono soltanto i treni. Si muove l'economia.
🎙 PUNTATA 32 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion
👤 Ospite della puntata
Ing. Pietro Diamantini
Amministratore Unico di EAV – Ente Autonomo Volturno S.r.l.
🎬 Regia
Pino Fontana
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Visioni di Impresa – Portale ufficiale:
https://www.suggestioni.eu/visioni-di-impresa/
✦ Nota di responsabilità editoriale
Le opinioni, le valutazioni e le prospettive espresse nel corso della puntata appartengono agli interlocutori e sono proposte nell'ambito del confronto editoriale di Visioni di Impresa. I riferimenti a possibili scenari economici, infrastrutturali, imprenditoriali e turistici hanno carattere di analisi e prospettiva e non costituiscono garanzia di risultati futuri.
Perché comprendere il cambiamento è il primo passo per governarlo.
Perché il futuro non si prevede. Si costruisce.
LA MOBILITÀ COME INFRASTRUTTURA DELLO SVILUPPO
Amministratore Unico di EAV – Ente Autonomo Volturno S.r.l.
🎥 VISIONI DI IMPRESA – Puntata 33 | Ciclo 2026
LA RIFORMA DELL'ARTIGIANATO E IL FUTURO DELLE IMPRESE
Artigianato, industria, PMI, crescita, concorrenza e nuove regole: quale equilibrio per lo sviluppo del sistema produttivo?
Tema:
Riforma dell'artigianato, evoluzione delle imprese, competitività, accesso al credito, semplificazione amministrativa e politiche di sviluppo.
✦ Pensiero guida della puntata
Il futuro dell'artigianato non può essere separato dal futuro dell'impresa. La sfida è riconoscere il valore del lavoro, della competenza e della creatività dell'imprenditore, senza trasformare la dimensione aziendale in un limite alla crescita, all'innovazione e alla competitività.
Introduzione
La riforma dell'artigianato rappresenta uno dei passaggi più significativi nel percorso di aggiornamento delle politiche rivolte alle piccole e medie imprese. In un'economia in cui tecnologia, organizzazione del lavoro e mercati stanno ridefinendo i confini tradizionali tra le attività produttive, diventa necessario ripensare anche le regole che identificano e accompagnano l'impresa artigiana, valorizzandone le competenze e l'identità senza limitarne le possibilità di sviluppo.
La legge 11 marzo 2026, n. 34, ha aperto una nuova fase, affidando al Governo una delega per il riordino della disciplina. Un processo che solleva questioni concrete: il rapporto tra qualifica artigiana e crescita dimensionale, il ruolo dell'imprenditore nel processo produttivo, l'evoluzione delle forme societarie, l'accesso al credito, la semplificazione amministrativa e la capacità delle imprese di competere in un contesto sempre più complesso.
La puntata 33 di Visioni di Impresa, condotta e curata da Luigi Carfora, propone un confronto tra rappresentanza associativa, istituzioni e prospettive politiche, con particolare attenzione alle ricadute della riforma sul sistema produttivo campano e nazionale. Il dialogo intende approfondire le condizioni necessarie per coniugare la tutela delle specificità artigiane con la crescita, l'innovazione e la competitività delle imprese.
L'obiettivo è andare oltre la contrapposizione tra artigianato e industria, per approfondire quale quadro di regole possa riconoscere le specificità delle imprese e, allo stesso tempo, favorire innovazione, investimenti, occupazione e crescita. Una riflessione che riguarda non soltanto una categoria economica, ma l'evoluzione del sistema imprenditoriale e le condizioni necessarie per rafforzarne la competitività.
👤 Ospiti:
Fabrizio Luongo
Segretario di Casartigiani Napoli e Vicepresidente della Camera di Commercio di Napoli, Fabrizio Luongo è una figura storicamente radicata nel mondo dell'artigianato, anche attraverso una tradizione associativa e familiare. Il suo percorso rappresenta un collegamento diretto con le esigenze delle imprese, la rappresentanza di categoria e gli strumenti di accompagnamento allo sviluppo.
Andrea Striano
Componente del Dipartimento Nazionale Imprese e Mondi Produttivi di Fratelli d'Italia, Andrea Striano porta nel confronto la prospettiva del dibattito politico nazionale sulle politiche per le imprese, con particolare attenzione alla riforma dell'artigianato e alle misure per la crescita e la competitività del sistema produttivo.
Francesco Iovino
Consigliere regionale della Campania, Capogruppo di "Riformisti e Moderati – Lista Cirielli – ECR" e Presidente della Commissione speciale Trasparenza. Il suo ruolo istituzionale e consiliare offre una prospettiva sul funzionamento dell'amministrazione regionale, sulla trasparenza, sul controllo delle attività della Regione e sull'attuazione delle politiche pubbliche.
Gaetano "Nino" Simeone
Consigliere regionale della Campania, Capogruppo di "Roberto Fico Presidente" e Vicepresidente della Commissione speciale Trasparenza, Gaetano "Nino" Simeone porta nel confronto la propria esperienza istituzionale sui temi delle infrastrutture, della mobilità e del territorio, aspetti che incidono sulle condizioni di sviluppo del sistema produttivo regionale.
L'artigianato di fronte a una nuova stagione economica
Il sistema produttivo italiano è attraversato da trasformazioni profonde. L'innovazione tecnologica, la digitalizzazione dei processi, l'intelligenza artificiale, la transizione energetica, la riorganizzazione delle filiere e l'evoluzione dei mercati stanno modificando il modo in cui le imprese producono, competono e costruiscono il proprio rapporto con il territorio. In questo scenario, la riforma dell'artigianato assume un significato che va oltre l'aggiornamento di una disciplina normativa: diventa un'occasione per interrogarsi su quale modello di impresa il Paese intenda sostenere e su come valorizzare le diverse forme attraverso cui si esprimono il lavoro, l'iniziativa economica e la capacità imprenditoriale.
L'artigianato rappresenta una componente storica del tessuto economico nazionale. È espressione di competenze tecniche, saperi trasmessi tra generazioni, conoscenza dei materiali, personalizzazione dei prodotti e capacità di rispondere alle esigenze dei mercati. Ma l'impresa artigiana contemporanea non coincide necessariamente con la piccola bottega tradizionale. Può adottare tecnologie avanzate, organizzare processi complessi, operare all'interno di filiere internazionali e investire in ricerca, qualità e sostenibilità. La sua identità, dunque, non può essere letta soltanto attraverso la dimensione occupazionale o la forma organizzativa: occorre considerare anche il contributo effettivo dell'imprenditore al processo produttivo, la specializzazione, il patrimonio di competenze e la capacità di innovare.
La questione centrale è aggiornare le regole in modo da riconoscere la specificità artigiana e, al tempo stesso, consentire alle imprese di evolvere in risposta alle trasformazioni del mercato.
Una riforma che riguarda l'identità e la crescita delle imprese
La legge 11 marzo 2026, n. 34, recante la legge annuale sulle piccole e medie imprese, ha delegato il Governo a riformare la disciplina dell'artigianato, il cui riferimento principale è la legge 8 agosto 1985, n. 443. L'articolo 15 prevede l'adozione, entro nove mesi dall'entrata in vigore della legge, di uno o più decreti legislativi per razionalizzare, riordinare e aggiornare la normativa. Tra i criteri direttivi figurano l'adeguamento alle mutate esigenze del mercato e all'evoluzione tecnologica, la valorizzazione dell'imprenditore artigiano, la crescita dimensionale delle imprese, la revisione di vincoli societari non più adeguati e la trasmissione intergenerazionale delle competenze.
La delega, entrata in vigore il 7 aprile 2026, prevede pertanto il termine del 7 gennaio 2027 per l'adozione dei decreti legislativi attuativi.
La disciplina del 1985 ha rappresentato per decenni un riferimento essenziale per identificare l'impresa artigiana, riconoscendo centralità al lavoro personale dell'imprenditore e alla sua partecipazione al processo produttivo. Nel tempo, tuttavia, il sistema economico si è trasformato. Le imprese hanno introdotto macchinari, automazione, software, nuove forme di organizzazione e modelli di collaborazione lungo filiere sempre più articolate. In questo contesto, la distinzione tra artigianato e industria non sempre restituisce con immediatezza la complessità delle attività svolte e delle competenze presenti all'interno delle aziende.
La sfida della riforma sarà dunque quella di conservare una definizione riconoscibile dell'artigianato, senza cristallizzarla in un modello produttivo che non rappresenta più tutte le realtà contemporanee. Una disciplina aggiornata dovrà offrire criteri comprensibili, applicabili e coerenti con le diverse traiettorie di sviluppo delle imprese.
La dimensione aziendale non può diventare un limite alla crescita
Uno dei nodi più rilevanti riguarda il rapporto tra la qualifica artigiana e la crescita dimensionale. In base alla disciplina vigente, i requisiti per il riconoscimento dell'impresa artigiana comprendono anche limiti e condizioni legati alla tipologia di attività e all'organizzazione aziendale. L'ampliamento della produzione, l'introduzione di nuove tecnologie, l'assunzione di personale o la modifica della struttura organizzativa possono quindi rendere necessario verificare la permanenza dei requisiti previsti.
La crescita, però, non è un processo uniforme. Vi sono imprese che rimangono di piccole dimensioni perché operano in mercati di nicchia, puntano sulla personalizzazione o scelgono un'organizzazione snella. Altre, pur partendo da una matrice artigiana, sviluppano capacità produttive, ampliano il mercato, investono nell'innovazione e diventano fornitori di filiere più ampie. In entrambi i casi, la dimensione non è di per sé sufficiente a descrivere la qualità, la natura o la competitività dell'attività.
La revisione dei criteri di qualificazione dovrà chiarire quali elementi definiscano la specificità artigiana e quali vincoli possano essere aggiornati, tenendo conto delle diverse forme organizzative e dei percorsi di sviluppo delle imprese.
Il tema coinvolge anche la struttura societaria. La scelta della forma giuridica e la distribuzione delle responsabilità gestionali devono poter rispondere alle esigenze di investimento, continuità e organizzazione. L'obiettivo è evitare che regole non più adeguate producano ostacoli sproporzionati rispetto alla natura effettiva dell'attività, preservando al contempo i requisiti che giustificano il riconoscimento della specificità artigiana.
Il lavoro dell'imprenditore e il valore delle competenze
Al centro della riflessione rimane la figura dell'imprenditore. La dimensione artigiana è storicamente legata alla conoscenza diretta del processo produttivo, alla capacità di intervenire sul prodotto e alla responsabilità personale nella conduzione dell'attività. Questo patrimonio non coincide necessariamente con l'esecuzione manuale di ogni fase della lavorazione. Può esprimersi anche nella progettazione, nella scelta delle tecniche, nel controllo della qualità, nell'organizzazione delle competenze e nella capacità di trasmettere un sapere professionale.
La modernizzazione tecnologica non elimina il valore della componente umana: ne modifica le modalità di espressione. Un laboratorio può integrare strumenti digitali, sistemi automatizzati e tecnologie avanzate mantenendo un forte contenuto di competenza, creatività e responsabilità imprenditoriale. La questione non è contrapporre il lavoro manuale alla tecnologia, ma comprendere come le conoscenze e le capacità dell'imprenditore continuino a incidere sul processo produttivo anche quando cambiano gli strumenti e l'organizzazione.
Un ulteriore elemento riguarda la trasmissione intergenerazionale. In molte imprese artigiane il patrimonio aziendale non è costituito soltanto da beni materiali, ma anche da competenze, relazioni con i clienti, conoscenza dei mercati e capacità operative maturate nel tempo. La continuità generazionale può rappresentare un'opportunità di conservazione e, insieme, di rinnovamento, quando le nuove generazioni integrano il sapere esistente con nuove tecnologie, linguaggi e strategie commerciali.
La riforma è chiamata a considerare questa dimensione, affinché il riconoscimento dell'artigianato non si limiti a una fotografia dell'impresa in un determinato momento, ma tenga conto anche della sua capacità di evolvere e di trasferire competenze.
Artigianato e industria: superare le contrapposizioni
Il confronto tra artigianato e industria viene talvolta rappresentato come una distinzione netta tra piccola e grande impresa, tra lavoro manuale e produzione tecnologica, tra tradizione e innovazione. La realtà è più articolata. Le filiere produttive contemporanee si fondano spesso sulla collaborazione tra imprese di diversa dimensione, specializzazione e organizzazione. Un'impresa artigiana può essere un elemento essenziale di una catena industriale, così come una realtà industriale può conservare al proprio interno competenze, lavorazioni e processi che derivano da una cultura artigiana.
La distinzione conserva una funzione giuridica e amministrativa, ma non dovrebbe trasformarsi in una gerarchia di valore. L'impresa non è più competitiva soltanto perché è più grande, così come non è automaticamente più autentica o più legata al territorio perché è piccola. La competitività dipende da una pluralità di fattori: produttività, qualità, capacità di innovazione, organizzazione, accesso ai mercati, disponibilità di capitale umano e possibilità di investire.
Per il sistema italiano, caratterizzato da una presenza significativa di micro, piccole e medie imprese, la questione riguarda anche la capacità di costruire percorsi di crescita. La dimensione può influire sull'accesso al credito, sulla partecipazione a gare e commesse, sulla possibilità di sostenere investimenti e sulla capacità di affrontare mercati internazionali. Ma una politica di sviluppo non può limitarsi a promuovere l'aumento delle dimensioni: deve consentire alle imprese di scegliere modelli organizzativi coerenti con il proprio mercato e di collaborare all'interno di reti e filiere.
Regole, lavoro e corretta lettura dei costi
Il tema della riforma si intreccia con quello del lavoro e dei costi che incidono sulla gestione aziendale. In questo ambito è necessario evitare semplificazioni: il trattamento economico e normativo dei lavoratori dipende dal contratto collettivo effettivamente applicato, dal livello di inquadramento, dalle mansioni, dagli accordi integrativi e dalle disposizioni vigenti. Non è corretto ricondurre automaticamente a tutto il settore artigiano o a tutto quello industriale un determinato numero di mensilità, un costo del lavoro uniforme o un regime contributivo identico.
Per le imprese, la possibilità di programmare le assunzioni richiede trasparenza e prevedibilità. Il costo complessivo del lavoro comprende componenti retributive, contributive, assicurative e organizzative, che devono essere valutate in relazione alla specifica attività e al contratto applicato. Anche la fiscalità personale del lavoratore va distinta dagli oneri a carico dell'impresa: l'IRPEF è un'imposta sul reddito della persona e non varia semplicemente in base al fatto che il datore di lavoro appartenga al comparto artigiano o industriale.
Un quadro normativo efficace dovrebbe favorire la regolarità, la qualità dell'occupazione e la crescita della produttività, senza alimentare contrapposizioni tra categorie di imprese. Il punto di equilibrio non si raggiunge comprimendo il costo del lavoro come obiettivo isolato, ma sostenendo investimenti, competenze, innovazione organizzativa e condizioni che consentano alle aziende di generare valore.
Credito, investimenti e strumenti di accompagnamento
La possibilità di investire è una delle condizioni essenziali per la continuità e lo sviluppo delle imprese artigiane. L'acquisto di macchinari, l'ammodernamento degli impianti, la digitalizzazione, l'efficientamento energetico, la formazione e l'apertura verso nuovi mercati richiedono risorse finanziarie e una capacità di pianificazione che non tutte le imprese riescono a sostenere autonomamente.
È importante distinguere tra misure dedicate specificamente alle imprese artigiane, strumenti rivolti alla generalità delle PMI e incentivi settoriali o territoriali. Il Fondo di Garanzia per le PMI, ad esempio, è uno strumento pubblico che facilita l'accesso al credito attraverso una garanzia sul finanziamento, e non un contributo a fondo perduto. La Nuova Sabatini sostiene gli investimenti delle PMI in beni strumentali, secondo requisiti e condizioni stabiliti dalla disciplina applicabile. Altre misure possono riguardare specifiche filiere, obiettivi ambientali, innovazione o aree territoriali. La possibilità di accedere a ciascuno strumento dipende quindi dalla normativa, dalle caratteristiche dell'impresa e dal progetto presentato.
In questo quadro si colloca anche il protocollo d'intesa annunciato nel giugno 2026 da SACE e Artigiancassa, volto a sviluppare forme di collaborazione tra soluzioni assicurativo-finanziarie, strumenti per l'export e finanziamenti a medio-lungo termine, a sostegno della crescita, dell'innovazione e dell'internazionalizzazione.
L'accordo indica una direzione di collaborazione tra strumenti finanziari e servizi di accompagnamento, ma la sua efficacia concreta dipenderà dalle modalità operative, dalla capacità di raggiungere le imprese e dalla possibilità di rispondere alle esigenze specifiche dei diversi territori.
Il tema della prossimità finanziaria resta centrale. Per molte micro e piccole imprese, l'accesso al credito non dipende soltanto dalla disponibilità di una misura, ma anche dalla capacità di comprenderne i requisiti, predisporre un progetto credibile e dialogare con gli intermediari. Un sistema di sostegno efficace deve quindi associare gli strumenti finanziari a informazione, assistenza tecnica e accompagnamento, affinché le opportunità non rimangano accessibili soltanto alle aziende che dispongono già di competenze amministrative e progettuali strutturate.
Semplificazione amministrativa e rapporto con il territorio
La competitività delle imprese dipende anche dalla qualità del rapporto con la pubblica amministrazione. Procedure comprensibili, tempi prevedibili, interoperabilità dei sistemi e informazioni aggiornate possono ridurre gli oneri organizzativi e consentire agli imprenditori di dedicare maggiori risorse all'attività produttiva.
L'aggiornamento delle procedure telematiche del Registro delle Imprese rientra nel più ampio percorso di modernizzazione amministrativa. Si tratta di interventi tecnici sulle modalità di predisposizione e trasmissione delle pratiche, che vanno tenuti distinti dalla riforma sostanziale della definizione di impresa artigiana.
La semplificazione amministrativa e la revisione dei requisiti giuridici sono ambiti distinti, ma entrambi incidono sull'esperienza concreta delle imprese.
In Campania, la legge regionale n. 11 del 14 ottobre 2015 ha disposto, a decorrere dal 1° gennaio 2016, la soppressione dell'Albo delle imprese artigiane come registro autonomo, prevedendo l'annotazione delle imprese in possesso dei requisiti di legge nella sezione speciale del Registro delle Imprese, tenuto presso la Camera di Commercio competente.
Questo assetto rende particolarmente importante la chiarezza dei procedimenti, il coordinamento tra gli enti e la corretta informazione alle aziende che avviano, modificano o sviluppano la propria attività.
Il rapporto con le istituzioni territoriali assume quindi una funzione concreta: intercettare le criticità operative, favorire il dialogo tra imprese e amministrazioni e contribuire a rendere le politiche di sviluppo accessibili anche alle realtà più piccole. La prossimità non è soltanto una questione geografica, ma anche la capacità delle istituzioni di comprendere le condizioni in cui operano le imprese e di tradurre gli indirizzi normativi in procedure effettivamente praticabili.
La dimensione nazionale del confronto e il ruolo delle istituzioni
Una riforma che interviene sulla definizione e sulle prospettive dell'artigianato coinvolge più livelli di responsabilità: il legislatore nazionale, il Governo chiamato ad attuare la delega, le Regioni, le Camere di Commercio e gli organismi che rappresentano le imprese. Il confronto deve quindi mettere in relazione le esigenze operative delle aziende con la costruzione delle norme e con la loro applicazione nei territori.
La presenza di interlocutori con esperienze istituzionali e politiche differenti consente di osservare la questione da prospettive complementari. La dimensione nazionale delle politiche per le imprese, il ruolo della rappresentanza associativa, le competenze regionali e l'esperienza amministrativa locale concorrono a delineare un quadro nel quale la riforma non può essere affrontata come un tema esclusivamente tecnico o di categoria.
In questo contesto, la partecipazione di Andrea Striano, componente del Dipartimento Nazionale Imprese e Mondi Produttivi di Fratelli d'Italia, consente di approfondire la prospettiva del dibattito politico nazionale sulle politiche per il sistema produttivo. La sua presenza assume particolare rilievo anche in relazione al percorso parlamentare della Legge annuale sulle piccole e medie imprese, nell'ambito del quale è stata introdotta la delega per la riforma dell'artigianato. Il coinvolgimento di esponenti di Fratelli d'Italia nell'iter del provvedimento, anche attraverso il ruolo svolto dal relatore alla Camera, Fabio Pietrella, offre un ulteriore elemento di contesto per comprendere il confronto politico sulle prospettive di aggiornamento della disciplina.
La prospettiva regionale è rappresentata anche dall'esperienza di Francesco Iovino, Consigliere regionale della Campania e Presidente della Commissione speciale Trasparenza, e da quella di Gaetano "Nino" Simeone, Consigliere regionale e Capogruppo di "Roberto Fico Presidente", con esperienze e incarichi che si collegano al funzionamento delle istituzioni, alla trasparenza amministrativa, alle infrastrutture e alle politiche territoriali. Il loro apporto consente di collocare il tema dell'impresa nel più ampio rapporto tra sviluppo economico, qualità dell'azione pubblica e condizioni infrastrutturali.
Casartigiani, rappresentanza e continuità delle competenze
La dimensione associativa costituisce un ulteriore elemento essenziale per comprendere l'evoluzione dell'artigianato. Le organizzazioni di rappresentanza hanno storicamente svolto una funzione di collegamento tra le imprese, le istituzioni e i processi di definizione delle politiche economiche. La loro esperienza si misura nella capacità di raccogliere esigenze diverse, dare voce alle realtà produttive e contribuire alla costruzione di strumenti che possano accompagnare le trasformazioni del settore.
Il percorso di Fabrizio Luongo, Segretario di Casartigiani Napoli e Vicepresidente della Camera di Commercio di Napoli, si colloca nella tradizione della rappresentanza artigiana e nel rapporto tra le imprese e le istituzioni. Il suo legame con il mondo associativo, radicato anche nella storia familiare, costituisce un elemento significativo per affrontare il tema dell'artigianato non soltanto come categoria normativa, ma come comunità di imprese, professionalità e relazioni costruite nel tempo.
La conoscenza diretta delle esigenze delle aziende, il rapporto con i territori e l'esperienza della rappresentanza possono contribuire a leggere le ricadute concrete delle scelte normative. In questa prospettiva assumono rilievo anche il tema della finanza di prossimità e la necessità di strumenti capaci di accompagnare le imprese nelle diverse fasi della loro crescita. La riflessione su Artigiancassa, sulle garanzie e sulle misure di sostegno si lega così a una questione più ampia: come rendere effettivamente accessibili le opportunità di investimento e innovazione alle imprese artigiane.
La Campania e la sfida di un sistema produttivo integrato
Per la Campania, la riforma dell'artigianato si intreccia con la necessità di rafforzare un sistema produttivo composto da imprese con dimensioni, specializzazioni e livelli di organizzazione differenti. Le attività artigiane contribuiscono alla vitalità economica dei territori, alla conservazione di competenze e alla presenza di produzioni specializzate; le PMI industriali e dei servizi completano filiere che possono generare occupazione, investimenti e opportunità sui mercati nazionali e internazionali.
Il tema non è individuare un unico modello di impresa da privilegiare, ma creare le condizioni perché ciascuna realtà possa sviluppare le proprie potenzialità, costruire collaborazioni e accedere agli strumenti adeguati. In questa prospettiva, infrastrutture, mobilità, servizi pubblici, formazione e qualità amministrativa diventano componenti della politica industriale e dello sviluppo territoriale.
Per la Campania, il confronto tra rappresentanza delle imprese, istituzioni regionali e prospettive politiche permette di mettere in relazione la riforma nazionale con le condizioni concrete in cui operano le aziende. La qualità della programmazione, la trasparenza amministrativa, le infrastrutture, la mobilità e l'accessibilità degli strumenti di sostegno sono aspetti che concorrono a determinare le opportunità di sviluppo del territorio. La diversità delle esperienze coinvolte offre quindi l'occasione di approfondire il rapporto tra regole nazionali, bisogni delle imprese e politiche territoriali, senza presupporre valutazioni necessariamente coincidenti.
Una riforma da misurare nei suoi effetti concreti
Il valore di una riforma non si esaurisce nelle finalità dichiarate. Saranno i criteri attuativi, la chiarezza delle disposizioni e la loro applicazione a determinare gli effetti sulle imprese. Per questo, l'aggiornamento della disciplina dell'artigianato dovrà essere valutato anche alla luce della sua capacità di ridurre le incertezze, rendere più comprensibili i requisiti, accompagnare gli investimenti e garantire che la crescita non si traduca in un percorso amministrativo eccessivamente complesso.
Un aspetto decisivo sarà il coordinamento tra le norme nazionali e le procedure regionali, insieme alla disponibilità di informazioni chiare per imprese, professionisti e organismi di rappresentanza. Un altro riguarderà la coerenza tra il riconoscimento della qualifica artigiana e gli strumenti di sostegno: le misure devono essere leggibili, accessibili e calibrate sui progetti, evitando che la sola appartenenza formale a una categoria venga confusa con la capacità effettiva di realizzare investimenti o generare sviluppo.
La riforma offre quindi l'opportunità di riconsiderare il modo in cui il sistema pubblico riconosce e accompagna le imprese. Il risultato atteso non è l'eliminazione delle differenze tra artigianato e industria, ma un quadro normativo capace di riconoscere le specificità senza ostacolare le trasformazioni produttive.
✦ Riflessione finale
L'artigianato è una parte viva del sistema economico e non soltanto una memoria della tradizione produttiva italiana. La sua capacità di rinnovarsi dipende dalla possibilità di integrare competenze, tecnologia, organizzazione e apertura ai mercati, mantenendo il valore del lavoro e della responsabilità imprenditoriale.
La riforma invita a considerare l'impresa artigiana nella sua evoluzione, riconoscendo il valore delle competenze e della responsabilità imprenditoriale anche quando cambiano i processi produttivi e le forme organizzative. La sfida sarà tradurre questa visione in regole chiare, capaci di accompagnare le trasformazioni senza compromettere la riconoscibilità della qualifica.
Per le imprese, la questione fondamentale rimane poter operare in un contesto nel quale investire, innovare, assumere e svilupparsi non diventi un fattore di incertezza normativa. Per le istituzioni e per la rappresentanza, la responsabilità è contribuire a un confronto concreto, capace di tradurre le esigenze produttive in strumenti e procedure efficaci.
Il futuro dell'artigianato, in definitiva, riguarda il futuro dell'impresa italiana nel suo complesso: la capacità di conservare competenze e identità, generare nuove opportunità e partecipare da protagonista a un'economia in continua trasformazione.
🎙 PUNTATA 33 – CICLO 2026
🎙 Conduce e cura il format
Luigi Carfora
Presidente di Confimi Industria Campania
Presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion.
👤 Ospiti:
Fabrizio Luongo
Segretario di Casartigiani Napoli e Vicepresidente della Camera di Commercio di Napoli.
Andrea Striano
Componente del Dipartimento Nazionale Imprese e Mondi Produttivi di Fratelli d'Italia.
Francesco Iovino
Consigliere regionale della Campania, Capogruppo di "Riformisti e Moderati – Lista Cirielli – ECR" e Presidente della Commissione speciale Trasparenza.
Gaetano "Nino" Simeone
Consigliere regionale della Campania e Capogruppo "Roberto Fico Presidente" e Vicepresidente della Commissione speciale Trasparenza.
🎬 Regia
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Visioni di Impresa – Portale ufficiale:
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✦ Nota di responsabilità editoriale
Il presente articolo è un approfondimento editoriale realizzato nell'ambito del format Visioni di Impresa, con finalità informative e di analisi sui temi economici, normativi e istituzionali trattati nella puntata.
Le valutazioni e le considerazioni di carattere generale contenute nel testo costituiscono l'elaborazione editoriale del tema e non devono essere intese come dichiarazioni attribuite agli ospiti, salvo quanto espressamente riportato e verificato. Le opinioni eventualmente espresse dai partecipanti nel corso della puntata restano riconducibili ai rispettivi autori e non implicano necessariamente la posizione ufficiale delle istituzioni, delle organizzazioni o delle forze politiche di appartenenza.
I riferimenti normativi e informativi sono riportati a fini di approfondimento e non costituiscono consulenza legale, fiscale o finanziaria. Per l'applicazione delle disposizioni e per la verifica dei requisiti relativi a specifiche situazioni aziendali, si rinvia alle fonti istituzionali competenti e agli eventuali professionisti incaricati.

