Luigi Carfora: quando un asset strategico cambia bandiera. Quali saranno gli asset strategici del futuro?

14.08.2026

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Luigi Carfora: quando un asset strategico cambia bandiera. Quali saranno gli asset strategici di domani?

di Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion

L'8 maggio 2026 SOCAR, la compagnia petrolifera statale dell'Azerbaigian, ha annunciato il perfezionamento dell'acquisizione del 99,82% del capitale di Italiana Petroli (IP) da API Holding, dopo l'ottenimento di tutte le autorizzazioni regolamentari previste. L'operazione era stata annunciata il 23 settembre 2025 con la firma dell'accordo per la vendita. Con il perfezionamento dell'operazione, Italiana Petroli è entrata a far parte del gruppo internazionale SOCAR.

Non stiamo parlando di una società qualsiasi. Italiana Petroli ha una storia industriale di oltre novant'anni e dispone di un sistema integrato che comprende due raffinerie, depositi di stoccaggio, infrastrutture logistiche e una rete nazionale di distribuzione. Nel 2026 il gruppo indica una rete di 4.575 stazioni di servizio, oltre alle attività di approvvigionamento e distribuzione rivolte anche ad aeroporti e porti italiani.

È quindi comprensibile che l'operazione abbia riaperto una discussione sulla proprietà degli asset energetici italiani e, più in generale, sulla progressiva perdita di controllo nazionale su parti importanti del nostro patrimonio industriale.

Ed è proprio da qui che nasce la mia riflessione.

Il tema, a mio avviso, non può essere affrontato soltanto chiedendosi se sia positivo o negativo che un grande gruppo energetico italiano passi sotto il controllo di una società straniera. La questione è più ampia e riguarda il modo nel quale, da decenni, l'Italia interpreta il rapporto tra mercato, industria, capitale e interesse nazionale.

La cessione di importanti imprese e asset industriali italiani non è iniziata con Italiana Petroli. Nel corso degli ultimi decenni il nostro Paese ha attraversato una lunga stagione di privatizzazioni, dismissioni e trasferimenti di proprietà che ha modificato profondamente la presenza dello Stato nell'economia e la struttura del sistema industriale nazionale.

Non credo, però, che la risposta possa consistere nel considerare ogni investimento straniero come una minaccia o nel sostenere che lo Stato debba necessariamente essere proprietario di ogni grande impresa. Un'economia moderna ha bisogno di capitali privati, di investimenti internazionali e di imprese capaci di confrontarsi con il mercato globale.

Il problema è un altro: un Paese industriale può permettersi di non avere una visione di lungo periodo sui propri interessi industriali, energetici e tecnologici?

È questa la ragione per cui considero ancora attuale una concezione della politica economica nella quale lo Stato non sia soltanto un osservatore del mercato, né intervenga esclusivamente per correggerne gli squilibri, ma mantenga una responsabilità nell'orientare gli investimenti, sostenere la ricerca e l'innovazione, rafforzare la capacità competitiva delle imprese e tutelare gli interessi che riguardano la sicurezza economica e strategica del Paese.

Non significa necessariamente che lo Stato debba possedere tutto. Significa che deve essere capace di stabilire quali interessi siano strategici, quali asset debbano essere preservati e quali nuovi asset debbano essere costruiti.

Ed è proprio da questa considerazione che, di fronte alla vendita di Italiana Petroli, la mia lettura si discosta da quella che tende automaticamente a considerare ogni cessione di un grande asset nazionale come una perdita.

Siamo davvero sicuri che sia stato un errore?

La domanda non vuole essere una difesa dell'operazione e non vuole neppure negare il problema più generale della progressiva perdita di proprietà nazionale di importanti attività industriali. Non abbiamo elementi pubblici sufficienti per affermare che la vendita di Italiana Petroli sia stata concepita da API Holding come una strategia per riallocare capitale verso altri settori.

Possiamo però porci una domanda che considero molto più interessante dal punto di vista della politica industriale: un asset che è stato strategico per il nostro Paese per molti decenni continuerà necessariamente ad avere la stessa rilevanza strategica anche nel mondo che stiamo costruendo?

La domanda diventa particolarmente importante quando guardiamo al settore degli idrocarburi.

Petrolio e gas continueranno ad avere un ruolo rilevante nell'economia mondiale ancora per molti anni. Sarebbe poco serio sostenere che gli idrocarburi siano destinati a scomparire nel breve periodo. Il punto, tuttavia, non è stabilire se domani mattina smetteremo di utilizzare petrolio e gas. Il punto è comprendere se il loro peso relativo e la loro funzione strategica siano destinati a cambiare, soprattutto nel sistema industriale europeo.

L'Unione europea ha costruito negli ultimi anni un quadro di politica energetica e industriale che va precisamente in questa direzione. REPowerEU mira a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, diversificare le fonti di approvvigionamento, accelerare la produzione di energia pulita e rafforzare la sicurezza energetica europea. La Commissione europea indica inoltre tra le priorità la decarbonizzazione dell'industria, la diffusione delle energie rinnovabili e gli investimenti nelle infrastrutture energetiche.

Anche nel settore automobilistico il cambiamento è molto concreto. La normativa europea vigente stabilisce per le nuove autovetture e i nuovi furgoni un obiettivo di 0 grammi di CO₂ per chilometro dal 2035, corrispondente a una riduzione del 100% delle emissioni allo scarico rispetto al quadro regolatorio previsto. La Commissione europea precisa che questo obiettivo fa parte del percorso di decarbonizzazione dei trasporti e di sviluppo della mobilità a zero emissioni.

Questo non significa che nel 2035 le automobili con motore termico già circolanti spariranno, né che il petrolio perderà improvvisamente ogni valore. Significa però che il mercato europeo della mobilità e una parte significativa della politica industriale europea stanno spostando progressivamente il proprio baricentro verso tecnologie che riducono la dipendenza dai combustibili fossili.

La direzione è confermata anche dalle più recenti iniziative della Commissione. Nel luglio 2026 Bruxelles ha presentato un piano per accelerare l'elettrificazione dell'economia europea, con l'obiettivo di portare la quota di elettrificazione dal 23% attuale al 46% entro il 2040. La Commissione collega esplicitamente questa trasformazione alla riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e alla maggiore resilienza dell'economia europea rispetto agli shock geopolitici.

È questo, a mio avviso, il punto che dobbiamo avere il coraggio di considerare quando parliamo di asset strategici.

L'energia non perderà la propria strategicità. Cambierà la natura dell'energia che sarà strategica.

E questa differenza è fondamentale.

Perché se il futuro energetico europeo sarà progressivamente caratterizzato da maggiore elettrificazione, fonti rinnovabili, sistemi di accumulo, idrogeno, reti intelligenti, efficienza e nuove tecnologie di produzione, allora dobbiamo domandarci se il concetto di asset energetico strategico possa continuare a essere identificato prevalentemente con raffinerie, carburanti e infrastrutture costruite intorno agli idrocarburi.

Non è una domanda teorica.

È una domanda che riguarda direttamente la sovranità energetica dell'Italia e dell'Europa.

Perché la vera sovranità energetica non consiste soltanto nel possedere un impianto o una rete. Consiste nella capacità di assicurarsi nel tempo energia sufficiente, competitiva e affidabile, riducendo le vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da risorse e fornitori esterni.

Ed è proprio questa trasformazione che dobbiamo osservare quando guardiamo alla vendita di Italiana Petroli.

Forse, prima di stabilire che abbiamo semplicemente perso un asset strategico, dobbiamo capire quali saranno gli asset energetici realmente strategici nel sistema industriale che si sta formando davanti a noi.

Grafica di Luigi Carfora sugli asset strategici del futuro, con il passaggio dall'energia tradizionale a energie alternative, intelligenza artificiale e robotica.
Dalla vendita di Italiana Petroli a SOCAR alla nuova frontiera degli asset strategici: energia, intelligenza artificiale, robotica, innovazione e capitale umano. Una riflessione di Luigi Carfora sul futuro della competitività industriale.

Il futuro, però, non ci chiederà meno energia. Molto probabilmente ce ne chiederà di più. La crescita dell'intelligenza artificiale, dei data center, della robotica avanzata, delle fabbriche automatizzate, della mobilità elettrica e delle infrastrutture digitali sta infatti creando una domanda crescente di energia, ma anche una domanda di energia sempre più affidabile, disponibile e competitiva.

È questo uno dei paradossi apparenti della transizione che dobbiamo comprendere. Da una parte l'Europa vuole ridurre progressivamente la propria dipendenza dai combustibili fossili; dall'altra, proprio la trasformazione tecnologica e industriale che dovrebbe accompagnare questa transizione richiederà quantità crescenti di elettricità. Non stiamo quindi entrando in un'economia nella quale l'energia diventerà meno importante. Stiamo entrando in un'economia nella quale l'energia diventerà ancora più importante, ma dovrà essere prodotta e gestita in modo diverso.

L'intelligenza artificiale è un esempio particolarmente evidente. I sistemi di AI richiedono infrastrutture di calcolo sempre più potenti e, di conseguenza, data center capaci di funzionare in modo continuo. La Commissione europea ha riconosciuto esplicitamente il fabbisogno energetico come una delle questioni da affrontare per lo sviluppo delle infrastrutture europee di AI e, più in generale, sta lavorando per rafforzare contemporaneamente capacità computazionale, infrastrutture digitali ed energia necessaria ad alimentarle.

Lo stesso vale per la robotica. La robotica cognitiva e quella che in Europa viene sempre più ricondotta al concetto di physical AI rappresentano il passaggio dall'intelligenza che opera soltanto attraverso uno schermo all'intelligenza capace di interagire con il mondo fisico. Robot industriali sempre più autonomi, sistemi collaborativi e, in prospettiva, robot umanoidi richiederanno energia, infrastrutture, capacità di calcolo e reti di comunicazione, ma anche competenze umane in grado di progettarli, integrarli e governarli.

Questo significa che non dobbiamo contrapporre la transizione energetica alla trasformazione tecnologica. Le due trasformazioni sono destinate a rafforzarsi reciprocamente. Le nuove tecnologie avranno bisogno di una disponibilità crescente di energia, mentre la produzione e la gestione dell'energia avranno sempre più bisogno di intelligenza artificiale, automazione, sensoristica, sistemi di controllo e reti intelligenti.

È proprio in questa convergenza che, a mio avviso, dobbiamo iniziare a individuare gli asset strategici del futuro.

Non saranno soltanto gli impianti che producono energia, ma anche le tecnologie che permettono di produrla in modo più efficiente e diversificato, di accumularla quando viene prodotta in eccesso, di distribuirla attraverso reti intelligenti e di utilizzarla dove serve. Avranno quindi un valore crescente le infrastrutture per le energie rinnovabili, i sistemi di accumulo, l'idrogeno, le reti elettriche, l'elettrificazione industriale e le tecnologie necessarie per rendere il sistema energetico più flessibile e resiliente.

A questi asset energetici se ne aggiungeranno altri che appartengono alla sfera tecnologica: la capacità computazionale, i semiconduttori, i dati, le infrastrutture digitali, l'intelligenza artificiale, la robotica, i sistemi autonomi e le competenze necessarie per svilupparli. La Commissione europea considera ormai la robotica basata sull'intelligenza artificiale un ambito rilevante per la competitività industriale e per la sovranità tecnologica europea.

È qui che il concetto di sovranità energetica incontra quello di sovranità tecnologica.

Una nazione può ridurre la propria dipendenza dal petrolio e dal gas, ma se contemporaneamente diventa dipendente dall'estero per i sistemi di accumulo, per i semiconduttori, per la capacità computazionale, per le tecnologie dell'intelligenza artificiale o per le infrastrutture digitali, non avrà raggiunto una vera autonomia strategica. Avrà semplicemente spostato la propria dipendenza da un settore a un altro.

La sovranità del futuro, quindi, non potrà essere soltanto energetica e non potrà essere soltanto tecnologica. Dovrà essere industriale, perché sarà determinata dalla capacità di un Paese di integrare energia, tecnologia, infrastrutture, capitale e competenze all'interno di un sistema produttivo competitivo.

Ed è qui che torna la domanda dalla quale siamo partiti.

Se consideriamo strategico un asset soltanto perché lo è stato nel passato, rischiamo di confondere la conservazione con la strategia. Se, al contrario, consideriamo strategico tutto ciò che è nuovo soltanto perché è tecnologicamente avanzato, rischiamo di dimenticare che nessuna tecnologia può esistere senza energia, infrastrutture e persone.

La vera sfida consiste quindi nel comprendere quali combinazioni di asset saranno in grado di produrre autonomia, valore e competitività nel futuro.

È anche per questo che non credo sia sufficiente discutere della vendita di Italiana Petroli soltanto nei termini della perdita di una raffineria, di una rete di distribuzione o di un grande operatore nazionale. La domanda più importante è che cosa intendiamo fare, come sistema Paese, rispetto alla trasformazione che sta investendo contemporaneamente energia, mobilità, industria e tecnologia.

Se la vendita di un asset maturo significa semplicemente rinunciare a una capacità industriale senza costruirne un'altra, allora la critica alla logica della svendita rimane pienamente fondata. Se invece una trasformazione proprietaria diventa parte di un processo più ampio nel quale capitale, investimenti e capacità imprenditoriali vengono orientati verso nuovi settori, nuove tecnologie e nuovi mercati, allora il giudizio deve necessariamente essere più articolato.

Nel caso di Italiana Petroli non abbiamo elementi pubblici sufficienti per affermare che la vendita a SOCAR sia stata realizzata con questa finalità. Sarebbe quindi improprio presentarla come una strategia dichiarata di riallocazione del capitale. Possiamo però utilizzare questa operazione per porre una domanda che riguarda l'intero sistema industriale italiano: siamo capaci di trasformare gli asset del presente negli asset di cui avremo bisogno nel futuro?

Questa domanda riporta necessariamente al ruolo della politica industriale.

Lo Stato non deve necessariamente essere proprietario di ogni impresa strategica, ma deve avere la capacità di individuare gli interessi nazionali di lungo periodo e creare le condizioni affinché il sistema produttivo possa svilupparsi nella direzione che questi interessi richiedono. Questo significa sostenere la ricerca, favorire gli investimenti, rafforzare le infrastrutture, sviluppare competenze, facilitare la crescita dimensionale delle imprese e creare condizioni nelle quali il capitale italiano possa essere protagonista, e non soltanto oggetto, dei processi di consolidamento industriale.

La questione non è quindi scegliere tra Stato e mercato. La questione è capire quale rapporto tra Stato, mercato e impresa sia necessario per costruire una politica industriale capace di guardare oltre il ciclo economico immediato.

È in questo passaggio che la riflessione incontra il percorso di Visioni di Impresa e il paradigma della Generatività.

La Generatività, nella prospettiva che sto sviluppando, non significa semplicemente produrre qualcosa di nuovo. Significa avere la capacità di trasformare ciò che abbiamo ricevuto in qualcosa che possa creare valore per chi verrà dopo di noi. Significa considerare capitale, impresa, tecnologia, conoscenza e competenze non soltanto come patrimonio da conservare, ma come strumenti attraverso i quali costruire nuove possibilità.

Applicata alla politica industriale, questa idea porta a una conseguenza precisa. Non è sufficiente chiedersi quali asset dobbiamo difendere. Dobbiamo essere capaci di individuare quali asset dobbiamo costruire, quali competenze dobbiamo sviluppare e quali tecnologie dobbiamo rendere parte della nostra capacità produttiva.

Perché il futuro energetico non sarà meno importante per il fatto di essere diverso. Al contrario, sarà probabilmente ancora più importante perché dovrà alimentare un'economia sempre più elettrificata, digitale e automatizzata. E il futuro tecnologico non potrà prescindere dall'energia che lo alimenterà.

La vera partita sarà quindi nella capacità di costruire un sistema nel quale energia, tecnologia, infrastrutture, imprese e capitale umano si rafforzino reciprocamente.

È questa, a mio avviso, la prospettiva nella quale dobbiamo leggere anche la vicenda Italiana Petroli. Non possiamo limitarci a dire che abbiamo perso un asset strategico, così come non possiamo affermare, senza prove, che la sua vendita sia stata una scelta strategica rivolta verso il futuro.

Possiamo però porci una domanda molto più importante: che cosa farà l'Italia dopo la vendita di un asset del passato?

Se continueremo semplicemente a cedere patrimonio industriale senza costruire nuove capacità, la critica alla mentalità della svendita resterà pienamente attuale. Se invece saremo capaci di utilizzare capitale, conoscenza, politica industriale e capacità imprenditoriale per costruire i nuovi asset energetici e tecnologici, allora potremo trasformare una fase di cambiamento in una nuova stagione industriale.

È questa la vera questione della sovranità.

Non soltanto chi possiede oggi una raffineria, una rete o un'infrastruttura, ma chi sarà in grado di produrre l'energia di domani, governare le reti attraverso cui verrà distribuita, sviluppare le tecnologie che la utilizzeranno, costruire i sistemi di intelligenza artificiale e di robotica che trasformeranno la produzione e formare le persone capaci di governare tutto questo.

In definitiva, la domanda non è soltanto quali asset strategici stiamo perdendo, ma quali asset strategici saremo capaci di generare.

Ed è probabilmente qui che la discussione sulla vendita di Italiana Petroli acquista un significato più ampio. Perché il futuro industriale non sarà determinato soltanto dalla capacità di conservare ciò che abbiamo ereditato dal passato, ma dalla capacità di comprendere per tempo ciò che diventerà strategico e di costruire intorno a quella consapevolezza una nuova capacità produttiva nazionale.

La sfida, quindi, non è scegliere tra energia e tecnologia, tra Stato e mercato, tra conservazione e cambiamento. È costruire una politica industriale capace di tenere insieme queste dimensioni e di trasformarle in autonomia, competitività e valore per il futuro.


Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane Promotion

Una riflessione nel percorso di Visioni di Impresa e sul paradigma della Generatività.


Fonti principali: Italiana Petroli – Gruppo API; Commissione europea – Climate Action; Commissione europea – Energy; Commissione europea – Digital Strategy.


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