LUIGI CARFORA: RISIKO BANCARIO, RISPARMIO E SOVRANITÀ ECONOMICA — CHI CONTROLLERÀ IL CAPITALE ITALIANO?

26.08.2026

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Economia e Imprese

Dalla banca tradizionale alla finanza digitale: il futuro del risparmio italiano, la tutela dei depositanti, la Borsa e il rapporto tra capitale, imprese e sovranità democratica.

Luigi Carfora
Presidente di Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania

Il dibattito sul risiko bancario viene spesso raccontato come una partita tra grandi gruppi: chi acquisisce chi, quali banche si fondono, quali nuovi soggetti emergeranno.

Ma c'è una questione molto più importante che riguarda direttamente milioni di italiani:

che cosa succede al risparmio delle famiglie quando il sistema bancario cambia e quando una parte crescente del denaro depositato viene trasformata in investimento finanziario?

È su questo punto che ritengo necessario fare chiarezza.

Prima distinzione: il denaro sul conto non è la stessa cosa del denaro investito

Questa è probabilmente la prima informazione che ogni risparmiatore dovrebbe conoscere.

Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) garantisce oggi i depositi fino a 100.000 euro per depositante e per singola banca.

La tutela riguarda, tra gli altri, conti correnti, conti di deposito, certificati di deposito e libretti di risparmio.

Ma c'è una differenza fondamentale.

Azioni e obbligazioni emesse dalla banca non sono depositi e non rientrano nella garanzia del FITD.

Questo significa che avere 100.000 euro sul conto corrente e avere 100.000 euro investiti in azioni o obbligazioni di quella stessa banca sono due situazioni completamente diverse dal punto di vista del rischio.

La tutela non riguarda però indistintamente tutto il denaro affidato alla banca. Il D.Lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che disciplina la risoluzione delle banche e il meccanismo del bail-in, distingue i depositi protetti dalle altre passività e dagli strumenti finanziari. I depositi protetti sono garantiti, attraverso il sistema di garanzia dei depositanti, fino a 100.000 euro per depositante e per singola banca. Azioni e obbligazioni bancarie, invece, non sono depositi: sono strumenti finanziari e non beneficiano della garanzia sui depositi. In caso di crisi dell'emittente, possono quindi essere soggetti alle regole della risoluzione e al bail-in, secondo la gerarchia prevista dalla legge.

La conseguenza per il risparmiatore è quindi molto concreta: trasferire una somma da un deposito bancario protetto a un investimento finanziario significa accettare un diverso livello di rischio. Se quello strumento non rientra nella garanzia dei depositi e l'investimento perde valore o l'emittente entra in crisi, il capitale investito può essere perso, in tutto o in parte.

Ed è una differenza che il risparmiatore deve conoscere prima di prendere qualsiasi decisione.

Ma conoscere formalmente questa differenza non significa necessariamente comprenderne fino in fondo le conseguenze economiche.

LA TUTELA FORMALE NON È SEMPRE COMPRENSIONE REALE

La normativa prevede informazione, trasparenza, valutazione dell'adeguatezza e dell'appropriatezza dell'investimento.

Ma dobbiamo avere anche il coraggio di porci una domanda molto semplice:

quanti risparmiatori sono realmente in grado di comprendere tutto ciò che sottoscrivono?

Un contratto bancario o un documento di investimento può contenere decine o centinaia di pagine, condizioni economiche, avvertenze sui rischi, riferimenti normativi, clausole contrattuali e documentazione tecnica.

Formalmente, l'informazione può quindi essere stata fornita.

Ma informare non significa necessariamente far comprendere.

Il problema non è soltanto che il risparmiatore possa non leggere tutta la documentazione. È che spesso la quantità e la complessità delle informazioni rendono difficile comprendere realmente il significato economico dell'operazione e il livello di rischio assunto.

Per questo non possiamo considerare sufficiente la semplice presenza di una clausola che avverte che l'investimento comporta un rischio di perdita del capitale.

La domanda vera è:

il risparmiatore ha realmente compreso quanto può perdere, in quali circostanze e perché?

La tutela del risparmio non può ridursi alla tutela formale del contratto. Deve riguardare anche la capacità del risparmiatore di comprendere la scelta che sta compiendo.

Il rischio del "passaggio" dal deposito all'investimento

Ed è qui che diventa importante il modo in cui vengono presentati i prodotti finanziari.

Una somma depositata sul conto può essere percepita dal risparmiatore come risparmio disponibile e relativamente protetto.

Quando quella stessa somma viene proposta come investimento, cambia completamente la natura dell'operazione.

Il capitale investito può essere esposto al rischio dell'emittente e alle oscillazioni del mercato.

In altre parole, quando il risparmio viene trasferito da un deposito protetto a uno strumento finanziario non assistito dalla garanzia sui depositi, il risparmiatore può perdere, in tutto o in parte, il capitale investito.

Banca d'Italia ricorda infatti un principio elementare ma fondamentale:

non esistono strumenti finanziari privi di rischio.

Il problema nasce quando la comunicazione commerciale tende a mettere in primo piano il rendimento potenziale e in secondo piano il rischio effettivo.

È qui che il risparmiatore deve fermarsi.

Non chiedersi soltanto:

«Quanto posso guadagnare?»

Ma prima ancora:

«Quanto posso perdere?»

Perché il rischio più insidioso non è necessariamente quello di una perdita consapevolmente assunta. È quello di una perdita che il risparmiatore non aveva compreso di poter subire.

Il precedente delle crisi bancarie

La storia recente italiana dimostra perché questa distinzione non possa essere considerata una questione teorica.

Nelle crisi bancarie degli ultimi anni, azionisti e possessori di determinati strumenti finanziari hanno subito perdite.

Banca d'Italia, illustrando la disciplina del bail-in, spiega che possono essere svalutati o convertiti in capitale azioni e determinati crediti, secondo una precisa gerarchia.

I depositi protetti fino a 100.000 euro sono invece esclusi dal bail-in.

Per la parte di depositi superiore a 100.000 euro esistono regole specifiche e un trattamento differenziato, anche in funzione della natura del depositante.

Per questo è sbagliato utilizzare la frase:

«I miei soldi sono in banca, quindi sono tutti garantiti».

Non è così.

Dipende da che cosa sono quei soldi e da come sono detenuti.

DALLA BANCA TRADIZIONALE ALLA BANCA DIGITALE: LA COMPETIZIONE È CAMBIATA

C'è poi un'altra trasformazione che non possiamo ignorare.

Per decenni il rapporto tra banca e cliente è stato costruito attorno alla filiale fisica, allo sportello, al rapporto personale con il direttore o con il consulente e alla presenza territoriale della banca.

Questo modello non è scomparso, ma sta rapidamente cambiando.

La Banca d'Italia documenta una forte riduzione della rete fisica: tra il 2008 e il 2022 il numero degli sportelli bancari è diminuito di circa il 40%. Parallelamente è aumentato il ricorso ai canali digitali. (Banca d'Italia)

E la trasformazione continua.

Nel 2023, secondo dati richiamati dalla Banca d'Italia, un conto corrente online risultava mediamente il 70% meno costoso rispetto a un conto tradizionale. Tre italiani su quattro dispongono oggi di home banking. (Banca d'Italia)

È una trasformazione economica prima ancora che tecnologica.

La banca tradizionale sostiene costi legati alla rete fisica, al personale, agli immobili e alla presenza territoriale.

I nuovi modelli digitali possono operare con strutture molto più leggere e con costi differenti.

La concorrenza, quindi, non avviene più soltanto tra banche che possiedono più o meno sportelli.

Avviene sempre più tra modelli bancari e finanziari differenti.

E questa differenza riguarda anche la struttura dei costi.

La banca tradizionale sostiene i costi della rete fisica, degli immobili, del personale e della presenza territoriale; i nuovi operatori digitali possono invece utilizzare strutture molto più leggere.

Questo crea una nuova forma di concorrenza che non riguarda soltanto il prodotto bancario, ma il modello economico con cui quel prodotto viene erogato.

È una trasformazione che può produrre efficienza e servizi meno costosi, ma che modifica anche profondamente il rapporto tra banca, impresa e risparmiatore.

NON È PIÙ SOLTANTO UNA CONCORRENZA TRA BANCHE ITALIANE

Questo è il passaggio che considero fondamentale.

Con l'integrazione dei mercati finanziari europei e la digitalizzazione dei servizi, la competizione non è più confinata al territorio nazionale.

Accanto alle banche tradizionali operano banche digitali, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica, soggetti regolamentati e sottoposti alla vigilanza prevista dalla normativa.

La Banca d'Italia dispone infatti di specifici regimi di autorizzazione e vigilanza per gli istituti di pagamento (IP) e gli istituti di moneta elettronica (IMEL). (Banca d'Italia)

Questo significa che il cliente può entrare sempre più facilmente in contatto con servizi finanziari e di pagamento che non dipendono necessariamente dalla tradizionale relazione con la filiale bancaria sotto casa.

E la concorrenza diventa quindi europea e internazionale, non più soltanto italiana.

La moneta elettronica accelera ulteriormente questa trasformazione

La stessa evoluzione dei pagamenti sta cambiando la natura del rapporto tra cittadini, imprese e intermediari.

I pagamenti elettronici, l'home banking, le app, l'open banking e i servizi digitali stanno riducendo progressivamente la necessità di utilizzare il contante e di recarsi fisicamente in filiale.

La Banca d'Italia rileva che il contante sta perdendo il ruolo dominante nei pagamenti: nell'area euro la quota delle transazioni effettuate in contanti nei punti vendita è scesa dal 79% del 2016 al 52% del 2024; in Italia dal 86% al 61%. (Banca d'Italia)

E il processo continuerà.

Nel luglio 2026 la Banca d'Italia ha annunciato che sette prestatori italiani di servizi di pagamento sono stati selezionati per partecipare al progetto pilota dell'Eurosistema sull'euro digitale, che partirà nella seconda metà del 2027. (Banca d'Italia)

L'euro digitale, va precisato, non è una moneta privata e non sostituisce automaticamente il contante: sarebbe una forma di moneta pubblica emessa dalla banca centrale, destinata ad affiancare il contante e gli strumenti di pagamento privati.

Ma il suo sviluppo dimostra quanto profondamente stia cambiando l'infrastruttura finanziaria e dei pagamenti.

Il punto non è stabilire se questa trasformazione sia positiva o negativa. È comprendere che sta modificando anche il modo nel quale il cittadino entra in rapporto con il proprio denaro.

La distanza tra il risparmiatore e l'intermediario può diventare sempre maggiore: meno sportello, meno rapporto personale, più applicazioni, piattaforme, interfacce digitali e decisioni effettuate a distanza.

La maggiore efficienza del sistema non deve tradursi in una minore consapevolezza del risparmiatore.

Meno sportelli, più tecnologia: efficienza sì, ma senza perdere consapevolezza

Non dobbiamo confondere digitalizzazione con pericolo.

La banca digitale non è il problema.

Il problema può diventare l'assenza di adeguata consapevolezza quando la tecnologia rende estremamente semplice acquistare un prodotto finanziario complesso o assumere un rischio che il risparmiatore non comprende pienamente.

La stessa Banca d'Italia riconosce che la trasformazione digitale ha prodotto significativi benefici in termini di accessibilità e costi, ma può comportare criticità per le persone con minori competenze finanziarie o tecnologiche. Inoltre, la ridotta presenza territoriale può rappresentare un limite per alcuni servizi, come il finanziamento delle piccole imprese o l'accesso al contante. (Banca d'Italia)

E questo è il punto.

Un conto è utilizzare un'app per pagare una bolletta.

Un altro è utilizzare la stessa immediatezza digitale per investire decine o centinaia di migliaia di euro.

Nel primo caso un errore può essere facilmente correggibile.

Nel secondo caso un errore di valutazione può significare una perdita patrimoniale reale.

La progressiva spersonalizzazione della relazione finanziaria rende quindi ancora più importante la qualità dell'informazione e la consapevolezza dell'investitore.

Perché la stessa tecnologia che rende più semplice effettuare un'operazione può rendere più semplice anche assumere un rischio senza averne pienamente valutato le conseguenze.

La trasformazione digitale non elimina l'intermediazione: la trasforma.

Il potere che prima si esercitava attraverso la filiale, il rapporto personale e il territorio può progressivamente spostarsi verso piattaforme, algoritmi, infrastrutture tecnologiche e grandi operatori finanziari.

La domanda del futuro non sarà quindi se esisterà ancora l'intermediazione, ma chi controllerà le infrastrutture attraverso le quali l'intermediazione verrà esercitata.

CHI ORIENTA IL RISPARMIO, ORIENTA ANCHE IL CAPITALE

È questo, probabilmente, il punto sul quale dobbiamo concentrare maggiormente l'attenzione.

Quando parliamo di "orientare il risparmio italiano", non stiamo parlando soltanto di una questione finanziaria.

Stiamo parlando di una decisione che può modificare profondamente la posizione patrimoniale del singolo risparmiatore e, allo stesso tempo, la destinazione del capitale dell'intero Paese.

Il risparmiatore deve essere pienamente consapevole di una distinzione fondamentale:

depositare il proprio denaro non è la stessa cosa che investirlo.

Il deposito bancario gode di una specifica tutela entro i limiti previsti dalla legge. Un'azione o un'obbligazione emessa dalla banca, invece, è uno strumento finanziario e presenta rischi completamente diversi.

Questa differenza può sembrare elementare.

Ma per il risparmiatore non sempre lo è.

Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità dell'informazione finanziaria.

Non basta dire:

"Il tuo denaro può rendere di più."

Bisogna spiegare anche:

"Quale rischio stai assumendo per ottenere quel rendimento?"

Perché un rendimento maggiore non è un regalo.

Normalmente è la remunerazione di un rischio maggiore, di una durata diversa, di una minore liquidità o di altre caratteristiche dello strumento.

Il vero problema, quindi, non è impedire al risparmiatore di investire.

È fare in modo che sappia realmente di avere trasformato il proprio risparmio in un investimento e che comprenda il rischio che sta assumendo.

Ed è qui che diventa importante il modo in cui vengono presentati i prodotti finanziari.

Una somma depositata sul conto può essere percepita dal risparmiatore come risparmio disponibile e relativamente protetto.

Quando quella stessa somma viene proposta come investimento, cambia completamente la natura dell'operazione.

Il capitale investito può essere esposto al rischio dell'emittente e alle oscillazioni del mercato.

Banca d'Italia ricorda infatti un principio elementare ma fondamentale:

non esistono strumenti finanziari privi di rischio.

Il problema nasce quando la comunicazione commerciale tende a mettere in primo piano il rendimento potenziale e in secondo piano il rischio effettivo.

È qui che il risparmiatore deve fermarsi.

Non chiedersi soltanto:

«Quanto posso guadagnare?»

Ma prima ancora:

«Quanto posso perdere?»

Questa è la trasformazione che dobbiamo osservare nella sua interezza: il denaro non è più soltanto una disponibilità del risparmiatore, ma diventa progressivamente una risorsa che il sistema finanziario può raccogliere, trasformare, trasferire e riallocare.

Il vero potere economico nasce quindi non soltanto dalla disponibilità del capitale, ma dalla capacità di determinarne la destinazione.

Ed è questa capacità di allocazione che, nel futuro, potrebbe diventare uno dei principali fattori di potere economico.

Ciò che appare come una scelta individuale diventa, quando viene moltiplicato per milioni di risparmiatori, una scelta sistemica.

Se milioni di decisioni finanziarie vengono orientate verso determinati strumenti, mercati o settori, il risultato non riguarda più soltanto il patrimonio dei singoli: determina la disponibilità di capitale per una parte dell'economia piuttosto che per un'altra.

L'orientamento del risparmio diventa così orientamento dell'economia.

Questo non significa che il risparmio debba essere diretto politicamente, ma che il sistema deve garantire al cittadino e all'impresa una reale pluralità di scelte e di canali attraverso i quali il capitale può essere impiegato.

RISPARMIO, CAPITALE E SOVRANITÀ: UNA QUESTIONE CHE VA OLTRE LA BANCA

Un risparmiatore può pensare di avere semplicemente "i propri soldi in banca", mentre in realtà una parte del suo patrimonio può essere stata trasformata in strumenti finanziari con un diverso profilo di rischio.

A quel punto non stiamo più parlando soltanto di dove è custodito il denaro.

Stiamo parlando di:

chi lo gestisce, attraverso quale strumento, con quale rischio e verso quale destinazione viene indirizzato.

Ed è qui che la tutela del risparmio diventa concretamente una questione di consapevolezza.

Perché il rischio più insidioso non è necessariamente quello di una perdita dichiaratamente assunta.

È quello di una perdita che il risparmiatore non aveva compreso di poter subire.

Ed è a questo punto che il problema del risparmio assume una dimensione ancora più ampia.

Perché la sovranità non è soltanto la possibilità formale di eleggere un Parlamento o un Governo.

Una democrazia deve avere anche la capacità concreta di governare le condizioni economiche e sociali nelle quali le proprie decisioni vengono assunte.

La nostra Costituzione afferma, all'articolo 1, che la sovranità appartiene al popolo. Allo stesso tempo, l'articolo 11 consente all'Italia, in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione di un ordinamento internazionale orientato alla pace e alla giustizia.

È su questa base che si è sviluppato anche il processo di integrazione europea.

L'Unione europea, tuttavia, non è una sovrastruttura senza limiti: i Trattati stabiliscono il principio di attribuzione, secondo il quale l'Unione esercita soltanto le competenze che gli Stati membri le hanno conferito; ciò che non è attribuito all'Unione rimane nella competenza degli Stati. Il Trattato stabilisce inoltre che l'Unione deve rispettare l'identità nazionale degli Stati membri e le loro strutture politiche e costituzionali.

Per questo dobbiamo distinguere due concetti.

Una cosa è condividere democraticamente determinate competenze a livello europeo.

Un'altra cosa è perdere progressivamente, attraverso processi economici e finanziari, la capacità di indirizzare il proprio capitale, il proprio risparmio e la propria economia reale.

Il secondo fenomeno non è necessariamente una decisione politica formalmente assunta.

Può essere il risultato di concentrazioni finanziarie, acquisizioni, internazionalizzazione dei capitali, digitalizzazione dei servizi e progressivo spostamento dei centri decisionali.

Ed è proprio questo che dobbiamo osservare.

Perché se il risparmio degli italiani rimane italiano soltanto nella sua origine, ma la capacità di decidere dove investirlo, quali imprese finanziare e quali settori sostenere si sposta progressivamente verso centri decisionali esterni all'economia italiana, il problema diventa molto più grande di quello di una semplice operazione bancaria.

Diventa una questione di sovranità economica.

La sovranità economica, in questa prospettiva, non significa trattenere artificialmente il capitale entro i confini nazionali. Significa conservare la capacità di scegliere, competere e disporre di alternative, affinché cittadini e imprese italiane non dipendano da un unico centro finanziario per proteggere i propri risparmi, ottenere credito o finanziare la propria crescita.

Ed è proprio qui che il tema dell'orientamento del risparmio assume una dimensione costituzionale e democratica: non perché la Costituzione stabilisca dove debbano essere investiti i risparmi degli italiani, ma perché la tutela del risparmio e la capacità di governare i mercati finanziari sono interessi riconosciuti dal nostro ordinamento.

E la sovranità economica non è un concetto estraneo alla nostra Costituzione: l'articolo 117 attribuisce infatti allo Stato la competenza esclusiva in materia di moneta, tutela del risparmio, mercati finanziari e tutela della concorrenza.

La domanda, quindi, non è se l'Italia debba chiudersi alla concorrenza internazionale.

Assolutamente no.

La domanda è se l'apertura internazionale debba necessariamente significare la progressiva perdita della capacità di orientare le proprie risorse strategiche.

Io credo di no.

L'Italia deve essere aperta al mondo, ma non priva di strumenti per governare il proprio futuro.

Perché una cosa è internazionalizzare l'economia italiana.

Un'altra è internazionalizzare il controllo delle risorse che permettono a quell'economia di esistere.

Ed è qui che il tema del risparmio, della banca, della Borsa, delle imprese e della sovranità democratica si incontrano.

E qui cambia definitivamente la scala della competizione.

Una banca italiana con una rete fisica nazionale non compete più soltanto con un'altra banca italiana con una rete simile.

Compete anche con operatori digitali, banche e intermediari che possono operare oltre confine con strutture più leggere e con modelli tecnologici differenti.

La concorrenza bancaria, quindi, diventa contemporaneamente tecnologica, economica e internazionale.

La sovranità economica del futuro non coinciderà necessariamente con il possesso nazionale di ogni banca o di ogni infrastruttura finanziaria. Coinciderà sempre più con la capacità di partecipare alle decisioni, mantenere alternative e impedire che l'economia reale diventi dipendente da un unico centro di allocazione del capitale.

MPS, MEDIOBANCA E IL NUOVO RISIKO: NON È PIÙ SOLTANTO UNA QUESTIONE DI BANCHE

È proprio in questo contesto che assumono particolare rilievo le parole di Antonio Tajani sul "risiko" bancario e sulla Borsa Italiana.

Il ministro ha chiarito che le singole operazioni devono essere valutate dalle autorità competenti, ma ha contemporaneamente indicato come obiettivo quello di assicurare che il risparmio italiano sia ben gestito e arrivi alle imprese e alle famiglie.

Ha inoltre definito Borsa Italiana un'infrastruttura fondamentale del Paese, sostenendo la necessità di svilupparla.

Questi due elementi — risparmio e Borsa — sono strettamente collegati.

Perché la vera questione non è soltanto chi controllerà una banca.

È anche chi controllerà i canali attraverso i quali il risparmio italiano viene trasformato in capitale e indirizzato verso l'economia reale.

Nel capitalismo del futuro il potere economico potrebbe dipendere sempre meno dal possesso diretto del denaro e sempre più dal controllo delle infrastrutture attraverso le quali il denaro viene raccolto, trasferito, valutato e allocato.

Chi controlla l'infrastruttura non deve necessariamente possedere tutto il capitale per influenzarne la direzione.

Il vero rischio del nuovo risiko

Ed è qui che, a mio avviso, il termine "risiko" utilizzato nel dibattito politico assume un significato più ampio.

Le banche sono tra i principali intermediari attraverso i quali il risparmio viene raccolto e successivamente indirizzato verso diverse forme di investimento.

Se il sistema bancario e finanziario si concentra, non si concentra soltanto la capacità di erogare credito: si concentra anche una parte della capacità di raccogliere, distribuire e orientare il capitale.

Ed è proprio per questo che la domanda "chi decide dove va il risparmio degli italiani?" diventa una domanda economica, finanziaria e, in ultima analisi, politica.

Questo non significa che ogni operazione di aggregazione bancaria sia negativa.

La trasformazione tecnologica, la digitalizzazione, la concorrenza internazionale e la necessità di ridurre i costi rendono inevitabili profondi cambiamenti nel settore.

Ma proprio perché il sistema sta cambiando, dobbiamo chiederci:

chi decide dove va il risparmio degli italiani?

QUANDO LA CONCENTRAZIONE DEL CAPITALE DIVENTA CONCENTRAZIONE DEL POTERE ECONOMICO

C'è però un'altra questione che non possiamo trascurare.

Se il sistema bancario e finanziario tende progressivamente a concentrarsi, il problema non riguarda soltanto chi raccoglie il risparmio.

Riguarda anche chi decide a quali imprese quel capitale verrà messo a disposizione.

Una banca non svolge soltanto una funzione di custodia del denaro o di intermediazione finanziaria. Attraverso la concessione del credito contribuisce concretamente a determinare quali imprese possono investire, crescere, innovare, assumere personale e competere sui mercati.

Per una piccola e media impresa, l'accesso al credito può rappresentare la differenza tra realizzare un investimento o rinunciarvi, tra conquistare un mercato o perderlo, tra crescere o rimanere ferma.

Questo vale ancora di più per le economie territoriali, dove una parte rilevante del tessuto produttivo è costituita da piccole e medie imprese profondamente legate al territorio. Quando banche, imprese e capitali tendono a concentrarsi in strutture sempre più grandi, il rischio non riguarda quindi soltanto la singola impresa: riguarda la progressiva perdita di pluralità dei sistemi economici locali e della loro capacità di competere con i grandi aggregati nazionali e internazionali.

Ecco perché una progressiva concentrazione dei canali finanziari deve essere osservata anche dal punto di vista della concorrenza, compresa quella territoriale.

Il rischio non è necessariamente che qualcuno decida arbitrariamente di finanziare un'impresa piuttosto che un'altra.

Il rischio più concreto è che la concentrazione delle decisioni finanziarie riduca progressivamente la pluralità dei soggetti e dei criteri attraverso i quali le imprese possono accedere al capitale.

Se pochi grandi operatori finiscono per avere un peso sempre maggiore nell'allocazione del credito e degli investimenti, diventa essenziale garantire che le decisioni siano assunte sulla base di criteri trasparenti, verificabili e coerenti con il merito creditizio e con il rischio effettivo dell'operazione.

Perché il contrario produrrebbe una distorsione molto grave:

un'impresa potrebbe essere penalizzata non perché meno efficiente o meno meritevole, ma perché meno vicina ai circuiti finanziari che contano.

E, viceversa, un'impresa potrebbe beneficiare di condizioni più favorevoli non necessariamente perché economicamente più meritevole, ma perché inserita in una rete finanziaria, societaria o relazionale più forte.

Non stiamo affermando che questo sia necessariamente ciò che sta accadendo.

Stiamo indicando il rischio che un sistema sempre più concentrato deve impedire.

Dal merito creditizio al "merito relazionale": il confine da non oltrepassare

Il credito deve essere assegnato sulla base della capacità dell'impresa di sostenere l'investimento, della solidità del progetto, della capacità di rimborso e del rischio dell'operazione.

Non può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale reti di potere economico o politico determinano chi deve crescere e chi deve essere escluso dalla possibilità di crescere.

Perché in quel momento non avremmo più una vera concorrenza.

Avremmo una forma di selezione economica determinata dall'accesso privilegiato al capitale.

E questo sarebbe particolarmente grave per le PMI.

Una grande impresa dispone normalmente di più canali di finanziamento, di maggiori capacità negoziali e di maggiore accesso ai mercati dei capitali.

Una PMI, invece, dipende molto più frequentemente dal rapporto con il sistema bancario.

Se quel rapporto diventa sempre più impersonale e contemporaneamente si restringono i canali alternativi di accesso al capitale, la concentrazione del sistema finanziario può trasformarsi in una concentrazione delle opportunità di crescita.

È questo il punto che dobbiamo vigilare.

Il problema, quindi, non è attribuire oggi un comportamento illecito a un determinato operatore, ma interrogarsi su quali garanzie istituzionali debbano impedire che una crescente concentrazione del potere finanziario possa trasformarsi, domani, in una concentrazione delle opportunità economiche.

Il capitale deve seguire il merito economico, non l'appartenenza a una rete.

Attenzione alla pubblicità finanziaria

Questo tema diventa ancora più importante nell'epoca dei social network.

Consob ha richiamato l'attenzione sulla diffusione di pubblicità false e contenuti ingannevoli che utilizzano impropriamente nomi e immagini di istituzioni, operatori finanziari e personaggi pubblici.

L'Autorità ha inoltre segnalato l'utilizzo di siti clonati, profili contraffatti e contenuti generati con l'intelligenza artificiale per indurre i risparmiatori a compiere scelte di investimento dannose.

E già in precedenza Consob aveva richiamato l'attenzione sulle proposte di investimento diffuse attraverso social network e altri canali digitali, spesso accompagnate dalla promessa di guadagni elevati e rapidi.

Quindi il rischio che dobbiamo denunciare non è quello di una generica "pubblicità finanziaria".

È molto più preciso:

una comunicazione apparentemente rassicurante può portare un risparmiatore a trasformare un deposito o una liquidità disponibile in un investimento che presenta un livello di rischio che non ha adeguatamente compreso.

Il problema può quindi iniziare molto prima della perdita: può iniziare nel momento in cui il risparmiatore viene indotto a modificare la destinazione del proprio patrimonio senza averne compreso pienamente il rischio.

La regola più semplice: prima il rischio, poi il rendimento

Prima di investire, il risparmiatore dovrebbe sapere almeno:

Chi emette il prodotto?

Che cosa sto realmente acquistando?

Il capitale è garantito oppure no?

Qual è il rischio di perdere il capitale?

Che cosa accade se l'emittente entra in crisi?

Posso disinvestire quando voglio?

Quali sono i costi?

Qual è il rendimento promesso e qual è invece quello soltanto ipotizzato?

Chi mi sta proponendo l'investimento è autorizzato a farlo?

Sono domande semplici, ma possono fare una differenza enorme.

E qui entra in gioco la Borsa Italiana

La risposta, però, non può essere soltanto difensiva.

Non dobbiamo avere paura del capitale.

Dobbiamo governarlo.

L'Italia dispone di un enorme patrimonio di risparmio privato e, contemporaneamente, di migliaia di imprese che hanno bisogno di capitale per crescere, innovare, investire e internazionalizzarsi.

La Borsa Italiana può svolgere proprio questa funzione: collegare capitale e imprese, consentendo alle aziende di diversificare le proprie fonti di finanziamento e di raccogliere risorse per la crescita.

Il punto, quindi, non è impedire al risparmio italiano di investire.

È fare in modo che una parte significativa di quel risparmio possa diventare capitale produttivo, contribuendo alla crescita delle imprese italiane e dell'economia reale.

Non è casuale, quindi, che nel dibattito sul risiko bancario venga richiamata anche Borsa Italiana.

Una Borsa forte significa avere un'infrastruttura attraverso la quale il capitale può incontrare le imprese.

Se il problema è capire come orientare il risparmio italiano, la questione diventa allora anche quella di avere un mercato dei capitali capace di offrire alternative alla sola intermediazione bancaria.

Il risparmio non deve essere necessariamente trasformato in capitale attraverso un unico canale. Deve poter scegliere, con consapevolezza e adeguata informazione, come partecipare alla crescita dell'economia reale.

È anche per questo che un mercato dei capitali efficiente e realmente contendibile è importante.

Più sono numerosi e diversificati i canali attraverso i quali un'impresa può raccogliere capitale, minore è il rischio che il suo futuro dipenda da un unico circuito finanziario.

La pluralità dei mercati dei capitali non è quindi soltanto una questione di efficienza finanziaria. È anche una forma di pluralismo economico.

Così come una democrazia ha bisogno di pluralità dei centri decisionali, un'economia competitiva ha bisogno di pluralità dei canali attraverso i quali il capitale può essere raccolto e allocato.

Una Borsa efficiente, mercati finanziari aperti, strumenti alternativi di finanziamento e una pluralità di intermediari possono quindi rappresentare non soltanto strumenti di crescita, ma anche strumenti di equilibrio del potere economico.

La diversificazione delle fonti di capitale non serve soltanto a trovare più denaro.

Serve anche a evitare che chi controlla un singolo canale possa diventare arbitro delle opportunità di crescita delle imprese.

Il vero problema non è mobilitare il risparmio. È chi lo mobilita e per cosa

Questa, per me, è la questione centrale.

Non basta sapere che il risparmio deve essere mobilitato. Dobbiamo sapere attraverso quali strumenti, con quale rischio, verso quali destinatari e con quale grado di consapevolezza da parte del risparmiatore.

Se il risparmio italiano viene mobilitato per finanziare:

imprese → innovazione → infrastrutture → tecnologia → internazionalizzazione → occupazione,

diventa una straordinaria leva di sviluppo.

Se invece viene semplicemente concentrato in grandi strutture finanziarie e indirizzato secondo logiche sempre più lontane dall'economia reale italiana, il rischio è quello di perdere progressivamente capacità di decisione sul nostro stesso capitale.

E questo riguarda direttamente la classe media.

La famiglia che risparmia.

L'imprenditore che reinveste.

La PMI che accumula capitale.

Sono loro che hanno costruito una parte fondamentale della ricchezza italiana.

Non è quindi una questione di scegliere tra grandi banche e piccole banche. Un sistema economico sano ha bisogno di entrambe.

Le grandi banche possono garantire scala, capacità internazionale e accesso ai mercati globali.

Le banche territoriali possono mantenere conoscenza del tessuto produttivo, prossimità e capacità di valutare realtà che non sempre possono essere comprese attraverso modelli standardizzati.

La vera ricchezza del sistema sta nella pluralità dei canali di finanziamento, non nella loro omogeneizzazione.

LA PROSSIMA FRONTIERA: CHI CONTROLLERÀ L'ALLOCAZIONE DEL CAPITALE?

Il vero cambiamento che dobbiamo prepararci ad affrontare non riguarda soltanto la dimensione delle banche o la loro capacità di raccogliere risparmio.

Riguarda qualcosa di ancora più profondo:

chi avrà la capacità di decidere dove il capitale verrà indirizzato?

Nel sistema economico del futuro, il potere non dipenderà soltanto dalla quantità di capitale posseduto, ma sempre più dalla capacità di raccoglierlo, trasferirlo, selezionarlo e allocarlo.

Il denaro del risparmiatore, una volta entrato nel sistema finanziario, può diventare credito, investimento, capitale di rischio, finanziamento di un'impresa, infrastruttura, tecnologia o attività finanziaria.

La questione decisiva diventa quindi:

chi stabilisce quali di queste destinazioni avranno accesso al capitale e quali invece ne resteranno escluse?

Non è una domanda rivolta soltanto alle banche.

Riguarda le banche tradizionali, le banche digitali, gli intermediari finanziari, i mercati dei capitali, le piattaforme tecnologiche e le nuove infrastrutture finanziarie che stanno progressivamente assumendo un ruolo sempre più importante nell'economia.

La trasformazione digitale può rendere il sistema più efficiente.

L'integrazione europea può ampliare le possibilità di investimento.

La concentrazione bancaria può consentire economie di scala e maggiore capacità competitiva internazionale.

Ma l'efficienza dei grandi aggregati non deve tradursi nella marginalizzazione delle economie locali e delle imprese di minori dimensioni, che costituiscono una parte essenziale della struttura produttiva europea e italiana.

Ma tutti questi processi producono anche una nuova domanda di fondo: quanto sarà pluralistico il sistema attraverso il quale verrà deciso dove indirizzare il capitale?

Perché maggiore efficienza non deve necessariamente significare maggiore concentrazione del potere.

La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi mantenere insieme efficienza, concorrenza e pluralità dei canali di allocazione del capitale, senza sacrificare l'uno all'altro.

È questo il vero equilibrio che dovremo costruire nei prossimi anni.

Non si tratta di difendere il vecchio sistema bancario contro quello nuovo.

Si tratta di impedire che la modernizzazione finanziaria produca, come effetto collaterale, una progressiva riduzione delle alternative disponibili per il risparmiatore e per l'impresa.

Perché se esiste un solo grande circuito attraverso il quale passa il capitale, chi controlla quel circuito acquisisce inevitabilmente un potere economico maggiore di quello derivante dalla semplice proprietà del capitale stesso.

Ed è proprio per questo che la pluralità delle banche, dei mercati, degli strumenti finanziari e delle fonti di finanziamento non rappresenta soltanto una questione di concorrenza.

È una forma di equilibrio del potere economico.

Non dobbiamo proteggere il passato. Dobbiamo proteggere il futuro

Non penso che la soluzione sia tornare alla banca fatta soltanto di sportelli e banconote.

Quel mondo è finito.

La banca digitale è il presente.

La moneta elettronica è il presente.

La concorrenza internazionale è il presente.

La concentrazione bancaria, entro certi limiti, può essere fisiologica.

Quello che non è inevitabile è perdere la capacità del nostro sistema produttivo, soprattutto delle PMI e delle economie territoriali, di accedere al capitale e competere per ottenerlo.

Dobbiamo quindi costruire un modello nel quale:

risparmio italiano → mercato dei capitali → imprese italiane → investimenti → innovazione → crescita → occupazione.

E non:

risparmio italiano → concentrazione finanziaria → capitale sempre più lontano dall'economia reale.

La sovranità economica non consiste nel trattenere il capitale dentro i confini nazionali. Consiste nel non perdere la capacità di scegliere, competere e costruire alternative.

La vera partita del risiko

Per questo il dibattito sul risiko bancario non può limitarsi alle acquisizioni e alle fusioni.

La domanda decisiva è:

chi controllerà domani il capitale italiano e chi deciderà come verrà utilizzato?

Una banca efficiente è necessaria.

Una finanza moderna è necessaria.

Una Borsa forte è necessaria.

La concorrenza internazionale è necessaria.

Ma altrettanto necessario è proteggere il risparmio, informare correttamente i cittadini e mantenere un collegamento forte tra capitale e economia reale.

E la prima forma di tutela non è impedire al cittadino di investire, ma metterlo realmente nella condizione di sapere quando sta depositando, quando sta investendo e quale rischio sta assumendo.

Perché il risparmio non è soltanto una voce nei bilanci bancari.

È il risultato del lavoro, dei sacrifici e della fiducia di milioni di italiani.

E quel risparmio, quando viene trasformato in capitale, deve poter continuare a incontrare imprese capaci di creare valore, lavoro, innovazione e crescita.

E proprio per questo non può essere considerato una risorsa finanziaria senza volto e senza responsabilità.

Va protetto, informato e messo nelle condizioni di essere scelto consapevolmente.


Nota di trasparenza
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria, sollecitazione all'investimento, raccomandazione personalizzata né offerta o invito all'acquisto o alla vendita di strumenti finanziari. Le considerazioni espresse rappresentano valutazioni e riflessioni dell'autore sui possibili scenari economici e finanziari. Le informazioni normative e istituzionali richiamate devono essere verificate sulle fonti ufficiali competenti e sulla disciplina vigente al momento della lettura. Prima di assumere decisioni di investimento, ciascun risparmiatore deve valutare autonomamente la propria situazione e, ove necessario, rivolgersi a un intermediario o professionista autorizzato.


Luigi Carfora
Presidente di Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania

Grafica di Luigi Carfora, Presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e Presidente di Confimi Industria Campania, dedicata a risiko bancario, tutela del risparmio, concentrazione del capitale, credito alle PMI, mercati finanziari e sovranità economica italiana.
Grafica editoriale dedicata al tema “Risiko bancario, risparmio e sovranità economica”, con Luigi Carfora, Presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion e Presidente di Confimi Industria Campania. La composizione rappresenta il rapporto tra sistema bancario tradizionale e finanza digitale, tutela del risparmio, concentrazione del capitale, accesso al credito per PMI e imprese, mercati finanziari e sovranità economica. Al centro della riflessione è la domanda: chi controllerà l'allocazione del capitale italiano nel futuro?
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