LUIGI CARFORA: RISIKO BANCARIO, RISPARMIO E SOVRANITÀ ECONOMICA — CHI CONTROLLERÀ IL CAPITALE ITALIANO?
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Economia e Imprese
Dalla banca tradizionale alla finanza digitale: il futuro del risparmio italiano, la tutela dei depositanti, la Borsa e il rapporto tra capitale, imprese e sovranità democratica.
Luigi Carfora
Presidente di Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania
Il dibattito sul risiko bancario viene spesso raccontato come una partita tra grandi gruppi: chi acquisisce chi, quali banche si fondono, quali nuovi soggetti emergeranno.
Ma c'è una questione molto più importante che riguarda direttamente milioni
di italiani:
che cosa succede al risparmio delle famiglie quando il sistema bancario
cambia e quando una parte crescente del denaro depositato viene trasformata in
investimento finanziario?
È su questo punto che ritengo necessario fare chiarezza.
Prima distinzione: il denaro sul
conto non è la stessa cosa del denaro investito
Questa è probabilmente la prima informazione che ogni risparmiatore
dovrebbe conoscere.
Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) garantisce oggi
i depositi fino a 100.000 euro per depositante e per singola banca.
La tutela riguarda, tra gli altri, conti correnti, conti di deposito,
certificati di deposito e libretti di risparmio.
Ma c'è una differenza fondamentale.
Azioni e obbligazioni emesse dalla banca non sono depositi e non rientrano
nella garanzia del FITD.
Questo significa che avere 100.000 euro sul conto corrente e avere 100.000
euro investiti in azioni o obbligazioni di quella stessa banca sono due
situazioni completamente diverse dal punto di vista del rischio.
La tutela non riguarda però indistintamente
tutto il denaro affidato alla banca. Il D.Lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che
disciplina la risoluzione delle banche e il meccanismo del bail-in, distingue i
depositi protetti dalle altre passività e dagli strumenti finanziari. I
depositi protetti sono garantiti, attraverso il sistema di garanzia dei
depositanti, fino a 100.000 euro per depositante e per singola banca. Azioni e
obbligazioni bancarie, invece, non sono depositi: sono strumenti finanziari e
non beneficiano della garanzia sui depositi. In caso di crisi dell'emittente,
possono quindi essere soggetti alle regole della risoluzione e al bail-in,
secondo la gerarchia prevista dalla legge.
La conseguenza per il risparmiatore è quindi molto concreta:
trasferire una somma da un deposito bancario protetto a un investimento
finanziario significa accettare un diverso livello di rischio. Se quello
strumento non rientra nella garanzia dei depositi e l'investimento perde valore
o l'emittente entra in crisi, il capitale investito può essere perso, in tutto
o in parte.
Ed è una differenza che il
risparmiatore deve conoscere prima di prendere qualsiasi decisione.
Ma conoscere formalmente questa differenza non significa
necessariamente comprenderne fino in fondo le conseguenze economiche.
LA TUTELA FORMALE NON È SEMPRE COMPRENSIONE REALE
La normativa prevede informazione,
trasparenza, valutazione dell'adeguatezza e dell'appropriatezza
dell'investimento.
Ma dobbiamo avere anche il coraggio di porci
una domanda molto semplice:
quanti
risparmiatori sono realmente in grado di comprendere tutto ciò che
sottoscrivono?
Un contratto bancario o un documento di
investimento può contenere decine o centinaia di pagine, condizioni economiche,
avvertenze sui rischi, riferimenti normativi, clausole contrattuali e
documentazione tecnica.
Formalmente, l'informazione può quindi essere
stata fornita.
Ma
informare non significa necessariamente far comprendere.
Il problema non è soltanto che il risparmiatore
possa non leggere tutta la documentazione. È che spesso la quantità e la
complessità delle informazioni rendono difficile comprendere realmente il
significato economico dell'operazione e il livello di rischio assunto.
Per questo non possiamo considerare
sufficiente la semplice presenza di una clausola che avverte che l'investimento
comporta un rischio di perdita del capitale.
La domanda vera è:
il
risparmiatore ha realmente compreso quanto può perdere, in quali circostanze e
perché?
La
tutela del risparmio non può ridursi alla tutela formale del contratto. Deve
riguardare anche la capacità del risparmiatore di comprendere la scelta che sta
compiendo.
Il rischio del
"passaggio" dal deposito all'investimento
Ed è qui che diventa importante il modo in cui vengono presentati i
prodotti finanziari.
Una somma depositata sul conto può essere percepita dal risparmiatore come risparmio
disponibile e relativamente protetto.
Quando quella stessa somma viene proposta come investimento, cambia completamente
la natura dell'operazione.
Il capitale investito può essere esposto al rischio dell'emittente e alle
oscillazioni del mercato.
In altre parole, quando il
risparmio viene trasferito da un deposito protetto a uno strumento finanziario
non assistito dalla garanzia sui depositi, il risparmiatore può perdere, in
tutto o in parte, il capitale investito.
Banca d'Italia ricorda infatti un principio elementare ma fondamentale:
non esistono strumenti finanziari privi di rischio.
Il problema nasce quando la comunicazione commerciale tende a mettere in
primo piano il rendimento potenziale e in secondo piano il rischio
effettivo.
È qui che il risparmiatore deve fermarsi.
Non chiedersi soltanto:
«Quanto posso guadagnare?»
Ma prima ancora:
«Quanto posso perdere?»
Perché il rischio
più insidioso non è necessariamente quello di una perdita consapevolmente
assunta. È quello di una perdita che il risparmiatore non aveva compreso di
poter subire.
Il precedente delle crisi
bancarie
La storia recente italiana dimostra perché questa distinzione non possa
essere considerata una questione teorica.
Nelle crisi bancarie degli ultimi anni, azionisti e possessori di
determinati strumenti finanziari hanno subito perdite.
Banca d'Italia, illustrando la disciplina del bail-in, spiega che possono
essere svalutati o convertiti in capitale azioni e determinati crediti,
secondo una precisa gerarchia.
I depositi protetti fino a 100.000 euro sono invece esclusi dal bail-in.
Per la parte di depositi superiore a 100.000 euro esistono regole
specifiche e un trattamento differenziato, anche in funzione della natura del
depositante.
Per questo è sbagliato utilizzare la frase:
«I miei soldi sono in banca, quindi sono tutti garantiti».
Non è così.
Dipende da che cosa sono quei soldi e da come sono detenuti.
DALLA BANCA TRADIZIONALE ALLA
BANCA DIGITALE: LA COMPETIZIONE È CAMBIATA
C'è poi un'altra trasformazione che non possiamo ignorare.
Per decenni il rapporto tra banca e cliente è stato costruito attorno alla filiale
fisica, allo sportello, al rapporto personale con il direttore o con il
consulente e alla presenza territoriale della banca.
Questo modello non è scomparso, ma sta rapidamente cambiando.
La Banca d'Italia documenta una forte riduzione della rete fisica: tra il
2008 e il 2022 il numero degli sportelli bancari è diminuito di circa il 40%.
Parallelamente è aumentato il ricorso ai canali digitali. (Banca d'Italia)
E la trasformazione continua.
Nel 2023, secondo dati richiamati dalla Banca d'Italia, un conto corrente
online risultava mediamente il 70% meno costoso rispetto a un conto
tradizionale. Tre italiani su quattro dispongono oggi di home banking. (Banca d'Italia)
È una trasformazione economica prima ancora che tecnologica.
La banca tradizionale sostiene costi legati alla rete fisica, al personale,
agli immobili e alla presenza territoriale.
I nuovi modelli digitali possono operare con strutture molto più leggere e
con costi differenti.
La concorrenza, quindi, non avviene più soltanto tra banche che possiedono
più o meno sportelli.
Avviene sempre più tra modelli bancari e finanziari differenti.
E questa differenza riguarda
anche la struttura dei costi.
La banca tradizionale sostiene i costi della
rete fisica, degli immobili, del personale e della presenza territoriale; i
nuovi operatori digitali possono invece utilizzare strutture molto più leggere.
Questo crea una nuova forma di concorrenza che
non riguarda soltanto il prodotto bancario, ma il modello economico con cui quel prodotto viene erogato.
È una trasformazione che può produrre
efficienza e servizi meno costosi, ma che modifica anche profondamente il
rapporto tra banca, impresa e risparmiatore.
NON È PIÙ SOLTANTO UNA
CONCORRENZA TRA BANCHE ITALIANE
Questo è il passaggio che considero fondamentale.
Con l'integrazione dei mercati finanziari europei e la digitalizzazione dei
servizi, la competizione non è più confinata al territorio nazionale.
Accanto alle banche tradizionali operano banche digitali, istituti di
pagamento e istituti di moneta elettronica, soggetti regolamentati e
sottoposti alla vigilanza prevista dalla normativa.
La Banca d'Italia dispone infatti di specifici regimi di autorizzazione e
vigilanza per gli istituti di pagamento (IP) e gli istituti di moneta
elettronica (IMEL). (Banca
d'Italia)
Questo significa che il cliente può entrare sempre più facilmente in
contatto con servizi finanziari e di pagamento che non dipendono
necessariamente dalla tradizionale relazione con la filiale bancaria sotto
casa.
E la concorrenza diventa quindi europea e internazionale, non più
soltanto italiana.
La moneta elettronica accelera
ulteriormente questa trasformazione
La stessa evoluzione dei pagamenti sta cambiando la natura del rapporto tra
cittadini, imprese e intermediari.
I pagamenti elettronici, l'home banking, le app, l'open banking e i servizi
digitali stanno riducendo progressivamente la necessità di utilizzare il
contante e di recarsi fisicamente in filiale.
La Banca d'Italia rileva che il contante sta perdendo il ruolo dominante
nei pagamenti: nell'area euro la quota delle transazioni effettuate in contanti
nei punti vendita è scesa dal 79% del 2016 al 52% del 2024; in Italia dal 86%
al 61%. (Banca d'Italia)
E il processo continuerà.
Nel luglio 2026 la Banca d'Italia ha annunciato che sette prestatori
italiani di servizi di pagamento sono stati selezionati per partecipare al
progetto pilota dell'Eurosistema sull'euro digitale, che partirà nella
seconda metà del 2027. (Banca d'Italia)
L'euro digitale, va precisato, non è una moneta privata e non
sostituisce automaticamente il contante: sarebbe una forma di moneta
pubblica emessa dalla banca centrale, destinata ad affiancare il contante e gli
strumenti di pagamento privati.
Ma il suo sviluppo dimostra quanto profondamente stia cambiando
l'infrastruttura finanziaria e dei pagamenti.
Il punto non è stabilire se
questa trasformazione sia positiva o negativa. È comprendere che sta
modificando anche il modo nel quale il cittadino entra in rapporto con il
proprio denaro.
La distanza tra il risparmiatore e
l'intermediario può diventare sempre maggiore: meno sportello, meno rapporto
personale, più applicazioni, piattaforme, interfacce digitali e decisioni
effettuate a distanza.
La
maggiore efficienza del sistema non deve tradursi in una minore consapevolezza
del risparmiatore.
Meno sportelli, più
tecnologia: efficienza sì, ma senza perdere consapevolezza
Non dobbiamo confondere digitalizzazione con pericolo.
La banca digitale non è il problema.
Il problema può diventare l'assenza di adeguata consapevolezza quando la
tecnologia rende estremamente semplice acquistare un prodotto finanziario
complesso o assumere un rischio che il risparmiatore non comprende pienamente.
La stessa Banca d'Italia riconosce che la trasformazione digitale ha
prodotto significativi benefici in termini di accessibilità e costi, ma può
comportare criticità per le persone con minori competenze finanziarie o
tecnologiche. Inoltre, la ridotta presenza territoriale può rappresentare un
limite per alcuni servizi, come il finanziamento delle piccole imprese o
l'accesso al contante. (Banca d'Italia)
E questo è il punto.
Un conto è utilizzare un'app per pagare una bolletta.
Un altro è utilizzare la stessa immediatezza digitale per investire decine
o centinaia di migliaia di euro.
Nel primo caso un errore può essere facilmente correggibile.
Nel secondo caso un errore di valutazione può significare una perdita
patrimoniale reale.
La progressiva spersonalizzazione della relazione finanziaria rende quindi
ancora più importante la qualità dell'informazione e la consapevolezza
dell'investitore.
Perché la stessa
tecnologia che rende più semplice effettuare un'operazione può rendere più
semplice anche assumere un rischio senza averne pienamente valutato le
conseguenze.
La trasformazione digitale non
elimina l'intermediazione: la trasforma.
Il potere che prima si esercitava attraverso
la filiale, il rapporto personale e il territorio può progressivamente
spostarsi verso piattaforme, algoritmi, infrastrutture tecnologiche e grandi
operatori finanziari.
La
domanda del futuro non sarà quindi se esisterà ancora l'intermediazione, ma chi
controllerà le infrastrutture attraverso le quali l'intermediazione verrà
esercitata.
CHI ORIENTA IL
RISPARMIO, ORIENTA ANCHE IL CAPITALE
È questo, probabilmente, il punto sul
quale dobbiamo concentrare maggiormente l'attenzione.
Quando parliamo di "orientare il risparmio italiano", non stiamo parlando
soltanto di una questione finanziaria.
Stiamo parlando di una decisione che può
modificare profondamente la posizione patrimoniale del singolo risparmiatore e,
allo stesso tempo, la destinazione del capitale dell'intero Paese.
Il risparmiatore deve essere pienamente
consapevole di una distinzione fondamentale:
depositare
il proprio denaro non è la stessa cosa che investirlo.
Il deposito bancario gode di una specifica
tutela entro i limiti previsti dalla legge. Un'azione o un'obbligazione emessa
dalla banca, invece, è uno strumento finanziario e presenta rischi
completamente diversi.
Questa differenza può sembrare elementare.
Ma per
il risparmiatore non sempre lo è.
Ed è proprio qui che entra in gioco la
responsabilità dell'informazione finanziaria.
Non basta dire:
"Il tuo
denaro può rendere di più."
Bisogna spiegare anche:
"Quale
rischio stai assumendo per ottenere quel rendimento?"
Perché un rendimento maggiore non è un regalo.
Normalmente è la remunerazione di un rischio
maggiore, di una durata diversa, di una minore liquidità o di altre caratteristiche
dello strumento.
Il vero problema, quindi, non è impedire al
risparmiatore di investire.
È fare
in modo che sappia realmente di avere trasformato il proprio risparmio in un
investimento e che comprenda il rischio che sta assumendo.
Ed è qui che diventa importante il modo in cui vengono presentati i
prodotti finanziari.
Una somma depositata sul conto può essere percepita dal risparmiatore come risparmio
disponibile e relativamente protetto.
Quando quella stessa somma viene proposta come investimento, cambia
completamente la natura dell'operazione.
Il capitale investito può essere esposto al rischio dell'emittente e alle
oscillazioni del mercato.
Banca d'Italia ricorda infatti un principio elementare ma fondamentale:
non esistono strumenti finanziari privi di rischio.
Il problema nasce quando la comunicazione commerciale tende a mettere in
primo piano il rendimento potenziale e in secondo piano il rischio
effettivo.
È qui che il risparmiatore deve fermarsi.
Non chiedersi soltanto:
«Quanto posso guadagnare?»
Ma prima ancora:
«Quanto posso perdere?»
Questa è la trasformazione che
dobbiamo osservare nella sua interezza: il denaro non è più soltanto una
disponibilità del risparmiatore, ma diventa progressivamente una risorsa che il
sistema finanziario può raccogliere, trasformare, trasferire e riallocare.
Il vero
potere economico nasce quindi non soltanto dalla disponibilità del capitale, ma
dalla capacità di determinarne la destinazione.
Ed è questa capacità di allocazione che, nel
futuro, potrebbe diventare uno dei principali fattori di potere economico.
Ciò che appare come una scelta
individuale diventa, quando viene moltiplicato per milioni di risparmiatori,
una scelta sistemica.
Se milioni di decisioni finanziarie vengono
orientate verso determinati strumenti, mercati o settori, il risultato non
riguarda più soltanto il patrimonio dei singoli: determina la disponibilità di
capitale per una parte dell'economia piuttosto che per un'altra.
L'orientamento
del risparmio diventa così orientamento dell'economia.
Questo non significa che il risparmio
debba essere diretto politicamente, ma che il sistema deve garantire al
cittadino e all'impresa una reale pluralità di scelte e di canali attraverso i
quali il capitale può essere impiegato.
RISPARMIO, CAPITALE E SOVRANITÀ: UNA QUESTIONE CHE VA OLTRE LA BANCA
Un risparmiatore può pensare di avere
semplicemente "i propri soldi in banca",
mentre in realtà una parte del suo patrimonio può essere stata trasformata in
strumenti finanziari con un diverso profilo di rischio.
A quel punto non stiamo più parlando soltanto
di dove è custodito il denaro.
Stiamo parlando di:
chi lo
gestisce, attraverso quale strumento, con quale rischio e verso quale
destinazione viene indirizzato.
Ed è qui che la tutela del risparmio diventa
concretamente una questione di consapevolezza.
Perché il rischio più insidioso non è
necessariamente quello di una perdita dichiaratamente assunta.
È
quello di una perdita che il risparmiatore non aveva compreso di poter subire.
Ed è a questo punto che il problema del risparmio assume una dimensione
ancora più ampia.
Perché la
sovranità non è soltanto la possibilità formale di eleggere un Parlamento o un
Governo.
Una democrazia deve avere anche la capacità
concreta di governare le condizioni economiche e sociali nelle quali le proprie
decisioni vengono assunte.
La nostra Costituzione afferma, all'articolo
1, che la sovranità appartiene al popolo.
Allo stesso tempo, l'articolo 11 consente all'Italia, in condizioni di parità
con gli altri Stati, limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione di un
ordinamento internazionale orientato alla pace e alla giustizia.
È su questa base che si è sviluppato anche il
processo di integrazione europea.
L'Unione europea, tuttavia, non è una
sovrastruttura senza limiti: i Trattati stabiliscono il principio di attribuzione, secondo il
quale l'Unione esercita soltanto le competenze che gli Stati membri le hanno
conferito; ciò che non è attribuito all'Unione rimane nella competenza degli
Stati. Il Trattato stabilisce inoltre che l'Unione deve rispettare l'identità
nazionale degli Stati membri e le loro strutture politiche e costituzionali.
Per questo dobbiamo distinguere due concetti.
Una cosa
è condividere democraticamente determinate competenze a livello europeo.
Un'altra
cosa è perdere progressivamente, attraverso processi economici e finanziari, la
capacità di indirizzare il proprio capitale, il proprio risparmio e la propria
economia reale.
Il secondo fenomeno non è necessariamente una
decisione politica formalmente assunta.
Può essere il risultato di concentrazioni finanziarie, acquisizioni,
internazionalizzazione dei capitali, digitalizzazione dei servizi e progressivo
spostamento dei centri decisionali.
Ed è proprio questo che dobbiamo osservare.
Perché se il risparmio degli italiani rimane
italiano soltanto nella sua origine, ma la capacità di decidere dove investirlo, quali imprese finanziare e quali
settori sostenere si sposta progressivamente verso centri decisionali
esterni all'economia italiana, il problema diventa molto più grande di quello
di una semplice operazione bancaria.
Diventa una questione di sovranità economica.
La sovranità economica, in questa prospettiva, non significa trattenere
artificialmente il capitale entro i confini nazionali. Significa conservare la
capacità di scegliere, competere e disporre di alternative, affinché cittadini
e imprese italiane non dipendano da un unico centro finanziario per proteggere
i propri risparmi, ottenere credito o finanziare la propria crescita.
Ed è proprio qui che il tema dell'orientamento del risparmio assume una
dimensione costituzionale e democratica: non perché la Costituzione stabilisca
dove debbano essere investiti i risparmi degli italiani, ma perché la tutela
del risparmio e la capacità di governare i mercati finanziari sono interessi
riconosciuti dal nostro ordinamento.
E la sovranità economica non è un concetto
estraneo alla nostra Costituzione: l'articolo 117 attribuisce infatti allo
Stato la competenza esclusiva in materia di moneta, tutela del risparmio, mercati finanziari e tutela della
concorrenza.
La domanda, quindi, non è se l'Italia debba
chiudersi alla concorrenza internazionale.
Assolutamente
no.
La domanda è se l'apertura internazionale
debba necessariamente significare la progressiva perdita della capacità di
orientare le proprie risorse strategiche.
Io credo di no.
L'Italia deve essere aperta al mondo, ma non priva di strumenti per governare il proprio
futuro.
Perché una cosa è internazionalizzare
l'economia italiana.
Un'altra è internazionalizzare il controllo delle risorse che permettono a
quell'economia di esistere.
Ed è qui che il tema del risparmio, della
banca, della Borsa, delle imprese e della sovranità democratica si incontrano.
E qui cambia definitivamente la
scala della competizione.
Una banca italiana con una rete fisica
nazionale non compete più soltanto con un'altra banca italiana con una rete
simile.
Compete anche con operatori digitali, banche e
intermediari che possono operare oltre confine con strutture più leggere e con
modelli tecnologici differenti.
La
concorrenza bancaria, quindi, diventa contemporaneamente tecnologica, economica
e internazionale.
La sovranità economica del futuro non
coinciderà necessariamente con il possesso nazionale di ogni banca o di ogni
infrastruttura finanziaria. Coinciderà sempre più con la capacità di
partecipare alle decisioni, mantenere alternative e impedire che l'economia
reale diventi dipendente da un unico centro di allocazione del capitale.
MPS, MEDIOBANCA E IL NUOVO
RISIKO: NON È PIÙ SOLTANTO UNA QUESTIONE DI BANCHE
È proprio in questo contesto che assumono particolare rilievo le parole di
Antonio Tajani sul "risiko" bancario e sulla Borsa Italiana.
Il ministro ha chiarito che le singole operazioni devono essere valutate
dalle autorità competenti, ma ha contemporaneamente indicato come obiettivo quello
di assicurare che il risparmio italiano sia ben gestito e arrivi alle
imprese e alle famiglie.
Ha inoltre definito Borsa Italiana un'infrastruttura fondamentale del
Paese, sostenendo la necessità di svilupparla.
Questi due elementi — risparmio e Borsa — sono strettamente
collegati.
Perché la vera questione non è soltanto chi controllerà una banca.
È anche chi controllerà i canali attraverso i quali il risparmio
italiano viene trasformato in capitale e indirizzato verso l'economia reale.
Nel capitalismo del futuro il
potere economico potrebbe dipendere sempre meno dal possesso diretto del denaro
e sempre più dal controllo delle infrastrutture attraverso le quali il denaro
viene raccolto, trasferito, valutato e allocato.
Chi
controlla l'infrastruttura non deve necessariamente possedere tutto il capitale
per influenzarne la direzione.
Il vero rischio del nuovo
risiko
Ed è qui che, a mio avviso, il termine "risiko" utilizzato nel
dibattito politico assume un significato più ampio.
Le banche sono tra i principali intermediari attraverso i quali il risparmio
viene raccolto e successivamente indirizzato verso diverse forme di
investimento.
Se il sistema bancario e finanziario si concentra, non si
concentra soltanto la capacità di erogare credito: si concentra anche una parte
della capacità di raccogliere, distribuire e orientare il capitale.
Ed è proprio per
questo che la domanda "chi decide dove va il risparmio degli italiani?" diventa
una domanda economica, finanziaria e, in ultima analisi, politica.
Questo non significa che ogni operazione di aggregazione bancaria sia
negativa.
La trasformazione tecnologica, la digitalizzazione, la concorrenza
internazionale e la necessità di ridurre i costi rendono inevitabili profondi
cambiamenti nel settore.
Ma proprio perché il sistema sta cambiando, dobbiamo chiederci:
chi decide dove va il risparmio degli italiani?
QUANDO LA CONCENTRAZIONE DEL
CAPITALE DIVENTA CONCENTRAZIONE DEL POTERE ECONOMICO
C'è però un'altra questione che non possiamo trascurare.
Se il sistema bancario e finanziario tende progressivamente a concentrarsi,
il problema non riguarda soltanto chi raccoglie il risparmio.
Riguarda anche chi decide a quali imprese quel capitale verrà messo a
disposizione.
Una banca non svolge soltanto una funzione di custodia del denaro o di
intermediazione finanziaria. Attraverso la concessione del credito contribuisce
concretamente a determinare quali imprese possono investire, crescere,
innovare, assumere personale e competere sui mercati.
Per una piccola e media impresa, l'accesso al credito può rappresentare la
differenza tra realizzare un investimento o rinunciarvi, tra conquistare
un mercato o perderlo, tra crescere o rimanere ferma.
Questo vale ancora di più per le
economie territoriali, dove una parte rilevante del tessuto produttivo è costituita
da piccole e medie imprese profondamente legate al territorio. Quando banche,
imprese e capitali tendono a concentrarsi in strutture sempre più grandi, il
rischio non riguarda quindi soltanto la singola impresa: riguarda la
progressiva perdita di pluralità dei sistemi economici locali e della loro
capacità di competere con i grandi aggregati nazionali e internazionali.
Ecco perché una progressiva concentrazione dei canali finanziari deve
essere osservata anche dal punto di vista della concorrenza, compresa quella territoriale.
Il rischio non è necessariamente che qualcuno decida arbitrariamente di
finanziare un'impresa piuttosto che un'altra.
Il rischio più concreto è che la concentrazione delle decisioni
finanziarie riduca progressivamente la pluralità dei soggetti e dei criteri
attraverso i quali le imprese possono accedere al capitale.
Se pochi grandi operatori finiscono per avere un peso sempre maggiore
nell'allocazione del credito e degli investimenti, diventa essenziale garantire
che le decisioni siano assunte sulla base di criteri trasparenti,
verificabili e coerenti con il merito creditizio e con il rischio effettivo
dell'operazione.
Perché il contrario produrrebbe una distorsione molto grave:
un'impresa potrebbe essere penalizzata non perché meno efficiente o meno
meritevole, ma perché meno vicina ai circuiti finanziari che contano.
E, viceversa, un'impresa potrebbe beneficiare di condizioni più favorevoli
non necessariamente perché economicamente più meritevole, ma perché inserita in
una rete finanziaria, societaria o relazionale più forte.
Non stiamo affermando che questo sia necessariamente ciò che sta accadendo.
Stiamo indicando il rischio che un sistema sempre più concentrato deve
impedire.
Dal merito creditizio al "merito
relazionale": il confine da non oltrepassare
Il credito deve essere assegnato sulla base della capacità dell'impresa di
sostenere l'investimento, della solidità del progetto, della capacità di
rimborso e del rischio dell'operazione.
Non può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale reti di potere
economico o politico determinano chi deve crescere e chi deve essere escluso
dalla possibilità di crescere.
Perché in quel momento non avremmo più una vera concorrenza.
Avremmo una forma di selezione economica determinata dall'accesso
privilegiato al capitale.
E questo sarebbe particolarmente grave per le PMI.
Una grande impresa dispone normalmente di più canali di finanziamento, di
maggiori capacità negoziali e di maggiore accesso ai mercati dei capitali.
Una PMI, invece, dipende molto più frequentemente dal rapporto con il
sistema bancario.
Se quel rapporto diventa sempre più impersonale e contemporaneamente si
restringono i canali alternativi di accesso al capitale, la concentrazione del
sistema finanziario può trasformarsi in una concentrazione delle opportunità di
crescita.
È questo il punto che dobbiamo vigilare.
Il problema, quindi,
non è attribuire oggi un comportamento illecito a un determinato operatore, ma
interrogarsi su quali garanzie istituzionali debbano impedire che una crescente
concentrazione del potere finanziario possa trasformarsi, domani, in una
concentrazione delle opportunità economiche.
Il capitale deve seguire il
merito economico, non l'appartenenza a una rete.
Attenzione alla pubblicità
finanziaria
Questo tema diventa ancora più importante nell'epoca dei social network.
Consob ha richiamato l'attenzione sulla diffusione di pubblicità false e
contenuti ingannevoli che utilizzano impropriamente nomi e immagini di
istituzioni, operatori finanziari e personaggi pubblici.
L'Autorità ha inoltre segnalato l'utilizzo di siti clonati, profili
contraffatti e contenuti generati con l'intelligenza artificiale per
indurre i risparmiatori a compiere scelte di investimento dannose.
E già in precedenza Consob aveva richiamato l'attenzione sulle proposte di
investimento diffuse attraverso social network e altri canali digitali, spesso
accompagnate dalla promessa di guadagni elevati e rapidi.
Quindi il rischio che dobbiamo denunciare non è quello di una generica
"pubblicità finanziaria".
È molto più preciso:
una comunicazione apparentemente rassicurante può portare un risparmiatore
a trasformare un deposito o una liquidità disponibile in un investimento che
presenta un livello di rischio che non ha adeguatamente compreso.
Il problema può
quindi iniziare molto prima della perdita: può iniziare nel momento in cui il
risparmiatore viene indotto a modificare la destinazione del proprio patrimonio
senza averne compreso pienamente il rischio.
La regola più semplice: prima
il rischio, poi il rendimento
Prima di investire, il risparmiatore dovrebbe sapere almeno:
Chi emette il prodotto?
Che cosa sto realmente acquistando?
Il capitale è garantito oppure no?
Qual è il rischio di perdere il capitale?
Che cosa accade se l'emittente entra in crisi?
Posso disinvestire quando voglio?
Quali sono i costi?
Qual è il rendimento promesso e qual è invece quello soltanto ipotizzato?
Chi mi sta proponendo l'investimento è autorizzato a farlo?
Sono domande semplici, ma possono fare una differenza enorme.
E qui entra in gioco la Borsa
Italiana
La risposta, però, non può essere soltanto difensiva.
Non dobbiamo avere paura del capitale.
Dobbiamo governarlo.
L'Italia dispone di un enorme patrimonio di risparmio privato e,
contemporaneamente, di migliaia di imprese che hanno bisogno di capitale per
crescere, innovare, investire e internazionalizzarsi.
La Borsa Italiana può svolgere proprio questa funzione: collegare
capitale e imprese, consentendo alle aziende di diversificare le proprie fonti
di finanziamento e di raccogliere risorse per la crescita.
Il punto, quindi, non è impedire al risparmio italiano di investire.
È fare in modo che una parte significativa di quel risparmio possa
diventare capitale produttivo, contribuendo alla crescita delle imprese
italiane e dell'economia reale.
Non è casuale, quindi, che nel
dibattito sul risiko bancario venga richiamata anche Borsa Italiana.
Una Borsa forte significa avere
un'infrastruttura attraverso la quale il capitale può incontrare le imprese.
Se il problema è capire come orientare il
risparmio italiano, la questione diventa allora anche quella di avere un
mercato dei capitali capace di offrire alternative alla sola intermediazione
bancaria.
Il
risparmio non deve essere necessariamente trasformato in capitale attraverso un
unico canale. Deve poter scegliere, con consapevolezza e adeguata informazione,
come partecipare alla crescita dell'economia reale.
È anche per questo che un mercato dei
capitali efficiente e realmente contendibile è importante.
Più sono
numerosi e diversificati i canali attraverso i quali un'impresa può raccogliere
capitale, minore è il rischio che il suo futuro dipenda da un unico circuito
finanziario.
La pluralità dei mercati dei
capitali non è quindi soltanto una questione di efficienza finanziaria. È anche
una forma di pluralismo economico.
Così come una democrazia ha bisogno di
pluralità dei centri decisionali, un'economia competitiva ha bisogno di
pluralità dei canali attraverso i quali il capitale può essere raccolto e
allocato.
Una Borsa efficiente, mercati finanziari aperti, strumenti alternativi di
finanziamento e una pluralità di intermediari possono quindi rappresentare non
soltanto strumenti di crescita, ma anche strumenti
di equilibrio del potere economico.
La diversificazione delle fonti di capitale
non serve soltanto a trovare più denaro.
Serve
anche a evitare che chi controlla un singolo canale possa diventare arbitro
delle opportunità di crescita delle imprese.
Il vero problema non è
mobilitare il risparmio. È chi lo mobilita e per cosa
Questa, per me, è la questione centrale.
Non basta sapere che il risparmio deve essere mobilitato.
Dobbiamo sapere attraverso quali strumenti, con quale rischio, verso quali
destinatari e con quale grado di consapevolezza da parte del risparmiatore.
Se il risparmio italiano viene mobilitato per finanziare:
imprese → innovazione → infrastrutture → tecnologia →
internazionalizzazione → occupazione,
diventa una straordinaria leva di sviluppo.
Se invece viene semplicemente concentrato in grandi strutture finanziarie e
indirizzato secondo logiche sempre più lontane dall'economia reale italiana, il
rischio è quello di perdere progressivamente capacità di decisione sul
nostro stesso capitale.
E questo riguarda direttamente la classe media.
La famiglia che risparmia.
L'imprenditore che reinveste.
La PMI che accumula capitale.
Sono loro che hanno costruito una parte fondamentale della ricchezza
italiana.
Non è quindi una questione di
scegliere tra grandi banche e piccole banche. Un sistema economico sano ha
bisogno di entrambe.
Le grandi banche possono garantire scala,
capacità internazionale e accesso ai mercati globali.
Le banche territoriali possono mantenere
conoscenza del tessuto produttivo, prossimità e capacità di valutare realtà che
non sempre possono essere comprese attraverso modelli standardizzati.
La
vera ricchezza del sistema sta nella pluralità dei canali di finanziamento, non
nella loro omogeneizzazione.
LA PROSSIMA FRONTIERA: CHI CONTROLLERÀ L'ALLOCAZIONE DEL CAPITALE?
Il vero cambiamento che dobbiamo prepararci ad
affrontare non riguarda soltanto la dimensione delle banche o la loro capacità
di raccogliere risparmio.
Riguarda qualcosa di ancora più profondo:
chi avrà
la capacità di decidere dove il capitale verrà indirizzato?
Nel sistema economico del futuro, il potere
non dipenderà soltanto dalla quantità di capitale posseduto, ma sempre più
dalla capacità di raccoglierlo,
trasferirlo, selezionarlo e allocarlo.
Il denaro del risparmiatore, una volta entrato
nel sistema finanziario, può diventare credito, investimento, capitale di
rischio, finanziamento di un'impresa, infrastruttura, tecnologia o attività
finanziaria.
La questione decisiva diventa quindi:
chi
stabilisce quali di queste destinazioni avranno accesso al capitale e quali
invece ne resteranno escluse?
Non è una domanda rivolta soltanto alle
banche.
Riguarda le banche tradizionali, le banche
digitali, gli intermediari finanziari, i mercati dei capitali, le piattaforme
tecnologiche e le nuove infrastrutture finanziarie che stanno progressivamente
assumendo un ruolo sempre più importante nell'economia.
La trasformazione digitale può rendere il
sistema più efficiente.
L'integrazione europea può ampliare le
possibilità di investimento.
La concentrazione bancaria può consentire
economie di scala e maggiore capacità competitiva internazionale.
Ma l'efficienza dei grandi aggregati
non deve tradursi nella marginalizzazione delle economie locali e delle imprese
di minori dimensioni, che costituiscono una parte essenziale della struttura
produttiva europea e italiana.
Ma tutti
questi processi producono anche una nuova domanda di fondo: quanto sarà
pluralistico il sistema attraverso il quale verrà deciso dove indirizzare il
capitale?
Perché maggiore efficienza non deve
necessariamente significare maggiore
concentrazione del potere.
La vera
sfida dei prossimi anni sarà quindi mantenere insieme efficienza, concorrenza e
pluralità dei canali di allocazione del capitale, senza sacrificare l'uno
all'altro.
È questo il vero equilibrio che dovremo costruire nei prossimi anni.
Non si tratta di difendere il vecchio sistema
bancario contro quello nuovo.
Si tratta di impedire che la modernizzazione
finanziaria produca, come effetto collaterale, una progressiva riduzione delle
alternative disponibili per il risparmiatore e per l'impresa.
Perché se
esiste un solo grande circuito attraverso il quale passa il capitale, chi
controlla quel circuito acquisisce inevitabilmente un potere economico maggiore
di quello derivante dalla semplice proprietà del capitale stesso.
Ed è proprio per questo che la pluralità delle
banche, dei mercati, degli strumenti finanziari e delle fonti di finanziamento
non rappresenta soltanto una questione di concorrenza.
È una
forma di equilibrio del potere economico.
Non dobbiamo proteggere il
passato. Dobbiamo proteggere il futuro
Non penso che la soluzione sia tornare alla banca fatta soltanto di
sportelli e banconote.
Quel mondo è finito.
La banca digitale è il presente.
La moneta elettronica è il presente.
La concorrenza internazionale è il presente.
La concentrazione bancaria, entro certi limiti, può essere fisiologica.
Quello che non è
inevitabile è perdere la capacità del nostro sistema produttivo, soprattutto
delle PMI e delle economie territoriali, di accedere al capitale e competere
per ottenerlo.
Dobbiamo quindi costruire un modello nel quale:
risparmio italiano → mercato dei capitali → imprese italiane → investimenti
→ innovazione → crescita → occupazione.
E non:
risparmio italiano → concentrazione finanziaria → capitale sempre più
lontano dall'economia reale.
La sovranità
economica non consiste nel trattenere il capitale dentro i confini nazionali.
Consiste nel non perdere la capacità di scegliere, competere e costruire
alternative.
La vera partita del risiko
Per questo il dibattito sul risiko bancario non può limitarsi alle
acquisizioni e alle fusioni.
La domanda decisiva è:
chi controllerà domani il capitale italiano e chi deciderà come verrà
utilizzato?
Una banca efficiente è necessaria.
Una finanza moderna è necessaria.
Una Borsa forte è necessaria.
La concorrenza internazionale è necessaria.
Ma altrettanto necessario è proteggere il risparmio, informare
correttamente i cittadini e mantenere un collegamento forte tra capitale e
economia reale.
E la prima forma di tutela non è impedire al cittadino di
investire, ma metterlo realmente nella condizione di sapere quando sta
depositando, quando sta investendo e quale rischio sta assumendo.
Perché il risparmio non è soltanto una voce nei bilanci bancari.
È il risultato del lavoro, dei sacrifici e della fiducia di milioni di
italiani.
E quel risparmio,
quando viene trasformato in capitale, deve poter continuare a incontrare
imprese capaci di creare valore, lavoro, innovazione e crescita.
E proprio per questo non può essere considerato una risorsa finanziaria
senza volto e senza responsabilità.
Va protetto,
informato e messo nelle condizioni di essere scelto consapevolmente.
Nota di trasparenza
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative e non
costituisce consulenza finanziaria, sollecitazione all'investimento,
raccomandazione personalizzata né offerta o invito all'acquisto o alla vendita
di strumenti finanziari. Le considerazioni espresse rappresentano valutazioni e
riflessioni dell'autore sui possibili scenari economici e finanziari. Le
informazioni normative e istituzionali richiamate devono essere verificate
sulle fonti ufficiali competenti e sulla disciplina vigente al momento della
lettura. Prima di assumere decisioni di investimento, ciascun risparmiatore
deve valutare autonomamente la propria situazione e, ove necessario, rivolgersi
a un intermediario o professionista autorizzato.
Luigi Carfora
Presidente di Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative e non costituisce consulenza finanziaria, sollecitazione all'investimento, raccomandazione personalizzata né offerta o invito all'acquisto o alla vendita di strumenti finanziari. Le considerazioni espresse rappresentano valutazioni e riflessioni dell'autore sui possibili scenari economici e finanziari. Le informazioni normative e istituzionali richiamate devono essere verificate sulle fonti ufficiali competenti e sulla disciplina vigente al momento della lettura. Prima di assumere decisioni di investimento, ciascun risparmiatore deve valutare autonomamente la propria situazione e, ove necessario, rivolgersi a un intermediario o professionista autorizzato.
Presidente di Consorzio Suggestioni Campane Promotion
Presidente di Confimi Industria Campania


