Rapporto Bankitalia 2025: una Campania che cresce, ma che non può permettersi di perdere tempo
Cosa emerge dal Rapporto Bankitalia sull'economia della Campania
A cura di Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane
Promotion
Il 15 giugno 2026 la Banca d'Italia ha presentato il Rapporto annuale sull'economia della Campania, uno dei documenti più autorevoli per comprendere lo stato reale del sistema economico regionale.
Come sempre accade quando vengono diffusi dati economici, le letture possono essere molteplici. Alcuni osservatori tendono a concentrarsi esclusivamente sugli aspetti positivi, altri soltanto sulle criticità. Tuttavia il compito di chi rappresenta le imprese non è alimentare né l'ottimismo acritico né il pessimismo sterile, ma leggere la realtà nella sua interezza.
Il Rapporto evidenzia elementi certamente incoraggianti.
Nel 2025 l'economia campana è cresciuta dello 0,9%, con una dinamica superiore alla media nazionale. L'occupazione è aumentata e il tasso di occupazione è salito al 46,7%. Turismo, servizi e investimenti hanno fornito un contributo importante alla crescita. Anche alcuni comparti industriali hanno mostrato segnali di miglioramento rispetto alle difficoltà registrate negli anni precedenti.
Sono dati reali.
Sono dati che meritano attenzione.
Sono dati che testimoniano la capacità delle imprese campane di continuare a produrre valore nonostante un contesto nazionale e internazionale caratterizzato da profonde incertezze.
Ma il Rapporto della Banca d'Italia non racconta una Campania che abbia risolto i propri problemi strutturali.
L'occupazione cresce, ma resta ancora molto distante dai livelli medi nazionali.
Permangono inoltre differenze significative nella partecipazione al mercato del lavoro, in particolare per quanto riguarda l'occupazione femminile, e restano aperte le questioni legate alla produttività del sistema economico regionale, elemento decisivo per la crescita di lungo periodo.
Resta inoltre aperta la questione della qualità dell'occupazione, della stabilità dei rapporti di lavoro e della capacità del sistema economico regionale di offrire opportunità professionali adeguate alle nuove generazioni e alle competenze più qualificate.
Il Rapporto richiama inoltre l'attenzione sulle condizioni economiche delle famiglie e sul recupero ancora incompleto del potere d'acquisto, evidenziando come una parte significativa della popolazione continui a collocarsi nelle fasce economicamente più fragili. La crescita del PIL e dell'occupazione non coincide automaticamente con un miglioramento uniforme del benessere diffuso.
L'industria mostra segnali di recupero, ma continua a convivere con criticità rilevanti in comparti strategici come l'automotive.
Gli investimenti aumentano, ma una parte significativa della crescita continua a essere sostenuta da misure pubbliche straordinarie.
È inoltre necessario distinguere tra investimenti programmati, investimenti autorizzati, investimenti effettivamente avviati e investimenti pienamente realizzati.
In molti casi i benefici economici derivanti da incentivi, misure agevolative e programmi di sostegno si manifestano soltanto dopo anni.
Tra l'approvazione di un investimento e la sua effettiva capacità di generare produzione, occupazione e competitività possono trascorrere diversi anni. Confondere la programmazione con gli effetti già prodotti rischia di generare valutazioni eccessivamente ottimistiche.
In un contesto caratterizzato da cambiamenti tecnologici rapidissimi, anche i tempi di attuazione delle politiche economiche diventano un fattore strategico che non può essere sottovalutato.
Il sistema produttivo regionale resta caratterizzato dalla prevalenza di micro e piccole imprese, spesso sottocapitalizzate e con limitata capacità di investimento in innovazione, ricerca e sviluppo.
A ciò si aggiunge una limitata diffusione degli strumenti di finanza per la crescita e del venture capital, elementi che continuano a rappresentare un vincolo per lo sviluppo di imprese innovative e ad elevato contenuto tecnologico.
È proprio per questo che occorre evitare una lettura selettiva dei dati.
Trasformare una moderata crescita economica in una narrazione trionfalistica non aiuta la Campania.
Non la aiuta perché sposta l'attenzione dai problemi che ancora richiedono risposte concrete.
Non la aiuta perché rischia di generare l'illusione che il percorso di sviluppo sia ormai compiuto.
Non la aiuta perché induce a sottovalutare le sfide che stanno già ridefinendo l'economia mondiale.
Tra le criticità che meritano maggiore attenzione ve n'è una che raramente compare nelle statistiche economiche tradizionali ma che potrebbe influenzare profondamente il futuro competitivo del territorio: il fattore tempo.
Il grande assente del dibattito: il fattore tempo
Se il Rapporto della Banca d'Italia fotografa con rigore il presente, esiste una variabile che può determinare il futuro competitivo del territorio e che difficilmente emerge da una fotografia statistica: il tempo.
È la variabile tempo.
Ogni fotografia economica descrive ciò che è accaduto.
Ma il compito di chi rappresenta le imprese non è soltanto leggere il presente.
È comprendere se il presente sia adeguato rispetto alla velocità con cui sta cambiando il futuro.
La crescita dello 0,9% registrata nel 2025 costituisce certamente un dato positivo.
Ma la domanda strategica non è soltanto quanto cresce oggi la Campania.
La domanda è se la velocità di trasformazione del nostro sistema produttivo sia sufficiente rispetto alla velocità con cui stanno cambiando i mercati globali.
Mentre discutiamo dei dati del 2025, le principali economie industriali e i maggiori gruppi tecnologici internazionali stanno destinando risorse senza precedenti allo sviluppo dell'intelligenza artificiale, della robotica avanzata, dell'automazione industriale e delle infrastrutture digitali.
Queste imprese non ragionano più su orizzonti annuali.
Stanno costruendo oggi il vantaggio competitivo che utilizzeranno nei prossimi dieci o quindici anni.
Ed è qui che emerge una delle principali criticità del sistema economico italiano e meridionale.
Una multinazionale può decidere oggi un investimento strategico e renderlo operativo in tempi relativamente brevi.
Una micro o piccola impresa, invece, deve affrontare percorsi molto più complessi.
Deve reperire capitale.
Deve ottenere credito.
Deve individuare competenze specialistiche.
Deve affrontare procedure amministrative.
Deve gestire i tempi della formazione del personale.
Deve sostenere costi che spesso incidono in maniera molto più significativa rispetto alla propria dimensione.
Quando poi gli investimenti dipendono anche da incentivi pubblici, bandi, autorizzazioni e procedure di rendicontazione, il fattore tempo assume una rilevanza ancora maggiore.
Vi è inoltre un tema che merita di essere affrontato con chiarezza e senso di responsabilità istituzionale.
La competitività di un territorio non dipende soltanto dalla capacità delle imprese di investire, innovare e assumere. Dipende anche dalla capacità degli enti pubblici di operare con tempi compatibili rispetto alla velocità dei mercati.
Quando tra la presentazione di un progetto e il rilascio di un'autorizzazione trascorrono mesi o anni, quando procedure amministrative particolarmente complesse rallentano l'avvio degli investimenti, quando risorse già stanziate impiegano tempi eccessivi per trasformarsi in opere, infrastrutture o opportunità produttive, il fattore tempo smette di essere un problema burocratico e diventa un problema economico.
Le imprese competono ogni giorno su mercati che non attendono.
L'innovazione non attende.
Le tecnologie non attendono.
La concorrenza internazionale non attende.
Per questo motivo l'efficienza amministrativa deve essere considerata una componente essenziale della politica industriale e della competitività territoriale.
Non si tratta di attribuire responsabilità a singole amministrazioni o a specifici livelli di governo.
Si tratta di riconoscere una realtà evidente: in una fase storica caratterizzata da trasformazioni tecnologiche rapidissime, la velocità delle decisioni pubbliche diventa essa stessa un fattore competitivo.
Un territorio che impiega troppo tempo per autorizzare, programmare, realizzare e accompagnare gli investimenti rischia di perdere opportunità che difficilmente potranno essere recuperate in seguito.
La responsabilità politica, oggi, non può esaurirsi nell'annuncio di misure, incentivi o programmi di investimento. Deve essere misurata anche sulla capacità di trasformare rapidamente le decisioni in risultati concreti per imprese, lavoratori e territori..
Consiste soprattutto nel garantire che tali strumenti producano effetti concreti nei tempi richiesti dai cambiamenti economici e tecnologici in corso.
Ciò vale in particolare per molte PMI del Mezzogiorno, che spesso devono attendere mesi o anni tra la progettazione di un investimento e la sua effettiva realizzazione.
Nel frattempo i concorrenti internazionali possono aver già introdotto nuove tecnologie, ridotto i costi di produzione e conquistato quote di mercato difficilmente recuperabili.
Il rischio è che il sostegno arrivi quando il mercato è già cambiato.
Che l'investimento venga completato quando il vantaggio competitivo è già stato acquisito da altri.
Che l'innovazione venga adottata quando la competizione si è già spostata su un livello successivo.
È una dinamica che la storia economica ha mostrato molte volte.
Le imprese raramente muoiono perché non vedono il cambiamento.
Molto più spesso muoiono perché lo vedono troppo tardi.
Per questo motivo riteniamo che il vero messaggio del Rapporto della Banca d'Italia non debba essere trasformato in una narrazione rassicurante.
Una lettura esclusivamente celebrativa rischia infatti di produrre un effetto pericoloso: generare l'illusione che il sistema economico regionale disponga del tempo necessario per adattarsi gradualmente.
Non è affatto certo che questo tempo esista.
L'intelligenza artificiale generativa, la robotica umanoide, i sistemi autonomi, l'automazione cognitiva e l'integrazione digitale delle filiere produttive stanno accelerando con una velocità senza precedenti nella storia industriale moderna.
Il problema non riguarda soltanto la produttività.
Riguarda la sopravvivenza competitiva di migliaia di micro e piccole imprese.
Se una grande impresa riesce ad integrare rapidamente intelligenza artificiale, robotica e automazione nei propri processi, riducendo costi, tempi e margini di errore, mentre una piccola impresa impiega anni per compiere la stessa trasformazione, il risultato non è una semplice perdita di competitività.
Il risultato può essere l'espulsione dal mercato.
E quando un territorio è composto prevalentemente da micro e piccole imprese, il rischio non riguarda singole aziende.
Riguarda l'intero ecosistema economico.
Per questo motivo sarebbe un errore interpretare i dati positivi del 2025 come la prova che le criticità strutturali siano state superate.
Al contrario.
Proprio perché esistono segnali positivi, questo è il momento in cui occorre accelerare.
È il momento di investire in trasferimento tecnologico.
È il momento di rafforzare il rapporto tra università e impresa.
È il momento di creare condizioni capaci di trattenere sul territorio giovani qualificati, ricercatori, professionisti e competenze ad alto valore aggiunto che troppo spesso continuano a cercare altrove opportunità di crescita professionale.
È il momento di favorire aggregazioni produttive e reti di filiera.
È il momento di rendere più rapidi gli strumenti pubblici di sostegno agli investimenti.
È il momento di accompagnare le PMI nell'adozione delle tecnologie emergenti prima che il divario diventi irreversibile.
La storia economica insegna che i territori non vengono penalizzati soltanto dagli errori.
Spesso vengono penalizzati dai ritardi.
E il ritardo, quando coincide con una rivoluzione tecnologica, può trasformarsi in uno svantaggio permanente.
Ecco perché evidenziare le criticità non significa essere pessimisti.
Significa essere responsabili.
Perché il vero rischio non è riconoscere che esistono problemi.
Il vero rischio è convincersi che ci sia ancora molto tempo per affrontarli quando, in realtà, il cambiamento è già iniziato.
Le conseguenze di questo divario temporale rischiano di essere particolarmente rilevanti per un territorio caratterizzato dalla forte presenza di micro e piccole imprese.
Se il tempo necessario per adottare nuove tecnologie diventa superiore al tempo con cui il mercato evolve, il rischio non è soltanto una riduzione della competitività, ma la progressiva esclusione dalle catene del valore più avanzate.
Per questo la sfida non consiste soltanto nel sostenere la crescita, ma nell'accelerare la capacità di adattamento del sistema produttivo regionale attraverso innovazione, competenze, trasferimento tecnologico e maggiore rapidità nell'attuazione delle politiche industriali.
Da anni sosteniamo che innovazione, tutela della proprietà industriale, trasferimento tecnologico tra università e imprese, formazione continua, internazionalizzazione e accesso al capitale rappresentano condizioni essenziali per il futuro del Mezzogiorno.
Il Rapporto della Banca d'Italia ci dice che la Campania possiede energie, competenze e capacità di crescita.
Ma ci dice anche che molti divari restano aperti.
È proprio alla luce di queste trasformazioni che occorre leggere con prudenza qualsiasi narrazione eccessivamente celebrativa dei dati economici.
I risultati positivi devono essere riconosciuti e valorizzati.
Ma una crescita moderata non può essere confusa con il superamento dei problemi strutturali.
Ancora meno può essere interpretata come la prova che il sistema produttivo disponga di tutto il tempo necessario per affrontare le sfide tecnologiche e competitive che stanno già ridefinendo gli equilibri economici globali.
Per questo motivo sarebbe un errore utilizzare i dati economici come strumenti di comunicazione selettiva o di rappresentazione parziale della realtà.
Una lettura selettiva dei dati tende a valorizzare esclusivamente gli elementi favorevoli. L'analisi economica, invece, richiede la capacità di osservare contemporaneamente punti di forza e criticità.
Evidenziare le criticità non significa denigrare il territorio.
Significa volerlo migliorare.
Ignorarle non significa difenderlo.
Significa rinunciare ad affrontarle.
La Campania non ha bisogno di narrazioni consolatorie.
Ha bisogno di una visione industriale capace di guardare oltre il presente, affrontare con lucidità le trasformazioni in corso e preparare imprese, lavoratori e giovani alle sfide che stanno già cambiando l'economia globale.
Perché il vero sviluppo non nasce dagli slogan.
Nasce dalla capacità di riconoscere la realtà, valorizzarne i punti di forza e intervenire con coraggio su tutto ciò che ancora limita la crescita, la competitività e il benessere delle nostre comunità.
Il Rapporto della Banca d'Italia non descrive una Campania in declino.
Descrive una Campania che cresce, ma che continua a convivere con criticità strutturali che richiedono attenzione, investimenti e capacità di visione.
La vera questione non è stabilire se esistano segnali positivi. I dati dimostrano che esistono.
La vera questione è comprendere se la velocità di trasformazione del nostro sistema economico sia adeguata rispetto alla velocità con cui stanno cambiando il mondo, i mercati e le tecnologie.
La storia economica insegna che i territori raramente vengono penalizzati dalla mancanza di potenzialità.
Più spesso vengono penalizzati dall'incapacità di trasformare quelle potenzialità in vantaggio competitivo nei tempi richiesti dal cambiamento.
Per questo evidenziare le criticità non significa essere pessimisti.
Significa essere responsabili.
Perché il vero rischio non è riconoscere che esistono problemi.
Il vero rischio è accorgersene quando il tempo per affrontarli è ormai scaduto.
Per questo il compito di chi analizza i dati economici non è costruire rassicurazioni. È individuare per tempo le sfide che stanno arrivando. Perché il futuro non premia chi celebra il presente, ma chi si prepara prima degli altri al cambiamento.
La Campania dispone di risorse imprenditoriali, competenze, creatività e capacità produttive straordinarie. Proprio per questo il modo migliore per valorizzarle non è minimizzare le criticità, ma affrontarle con lucidità. Perché soltanto una diagnosi corretta consente di costruire una strategia efficace.
Luigi Carfora
Presidente Confimi Industria Campania
Presidente Consorzio Suggestioni Campane
Promotion


